Nelle liste mondiali vengono inseriti nelle cosiddette bad press. Gianluigi Torzi, broker molisano di Guardialfiera, diventato chiacchieratissimo in relazione allo scandalo delle finanze del Vaticano, e suo padre Enrico, sono presenti per diverse indagini a loro carico.

Il suo nome, in Molise, era finito in cronaca per la questione dell’acquisto di una porzione della villa sul lungomare nord di Termoli, poi abitata dall’ex governatore Frattura, divenutone proprietario corrispondendo il 50% del capitale sociale, cioè 5000 mila euro, per quanto si sia saputo e non essendoci mai stata una smentita da parte degli interessati.

Ma da qualche mese, Torzi figura tra gli indagati dalla procura della Santa Sede, che lo ha anche arrestato per l’affare del lussuoso palazzo di Londra, ex sede dei magazzini Harrods, per il quale è stato mediatore e acquirente. Un caso che sta scuotendo i piani alti del palazzo Apostolico, dove Papa Francesco in persona ci ha messo le mani e utilizzato la scure. Qualche giorno fa, il Pontefice ha defenestrato dagli affari generali della segreteria di Stato il cardinale Angelo Becciu che, con il finanziare molisano ha avuto contatti strettissimi proprio per l’affare dell’ormai palazzo londinese di Sloane Avenue.

Come riportato da Il Fatto, Torzi ha anche quattro fascicoli aperti a suo carico, da altrettanti sostituti procuratori di Milano in vicende che in qualche modo si intrecciano tra loro e raccontano di spericolate operazioni finanziarie, proprio come quella finita sotto la lente di ingrandimento dei magistrati della Santa Sede.
Secondo la magistratura milanese, i 30 milioni che Torzi avrebbe preteso dal Vaticano per cedere le azioni con le quali deteneva la titolarità del palazzo a Londra, sarebbero dovute servire per concludere una operazione con la Banca Popolare di Bari. 30 milio di titoli che sarebbero dovuti arrivare nelle casse dell’istituto pugliese sottoscritti da una società maltese, fondata dallo stesso Torzi con un capitale sociale di 1200 euro.

Soldi mai arrivati alla Banca, che però avevano fatto scattare l’allarme del servizio antiriciclaggio della Popolare di Bari per la sproporzione per i mezzi del sottoscrittore e l’importo della sottoscrizione dei titoli.
L’operazione è definita dai vertici dell’istituto bancario ad alto rischio e con evidenza antiriciclaggio negativa.

Una storia, quella tra Torzi e le banche, già nota nel 2012 con il crac della Mb Manca di Milano e che, rivela sempre il Fatto, è oggetto di un’altra indagine aperta dalla procura lombarda.

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