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Apertura - Editoriali - Evidenza - Idee e opinioni - 29 Aprile 2021

Classe politica nel caos: meno male!


Di Angelo Persichilli
Cosa succede quando in una organizzazione il punto di forza coincide col suo punto debole? A questa domanda dovranno rispondere i leader del Movimento 5 Stelle in quanto dalla risposta dipende il futuro dell’organizzazione.
Il punto di forza del M5S è stata la capacità di Beppe Grillo di raccogliere all’inizio del millennio l’avversione dell’elettorato contro i politici. Un elettorato esasperato dai continui scandali che aveva messo da parte le sue convinzioni, o meglio, ossessioni ideologiche e appoggiato un movimento che aveva fatto della lotta alla corruzione la sua bandiera. Mossa intelligente e di facile applicazione: non occorrevano piani economici, a parte il malaugurato reddito di cittadinanza, bastava gridare contro la corruzione. I grillini sono stati poi aiutati dalla tecnologia messa a disposizione da Casaleggio e l’acchiappo dei voti era assicurato. Grillo offriva un prodotto comperato dall’elettorato ancora prima di essere messo in vendita.
I suoi elettori avevano messo da parte le loro ideologie politiche, anche perché il post-tangetopoli aveva ridimensionato l’apparato partitico convenzionale, e consentito la formazione di un agglomerato elettorale che per la prima volta prescindeva dal tifo ideologico. Parlo volutamente di tifo, nella sua accezione più negativa, e non di divergenze ideologiche in quanto le seconde prevedono un riscontro nella vita reale che nell’elettorato italiano non esisteva. La differenza tra l’onesto e il disonesto non è l’ideologia che predichiamo, ma nel senso morale che applichiamo nel quotidiano. Il resto, sono chiacchiere che scriviamo su Facebook.
In questo caos strutturale hanno avuto quindi campo fertile i nuovi ‘parametri elettorali’ che prescindevano dalle ideologie concentrando l’attenzione sulla questione morale. Questo nuovo contesto ha penalizzato i partiti tradizionali, caratterizzati dalle ideologie, premiando quelli che cavalcavano la questione morale. I rimasugli della prima repubblica si sono rifugiati sulla zattera del Partito Democratico, mentre il “nuovo” si è diretto verso i “grillini” e la Lega di Matteo Salvini, nata al Nord ma sdoganata nel resto della Penisola grazie all’alleanza con Forza Italia di Berlusconi.
Questo esperimento fuori dagli schemi tradizionali ha spaventato non solo la vecchia classe politica italiana, ma anche l’Europa che ha temuto il diffondersi di questo “esperimento” nel resto del Continente scompaginando regole e alleanze tradizionali con sviluppi imprevedibili e, potenzialmente, pericolosi. È iniziata quindi una grossa e grossolana opposizione-ostruzione politica e mediatica a livello nazionale e internazionale (incluso il Vaticano) contro l’allora governo italiano, offensiva che è stata aiutata anche da Matteo Salvini che ci ha messo del suo, sfasciando l’alleanza di centrodestra. Il M5S costretto a spostarsi a sinistra, ha trovato terreno fertile col PD che, spaventato dall’esperienza post-elettorale quando aveva rifiutato l’alleanza con Grillo, ha aperto le braccia a Conte e iniziando una travagliata collaborazione con eventi che fanno parte della cronaca odierna.
Purtroppo, a causa di tanti fattori, alcuni tipici della politica italiana come quello di riciclarsi senza rendere conto delle scelte pregresse, altri eccezionali come la pandemia, le carte si sono rimescolate sconvolgendo il processo democratico con la scusa di…salvare la democrazia. Per esempio, abbiamo la Lega che aveva vinto le elezioni che passa all’opposizione e il PD di Zingaretti che le aveva perse e va al governo con un presidente del Consiglio mai eletto dagli italiani. Per carità, tutto alla luce del sole, ma non parliamo di democrazia e volontà popolare. Tutto questo, infatti, è avvenuto non con un colpo di stato in quanto, per fortuna, gli italiani non sono bravi in questa attività. Il cambio di vertice è frutto di autogol. Salvini prima e Grillo poi, infatti, hanno anche questo in comune: hanno fatto harakiri. E questo conferma che nella seconda repubblica i cambiamenti non avvengono perché il vecchio avanza, ma perché il nuovo arretra. Anzi, ti accorgi di colpo che non esiste.
Intanto, mentre la Lega sta cercando di buttarsi alle spalle gli errori della sua leadership e ciò che perde per strada viene recuperato da Fratelli d’Italia, il M5S si trova in piena crisi nel momento più importante della sua esistenza. Non può più cavalcare la tigre della corruzione essendo ora al governo e alleato proprio con coloro che ritenevano qualche anno fa la causa del malcostume politico.
Certo, tutti possono cambiare, ma questa volta il cambiamento chiede un conto pesante: l’alleanza implica una scelta ideologica che, e qui torniamo al punto di partenza, sarà difficile spiegarla a un elettorato che ideologicamente eterogeneo non è. Con l’aggravante che ora alla guida non c’è un leader carismatico come all’epoca era Grillo, ma c’è Giuseppe Conte, persona capace e anche simpatica, ma che ha sempre brillato di luce riflessa. Conte è un ottimo numero due, non un leader. La differenza tra Conte e un leader è la stessa che c’è tra un architetto e un ingegnere: il primo crea, il secondo esegue. Vi sono altri potenziali leader? Certo, anzi troppi e il problema dell’attuale M5S è proprio questo: tanti galletti ma nessun grillo parlante.
In Italia abbiamo quindi un centrodestra solo in apparenza più solido ma in realtà diviso e pieno di gelosie che prima o poi esploderanno e un centro centrosinistra che sembra più un’armata Brancaleone che un raggruppamento politico con idee programmatiche precise.
Tutto questo è però un bene. Con la politica impegnata in futili giochi di potere, l’Italia si trova nelle mani di Mario Draghi, una persona credibile, capace e rispettata a livello internazionale. E la riconsegna degli assassini delle Brigate Rosse all’Italia da parte della Francia ne è una prova.

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