Di Angelo Persihilli
Rivalutare il ruolo di una persona solo perché l’avversario cade in basso non mi sembra il metodo giusto per fare valutazioni politiche su chicchessia. Prendiamo il caso di Matteo Salvini che potrebbe sembrare rafforzato da questo penoso showdown tra Beppe Grillo e Giuseppe Conte, oltre che dalle puerili provocazioni di Enrico Letta. Ed è proprio da quest’ultimo, essendo il personaggio più importante, che vorrei cominciare a fare qualche riflessione.
Confesso di avere sopravalutato il suo ritorno in politica. Stava facendo un buon lavoro e non mi piacque il modo spiccio con cui l’allora capo del PD, Matteo Renzi, fece fuori lui e il suo governo per prendere lui stesso in mano le sorti del Paese.
Letta gestì l’imbarazzante vicenda con classe anche senza nascondere il suo risentimento. Poi si mise dignitosamente in disparte lasciando il compito di guidare il partito ad altri.
Il suo ritorno in politica, dopo la disastrosa leadership di Giuseppe Zingaretti, è stato visto da molti, incluso il sottoscritto, come un evento positivo non solo per il PD ma per l’intera politica italiana. Avevo scritto che per il PD Letta rappresentava l’ultima spiaggia. Mi sbagliavo. Si sta comportando come un bullo di paese in cerca di scuse per fare a botte con qualcuno. Il suo bersaglio è il leader della Lega Matteo Salvini il quale, doveroso ricordarlo, è insieme a lui nello stesso governo. Ma Letta, invece di pensare di riorganizzare il suo partito che fa acqua da più parti, ha iniziato una crociata per spingere Salvini fuori dal governo. Come dire, mentre la tua casa brucia, perdi tempo a litigare col vicino su una rettifica di confine.
A questo punto sarebbe il caso di ricordargli alcune cose.
Primo, è il presidente del consiglio che sceglie i suoi alleati e, almeno fino al momento in cui sto scrivendo queste righe, il capo del governo si chiama Mario Draghi.
Secondo, se a lui non va bene questa coalizione di governo, ha il diritto di uscire in qualsiasi momento, ma non quello di cacciare gli altri. (Vedere punto primo).
Terzo, gli attacchi contro il leader della Lega, che potrebbero essere anche giustificati politicamente, sono portati avanti in modo sterile, poco elegante e poco professionale. Con questo suo comportamento fa apparire lo stesso Salvini un politico di rango.
Quarto, e questo è il punto più importante che Letta purtroppo ignora forse perché incapace di risolverlo, prima di andare in guerra contro altri, si dovrebbero definire i rapporti con i Cinque Stelle e soprattutto con Giuseppe Conte. Insomma, prima di scendere in campo contro un’altra squadra, devi prima capire quale è la tua.
E qui bisogna fare qualche osservazione in quanto sono proprio questi rapporti confusi con i suoi alleati che hanno mandato Letta nel pallone e che cerca di nascondere sfidando un giorno si e l’altro pure Matteo Salvini.
La mia, giusto per precisare, non è una difesa del leader della Lega il quale, con nemici come Letta, non ha certo bisogna di difensori. Il mio punto riguarda invece la leadership di Letta e la disperata necessità del quadro politico italiano di avere un centrosinistra valido, con idee chiare dal punto di vista ideologico e programmatico. Certo, le divergenze ideologiche che Letta deve affrontare all’interno della sua coalizione sono così lampanti e di difficile gestione che potrebbero essere fatali alla sua leadership, come lo sono state per Zingaretti. Ma se crede di nasconderle o, peggio ancora, superarle creando una cortina fumogena usando i suoi bisticci con Salvini, fa un errore politico marchiano e non degno di una persona intelligente come lui.
Certo i problemi sono grossi ma, come diceva il compianto Giulio Andreotti, per risolvere i problemi grossi, bisogna sminuzzarli e ridurre a tanti piccoli problemi da risolvere uno alla volta. Ha il problema di Renzi, ha il problema della sinistra che sta ancora sull’Aventino ma soprattutto ha il problema del rapporto con i Cinque Stelle.
Il ‘Movimento’ è conciato male, non solo dal punto di vista programmatico, ma anche strutturale. Vi sono più correnti nel M5S che nella Democrazia Cristiana di Fanfani e Andreotti. Ma allora le correnti erano una cosa seria dal punto di vista organizzativo e programmatico. I 5S sono oggi un partito che non ha più un capo e con Conte che agisce come capo ma non ha partito. Il povero Enrico è a capo di un partito che non ha alleati su cui contare, mentre all’interno c’è un certo Renzi che non aspetta altro di vederlo di nuovo esiliato in Francia. La soluzione? Dalli all’untore, cioè Salvini. Continua così Enrico, la Meloni e Fratelli d’Italia ringraziano.

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