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Editoriali - 25 Gennaio 2021

Vaccino: a che punto siamo?

di Mino Dentizzi*

Al momento sono state somministrate circa 1 milione e 300 mila dosi di vaccino, destinate agli operatori sanitari e agli operatori e degenti di RSA, con una media settimanale dall’inizio della campagna vaccinale di più o meno 450 mila dosi (prime dosi). Ma le dosi da somministrare sono due e l’obiettivo è di vaccinare 42 milioni di persone e, quindi, le dosi complessive da inoculare dovranno essere, alla fine della campagna, 84 milioni. Se si proseguisse con i numeri attuali ci vorrebbero oltre tre anni per raggiungere il sospiratotraguardodell’immunità di gregge. Nelle previsioni governative a tale meta si dovrebbe arrivare alla fine dell’estate 2021, è evidente che la quota di vaccinazioni settimanali su scala nazionale dovrebbe quadruplicare, con l’erogazione di due milioni di dosi la settimana.

Ed invece siamo nel pieno della crisi causata dalla Pfizer per la riduzione delle consegne di vaccino, che ha provocato situazioni difficili e squilibri.

Forse alla base della decisione dell’azienda produttrice ci sonorealmente problemi logistici non previsti e/o non prevedibili. Comunque èintollerabile che sia la stessa casa farmaceutica a stabilire illegittimamentei livelli di riduzione del rifornimento vaccinale tra Stati e perfino tra Regioni italiane.  Ma nulla ci toglie dalla testa che il ritardo nelle consegne da parte della Pfizer sia causato anche (se non essenzialmente) dallarincorsa all’incetta dei vacciniche sta avvenendo a livello mondiale, dove prevalgono gli Stati più potenti economicamente chi ha più denaro e più influenza. “Siamo di fronte a un catastrofico fallimento morale” ha dichiarato Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttoredell’OMS, notando che 39 milioni di dosi di vaccino sono andate quasi esclusivamente ai 49 stati più ricchi del mondo.

Ma torniamo in Italia.

Chi è riuscito a vaccinare tutti gli ospiti di una residenza per anziani adesso si trova avvantaggiato, anche per la disponibilità della seconda dose, rispetto a chi non ha ancora iniziato.

A tal proposito perché le fonti governative nazionali e regionali non si pronuncianoesplicitamente, scongiurandocosì le molte dicerie, sulla rilevanza rispetto alla protezione e quindi sui tempi della seconda vaccinazione? Intanto ritorno sulle sollecitazioniaffinché ci si impegni a vaccinare con precedenza, dopo il personale sanitario e le categorie clinicamente più fragili (molto anziani e ammalati cronici), le categorie socialmente fragili (fattorini dei corrieri, autisti, personale della nettezza urbana, cassiere dei supermercati, quelli che vivono in troppi in abitazioni piccole e disagevoli, le persone che svolgono lavori manuali). Bisogna avere chiaro che la nostra organizzazione sociale (almeno per quanto riguarda il Covid) non ha bisogno di fratture tra chi è più produttivo e chi lo è meno; la pandemia si affronta e si vinceunicamentetentandodi salvaguardare per primigli individui che, per motivi vari, non possono e/o non sanno tutelarsi da soli.

Letizia Moratti, assessore della Lombardia alla sanitàha dichiarato che la sua regione ha diritto a una quota maggiore di vaccini perché ha un PIL (prodotto interno lordo) più elevato. Fino a pochi decenni fa nei sistemi sanitari europei più avanzati lo stato di povertà economica e sociale di un territorio era un segnale per destinare più risorse economiche, strutturali e di personale verso le popolazioni più svantaggiate.

Ma i tempi sono mutati ed è anche per questo che siamo arrivati dove siamo arrivati!

*Geriatra, psichiatra

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