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Editoriali - 1 Aprile 2021

La signora della giungla

di Paolo Frascatore

Quella di Enrico Letta si era annunciata come la nuova stagione del PD, improntata al rinnovamento anche della classe dirigente.

Ma lungi dall’essere un reale rinnovamento, Letta sembra prediligere il vecchio: dopo aver abiurato ad una legge elettorale proporzionale, si è prodigato affinché venissero elette due donne come presidenti dei rispettivi gruppi parlamentari al Senato ed alla Camera dei deputati.

Paolo Frascatore

Così, ha rispolverato la sempre in auge Debora Serracchiani quale capogruppo alla Camera.

Un ritorno al vecchio, non tanto per l’età dell’esponente piddina romana ma friulana di adozione, quanto per la sua escalation politica e per la sua storia personale all’interno del Partito.

Compie il primo passo della sua notorietà politica quando nel 2009 contesta i vertici del suo Partito (PD) alla cui guida c’è il reggente Dario Franceschini, per poi accordarsi con quest’ultimo al fine di ottenere la candidatura alle Elezioni Europee.

Eletta a Strasburgo nel giugno 2009, passata sotto l’ala protettrice franceschiniana, la Serracchiani si mette in luce per la scarsa frequenza delle sedi parlamentari europee: infatti nella lista complessiva dei deputati europei risulta essere seicentonovantacinquesima su settecentotrentadue membri; mentre sui settantadue parlamentari italiani eletti è appena sessantacinquesima per presenza in aula. Non c’è che dire un bel biglietto da visita quanto ad impegno nelle istituzioni.

Nell’autunno dello stesso anno, alle primarie del PD si schiera con Franceschini contro Bersani, ma appena eletto quest’ultimo non perde un minuto per schierarsi al suo fianco.

Nel frattempo continua a distinguersi per assenze all’interno dell’assise di Strasburgo sino a quando, nel 2013, fiutando l’aria elettorale che spira per il rinnovo del Parlamento europeo, decide di candidarsi alla presidenza della Giunta regionale del Friuli Venezia Giulia. Si impone per una manciata di voti sul presidente uscente Tondo.

La sua presidenza si caratterizza per il cosiddetto quieto vivere, ma soprattutto per il taglio nel settore della sanità regionale e per il suo passare armi e bagagli con il nuovo capo del PD, Matteo Renzi.

Quest’ultimo, come regalino, la nomina al Nazareno come vice segretario del Partito mentre ha in mente, insieme alla Boschi, quella grossa bravata della riforma  costituzionale tesa ad abolire il Senato eletto a suffragio universale con un piccolo esercito di nominati (2016).

La Serracchiani si distingue in questo periodo per la tracotanza con la quale appare quotidianamente in televisione a sostegno della riforma costituzionale.

Nel suo Partito, che è ormai una giungla (peggio di quella democristiana delle correnti), Debora salta da una liana all’altra con disinvoltura, senza curarsi minimamente che ogni tanto un po’ di dignità politica non guasterebbe.

La woman tarzan friulana, nel frattempo, intuisce anche che continua a perdere consensi nella sua Regione, per cui meglio cambiare aria e candidarsi al Parlamento nazionale fin tanto che Renzi è segretario del PD.

Così il suo lanciarsi da una liana all’altra la porta a candidarsi nel collegio uninominale di Trieste della Camera dei deputati, ma sentendo anche qui aria bruciacchiata, si fa candidare anche nella lista proporzionale.

Ed infatti, nella lista maggioritaria subisce una débacle  sonora (appena il 26,14 per cento dei suffragi). Si salva per il rotto della cuffia nella lista proporzionale posizionandosi al secondo posto.

Qualche giorno fa la signora della giungla è stata eletta capogruppo alla Camera dei deputati del Partito Democratico. Non c’è che dire, un altro salto politico da professionista. Ma come la giostra gira, così anche il gioco prima o poi finisce.

Sullo sfondo resta il nuovo Partito immaginato da Letta privo di credibilità e di sensibilità politiche, con una classe dirigente che ha dimostrato ormai ampiamente di saper scaldare solo i muscoli per lotte interne tese all’acquisizione di nuove poltrone.

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