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Editoriali - 13 Febbraio 2021

Libertà di critica e libertà di insulto

di Paolo Frascatore

A volte è difficile, anche per chi ha inteso la professione come missione e passione civile verso la società, identificarsi con quello che succede ormai da decenni nel nostro Paese.

Paolo Frascatore

Sembra, ormai, che tutto si risolva in una sorta di becerismo opinionale, per cui il più audace ad offendere e ad usare termini poco educati sia il più bravo.

Ma, pur non facendo parte della generazione dei Feltri, dei Sallusti e dei Belpietro (sicuramente a quella dei Travaglio, ma la sostanza non cambia), occorre porre un freno a questa deriva maleducata e populista dell’informazione.

La deontologia vorrebbe che, anche quando al di là della cronaca si esprimono opinioni, si rispetti sempre e comunque uno stile ed un linguaggio che non esulino dai principi sacrosanti dell’educazione.

Del resto, nel corso dell’esperienza in questo settore non sono mancati personaggi e situazioni che, sulle prime, apparivano credibili, moralmente ispirati ed integri nei giudizi e nelle opinioni.

Purtroppo, cosi non è! A volte, anche un gigante come Eugenio Scalfari sembra aver perso quella bussola della ragione, della riflessione, del pensiero che in passato costituivano i capisaldi di ogni riflessione politica e di ogni editoriale gioranalistico.

Colpa del giornalismo o dei nuovi rampanti del settore? Non è così!

Non bisogna dimenticare quello che è successo nel nostro Paese a livello politico ad iniziare dal 1992.

Un modello gius-mediatico ha inteso allora diffondere nella pubblica opinione il convincimento che bisognava abbattere tutto (perché corrotto) e ricostruire un nuovo ordine, politico, sociale e giornalistico, sull’onda dei principi dell’onestà e della trasparenza.

Ma, a distanza di molti anni, gli addetti ai lavori con un briciolo di acume sanno che si trattava solo di una vera e propria vulgata storica per mandare al macero una intera classe dirigente che, nella maggior parte, non rientrava per nulla nella categoria dei cosiddetti ladroni.

Ebbene, dopo tanti anni gli osservatori politici (e non solo) ne hanno visto delle belle, forse scandali ancor più eclatanti di quelli della cosiddetta Prima Repubblica. Ma tutto è passato quasi nella norma.

Così che,  dopo il populismo di Bossi, del Cavaliere e di Grillo un piccolo stuolo di prezzolati dell’informazione (come ai tempi del duce) ha inteso abbracciare l’una o l’altra vicenda nella convinzione che essa rappresentasse il nuovo, il post moderno al quale era avviato il nostro Paese.

Oggi, purtroppo, ci ritroviamo con una classe politica che definire mediocre è un lusso: dal più piccolo comune, alla regione e al Parlamento nazionale.

Certo, non bisogna sottacere che una buona fetta del giornalismo nazionale e regionale non si è fatta ammaliare dal canto di queste sirene ed ha proseguito con decisione, e a volte controcorrente, la sua unica missione: quella di informare onestamente il proprio uditorio senza vincoli politici di sorta.

Un esempio su tutti, nella nostra Regione, è costituito sicuramente da questa testata giornalistica che insieme alla TV collegata, Telemolise, hanno saputo riferire quotidianamente fatti, situazioni ed opinioni nel solco della storia concreta senza mai travalicare i limiti, anteponendo l’informazione pacata e corretta alle offese e al sensazionalismo d’accatto.

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