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Editoriali - 5 Aprile 2021

Dalla democrazia all’elitocrazia

di Paolo Frascatore

In una recente pubblicazione (Libertà Inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana. Edizioni UTET, 2021), Gianfranco Pasquino con le sue riflessioni sempre puntuali, attente e ragionate sostiene che la democrazia nasce con i partiti e risente logicamente in negativo del declino di questi ultimi.

Paolo Frascatore

Un’affermazione vera e cruda se si analizza la situazione politica italiana (ma non solo). E pur tuttavia, occorre andare anche oltre questa constatazione per arrivare alle radici della crisi politica, economica e sociale (oltre che sanitaria) che avvolge l’Italia da oltre tre lustri.

Ha ragione il Prof. Pasquino quando sostiene che è “Illusorio credere che la democrazia italiana variamente intesa e praticata dai protagonisti potesse essere rinnovata attraverso cambiamenti particolaristici e episodici nelle regole, nei meccanismi, nelle strutture costituzionali. Attraverso una serie di riflessioni e considerazioni tutt’altro che lineari e assolutamente prive di riscontri comparati, furono alcuni politici e alcuni studiosi collocati nel centro-sinistra a segnalarsi nella ricerca alquanto confusa delle modalità per giungere alla democrazia maggioritaria, bipolare, dell’alternanza, ritenuta semplicisticamente la democrazia migliore.”

Ed invece, nel corso di questi ultimi lunghi anni non solo si è sperimentato che questo tipo di democrazia (quella maggioritaria) ha fallito non soltanto in termini di governabilità, ma anche (cosa più grave) in termini di rappresentatività della classe politica a tutti i livelli.

Nell’ormai lontano 1989, al convegno nazionale di Chianciano Terme dell’Area Zac, Guido Bodrato mise in guardia l’allora sinistra democristiana, ma tutti i cattolici democratici, dal rischio di perseguire un sistema politico maggioritario che di fatto annullava o, meglio, forzava le diverse sensibilità politiche in funzione della costituzione di cartelli elettorali per la semplice conquista del potere.

Infatti, la democrazia maggioritaria (ormai è sperimentato senza possibilità di smentita) favorisce le élites, gli apparati di partito, le decisioni prese al di sopra del corpo elettorale.

Ma tutto questo ha un senso logico in questa visione della democrazia: l’abbraccio mortale dei partiti con il sistema economico liberista. Quest’ultimo infatti, per continuare a perpetuarsi secondo la legge del profitto, ha bisogno di creare piccoli gruppi politici che prendano decisioni al di sopra della volontà popolare; ha bisogno della cultura dell’individualismo politico (leaderismo) contro organismi sociali intermedi che si associano per incidere sulle scelte politiche fondamentali; ha bisogno, in sostanza, di instillare nell’individuo il suo egocentrismo come motore di una condizione privatistica proiettata verso l’utile personale e non sociale.

A questa pseudo cultura liberista si sono associati tutti: il centrodestra per ovvie ragioni di convenienza, ma anche buona parte della sinistra storica e del cattolicesimo democratico.

Tutto questo ha portato ad una realtà secondo la quale le idee ed i valori non contano più in politica: quello che conta sono i tatticismi, gli escamotage per mettere in difficoltà l’avversario, il perseguire continuamente l’uso del potere come leva per acquisire ancora la maggior parte di quel residuo popolo che va ancora a votare.

Ma non durerà tanto a lungo: dopo l’ebbrezza dei 5S, dopo la crisi di questo sistema dei partiti e dopo questa crisi sanitaria, non è chiromantico immaginare un nuovo ordine democratico che partirà dal basso, ossia da quella società che Aldo Moro immaginava farsi Stato per poi ritornare alla società in funzione dei nuovi bisogni.

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