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Editoriali - 28 Marzo 2021

Rotondi e la sindrome dorotea

di Paolo Frascatore

Di tanto in tanto, l’avellinese Gianfranco Rotondi non manca di analizzare la situazione politica italiana attraverso accostamenti e prese di posizione che lo portano a conclusioni, per la verità, poco brillanti e lineari, anche rispetto al suo passato democristiano.

A ben guardare, Rotondi non è nuovo a

Paolo Frascatore

dichiarazioni rumorose, né tanto meno a prese di posizione poco coerenti rispetto al suo passato politico.

E proprio negli ultimi giorni una sua riflessione su Hufftington Post riguardo ai dorotei e alla sinistra democristiana è passata quasi inosservata, se si eccettua un contributo di Lorenzo Dellai su “Il Domani d’Italia”.

L’ultima tesi rotondiana è quella che vede un centrosinistra con un leader riconosciuto, Enrico Letta, proveniente dalle fila della sinistra democristiana; mentre nel centrodestra non si intravvede un leader capace di rispolverare la cultura di governo che fu propria dei dorotei.

Probabilmente in questa alchimia politica, Rotondi vorrebbe tornare nostalgicamente al passato quando lo scontro, tutto interno alla DC, era tra le correnti della sinistra democristiana rispetto a quella dorotea.

Ma, al di là degli errori di valutazione relativi ad Enrico Letta (che pur essendo stato allievo di Beniamino Andreatta, non ha per nulla ereditato la cultura della sinistra DC), appare priva di qualsiasi senso e di cultura della politica il voler paragonare l’attuale quadro politico con quello della prima Repubblica targata anni Settanta.

Vi è nei fatti un solco insormontabile che proprio Rotondi sembra non avere minimamente presente nelle sue riflessioni. Il riferimento non può che richiamare il pensiero ed il progetto politico di Aldo Moro, perché lo scontro, a volte duro, tra sinistra democristiana e dorotei era fondato su una diversa concezione dello Stato e della società, per cui la prima privilegiava l’incontro e il confronto con l’allora PCI, mentre i secondi guardavano alla sostanza (alla permanenza nel potere) e simpatizzavano per alleanze più destreggianti legate ai grandi gruppi economici e finanziari.

Tuttavia, vi è un fondo di verità nelle affermazioni di Rotondi, anche se le sue valutazioni non si riferiscono a questo: ossia il dato che mentre i dorotei consideravano lo Stato (secondo la cultura tipica liberale) come un ente a sé stante, diverso e distinto dalla società, che promuove soprattutto la libera iniziativa economica, secondo il classico principio del laissez faire, senza barriere di natura etico-sociale; la sinistra democristiana, soprattutto con Aldo Moro, invece, considerava Stato e società intimamente ed indissolubilmente connessi tra di loro, nel senso che la società si fa Stato e lo Stato si fa società in una circolarità di eventi.

Si tratta di riflessioni che Moro svolge sin dal 1951 (in una relazione al III° convegno di studi dell’Unione Giuristi Cattolici Italiani), quando sosteneva che lo Stato è società che realizza il suo ideale di giustizia.

Sono argomenti e idee politiche lontani anni luce dalla forma mentis dell’attuale classe politica sia di centrosinistra che di centrodestra, per cui Gianfranco Rotondi, pur affetto da questa sindrome dorotea, farebbe bene a rispolverare un po’ di cultura politica del Novecento, prima di inalberarsi su similitudini che sono al di fuori e al di sopra dei partiti e degli attuali schieramenti politici in campo.

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