di Paolo Frascatore

Paolo Frascatore

La vicenda delle Sinistre democristiane ha segnato tutto l’arco politico della Prima Repubblica, non soltanto all’interno del Partito di appartenenza (la Democrazia cristiana), ma anche nelle istituzioni repubblicane e nel rapporto continuo e costante con i Partiti della sinistra marxista.
Il punto di partenza, dunque, non può non iniziare con il tentativo di dare una definizione della Sinistra democristiana rispetto ad altri Partiti e movimenti che non gravitavano all’interno della Dc, ma che, comunque, usavano parimenti il sostantivo cristiano o cattolico nella loro denominazione, ma che si opponevano a quest’ultima in termini politici, ideologici, programmatici e di schieramento.
Si tratta, cioè, di procedere preliminarmente alla prima distinzione: quella tra la Sinistra democristiana da quella che sin dai tempi della Resistenza assunse varie denominazioni iniziando con il Partito cooperativista sinarchico, quindi con il Movimento cattolici comunisti di Roma, per finire con il Partito della Sinistra cristiana.
Il primo episodio storico della Sinistra democristiana, nel senso di corrente organizzata, non fu come erroneamente si sostiene da parte di quasi tutta la pubblicistica quello del dossettismo, ma quella sociale di derivazione sindacalista che aveva in Giovanni Gronchi (almeno all’inizio) il leader riconosciuto. La Sinistra sindacalista, per lo più derivante dall’esperienza del Partito popolare di Sturzo ed in particolare dalla Sinistra che si era riconosciuta nelle posizioni di Ferrari e di Donati, era organizzata in corrente già nel 1945 e iniziò l’anno successivo la pubblicazione del settimanale “Politica Sociale” che affrontava soprattutto i temi sociali del secondo dopoguerra e si caratterizzava per l’opposizione decisa alla leadership degasperiana nel Partito e nel Governo.

Il dossettismo, invece, iniziò a muovere i primi passi nel 1947, anche se prese consistenza durante i lavori dell’Assemblea Costituente, con il quindicinale “Cronache Sociali”.
L’opposizione alla linea politica di De Gasperi, soprattutto dopo la rottura del Tripartito (la collaborazione tra la Dc e i socialisti e comunisti sino al 1947), caratterizzò il dossettismo e lo accomunò in un certo senso alla linea gronchiana (anche se tra Gronchi e Dossetti non sorse mai una fattiva collaborazione come vedremo in seguito) sino alla definitiva rinuncia del 1951 all’impegno politico da parte del leader riconosciuto: Giuseppe Dossetti.

La Sinistra cristiana, invece, si muoveva al di fuori del Partito ufficiale dei cattolici italiani e si contrapponeva ad esso in termini politici e programmatici, anzi ne rifiutava qualsiasi collaborazione politica, anche con le posizioni democristiane più avanzate quali erano quelle di Dossetti e della sua componente.

Secondo l’analisi di don Lorenzo Bedeschi, la Sinistra cristiana si proponeva all’interno del mondo cattolico “un inveramento cristiano del marxismo lasciandone inalterate le posizioni politiche”. La Sinistra cristiana credeva nel “ritrovamento di un punto di saldatura fra masse cattoliche e masse socialcomuniste. Saldatura che se era avvenuta in passato fra cattolici e liberali perché – si chiedeva la Sinistra cristiana – non doveva avvenire anche fra cattolici e marxisti?
Le due Sinistre, quindi, agivano e si muovevano su campi diversi, pur riscontrando un punto comune alla loro presenza in politica costituito dal “desiderio di inserire attuosamente e simpaticamente la Chiesa nella spirale ascendente delle masse operaie”. Ma questo comune proposito si diversificava nel momento in cui entrambe agivano all’interno dell’agone politico: la Sinistra democristiana o dossettiana, pur nella sua ferma e convinta opposizione alla linea politica di De Gasperi, era nata e si muoveva all’interno di un Partito interclassista e moderato che non rifiutava quindi alleanze “equivoche o borghesi”, pur mantenendo un certo rigore ideologico e religioso legato soprattutto all’attenzione per gli ultimi (basti guardare non solo l’azione, ma anche tutti gli scritti di Giorgio La Pira e del loro riscatto per una società più giusta ed autenticamente democratica.

La Sinistra cristiana, invece, rifiutava qualsiasi alleanza “equivoca o borghese” e considerava l’interclassismo democristiano come un limite al pieno riscatto delle masse operaie e, comunque, un principio difficile da realizzare in una scala sociale che vedeva pur sempre contrapposti padroni (sfruttatori) ed operai (sfruttati), secondo il più rigido principio marxista al quale, però, la Sinistra cristiana, pur richiamandosi in termini di “filosofia dello sviluppo”, non negava certamente una base erronea che poteva essere corretta operando dal di dentro, cioè operando all’interno del Partito comunista.
Queste tesi erano sostenute da coloro che erano i leaders più in vista della Sinistra cristiana: Franco Rodano, Felice Balbo e Adriano Ossicini. Non a caso, quando la Sinistra cristiana si sciolse e i protagonisti di quella vicenda si accorsero che lo zoccolo duro del marxismo regnava sovrano all’interno del Partito comunista senza possibilità di cambiarlo, o decisero di uscire, o sperimentarono altre elaborazioni ideologiche, senza per questo dover subire crisi interiori; anzi rimanevano intoccabili le motivazioni di fondo che venivano ampliate e rese più confacenti ad una azione concreta e non solo puramente ideologica.
Dunque le due Sinistre nascevano e si muovevano in ambienti e con prospettive completamente diversi.
Il secondo aspetto da considerare per definire la Sinistra democristiana dev’essere individuato nel concetto di intransigentismo che prese corpo e consistenza ai tempi della formazione dello Stato liberale.

L’atteggiamento cattolico intransigente a quel tempo assumeva, come è noto, anche aspetti reazionari di negazione dello Stato liberale, pur mantenendo un certo rigore di principio rispetto al liberalismo come accettazione di una rivoluzione modernista.
L’atteggiamento cattolico intransigente a quel tempo assumeva, come è noto, anche aspetti reazionari di negazione dello Stato liberale, pur mantenendo un certo rigore di principio rispetto al liberalismo come accettazione di una rivoluzione modernista.
Or bene, questa intransigenza cattolica, pur essendo impotente dal punto di vista politico in quanto vi era la famosa questione temporale nei rapporti tra Stato e Chiesa cattolica, nel momento in cui don Luigi Sturzo fondò il Partito popolare, quest’ultimo si incontrò immediatamente non con il cattolicesimo liberale, ma con la base dell’intransigentismo che invece di perpetuarlo in una posizione di semplice opposizione allo Stato liberale e di rinuncia all’impegno politico attivo, diede una prospettiva che poi si rivelerà determinante nella scelta repubblicana quale contributo fondamentale dei cattolici democratici nella costruzione dello Stato democratico.
Quando si parla di intransigenza riferita alla Sinistra democristiana, “si parla di intransigenza nelle motivazioni ideali e di principio che presiedono la politica, senza cadere in posizioni integraliste che sono la negazione della politica”.
Un ulteriore aspetto aspetto da considerare per definire la Sinistra democristiana riguarda la distinzione classica tra Sinistra politica e Sinistra sociale.

La Sinistra politica nacque con Dossetti ed ebbe una origine più intellettuale (non a caso Dossetti, Lazzati, La Pira e Fanfani erano definiti “i professorini”), più nettamente orientata sui problemi del potere, delle istituzioni, del riformismo in generale.
La Sinistra sociale, invece, nacque con Pastore (Forze sociali) ed ebbe una origine proveniente dagli ambienti sindacali, cooperativistici ed associazionistici.

Ma non bisogna tracciare una linea netta di demarcazione tra le due Sinistre in quanto si è sempre verificato (soprattutto dopo il dossettismo) sia un certo rapporto dialettico tra le due componenti, sia un incontro (basti ricordare quelli tra la Sinistra sociale di Pastore con la Sinistra politica de “La base”) che in alcuni passaggi decisivi della vita politica nazionale evitarono pericolose involuzioni a destra della Dc.
Dunque, una distinzione meno marcata nel senso che nessuna Sinistra poteva escludere l’altra: la Sinistra politica non poteva essere priva di attenzione ai problemi sociali e la Sinistra sociale non poteva non tener conto dei problemi connaturati alla gestione del potere, alla riforma delle istituzioni ed all’ammodernamento delle strutture dello Stato.

Potrebbe interessanti anche:

Una presenza da ricostruire

di Paolo Frascatore Molti, soprattutto quelli che vengono ancora definiti come componente …