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Le evoluzioni delle nuove mafie ancora sottovalutate dalla politica

Vincenzo Musacchio

Il giurista Vincenzo Musacchio, da circa trent’anni impegnato sul fronte della legalità e della lotta alla criminalità organizzata e alla corruzione, sottolinea come la politica sottovaluti il pericolo delle nuove mafie.

Vincenzo Musacchio, giurista e docente di diritto penale, è associato al Rutgers Institute on Anti-Corruption Studies (RIACS) di Newark (USA). E’ ricercatore dell’Alta Scuola di Studi Strategici sulla Criminalità Organizzata del Royal United Services Institute di Londra. E’ stato allievo di Giuliano Vassalli e amico e collaboratore di Antonino Caponnetto.

Secondo lei in questo momento storico lo Stato sta lottando con efficacia contro le mafie?

Non ho notato in passato e non vedo oggi un’efficace azione di contrasto al crimine organizzato. Ci si oppone alla mafia del terzo millennio con strumenti spuntati e superati invece di contrapporre strumenti normativi evoluti, in grado di colpire nei punti vitali le nuove mafie, quelle composte di «menti eccellenti» infiltrate nella politica, nell’economia e nella società civile. Oggi il fulcro del problema è che la mafia si relaziona con il potere e i mafiosi sono più avanti dello Stato nel capire i mutamenti sociali, economici e politici.

Tra pochi giorni si ricorderà la strage di via D’Amelio, è una ferita ancora aperta secondo lei?

Apertissima e sanguinante. E’ una strage che aspetta ancora verità e giustizia. Ricordiamoci che un Paese senza giustizia e senza verità non ha futuro. Per queste situazioni aberranti avvertiamo ancor di più la lontananza dello Stato per una verità che non c’è ancora e chissà se ci sarà in futuro. A oggi non abbiamo ancora una verità giudiziaria e ancor meno una storica.

Perché secondo lei la politica è immobile di fronte alle nuove mafie?

La pubblica opinione sottovaluta le nuove mafie perché non sparano più. Oggi la vera emergenza è la “mafia invisibile” che s’infiltra nell’economia e nella politica. Si sono riscontrate infiltrazioni mafiose persino in un Comune della Valle d’Aosta. È una mafia “diversa”, muove tantissimi miliardi all’anno con il traffico di stupefacenti in tutta Europa e ripulisce i soldi con l’aiuto della finanza mondiale e dell’economia transnazionale. Lo Stato non mette in campo tutti gli strumenti idonei per vincere la partita contro le mafie forse perché, come diceva Borsellino, sono troppe le infiltrazioni mafiose nelle istituzioni. Questo impegno purtroppo latita anche a livello europeo. Magistrati e forze di polizia lottano in una battaglia che non possono vincere. La guerra contro la mafia è una cosa seria non bastano arresti e operazioni di polizia.

Che cosa dovrebbe fare quindi lo Stato?

Le mafie si possono sconfiggere con la cultura. Un altro strumento efficace per estirpare questo cancro è togliere loro le protezioni ad alto livello. Riina disse: «Cosa Nostra senza lo Stato sarebbe stata solo una banda di sciacalli». Bisogna dunque trattare la corruzione alla pari della mafia, perché oggi non esiste mafia senza corruzione. La corruzione rappresenta un nuovo mezzo per le mafie di agire, un’arma silente che desta meno allarme nella società e di conseguenza attira meno facilmente l’attenzione delle forze dell’ordine e della magistratura. Nasce così una nuova mafia, per così dire «moderata», che preferisce sostituire la violenza con l’accordo, l’intimidazione con le tangenti, l’uso delle armi con la corruzione, e che diventa il mezzo con cui le mafie conducono i propri affari in ogni parte del globo.

Se lei potesse indicare una strada da seguire alla politica attuale cosa consiglierebbe?

La mafia è stata estirpata laddove le istituzioni – il governo, le amministrazioni regionali e locali – e la società civile, comprese la famiglia e la scuola, si sono mosse per bloccare tutti i canali attraverso cui gli interessi criminali si potevano espandere. È inutile nasconderlo, c’è una «zona grigia» di complici, che sostiene le mafie e ne consente potere, ricchezza, influenza politica ed economica. È lì che deve intervenire lo Stato e farlo con forza e affidabilità. Occorrono serie riforme sociali, perché le mafie non sono un corpo estraneo alla società, ma ne fanno pienamente parte poiché riescono, sempre in danno dello Stato, a conquistarsi la riconoscenza dei cittadini più deboli dal punto di vista economico e lavorativo.  Un altro strumento efficacissimo che consiglierei per sconfiggere le mafie potrebbe essere l’educazione civica e il potenziamento del sistema giudiziario e delle forze di polizia. Per educare però servono educatori ed esempi, e gli esempi che dà la politica italiana sono spesso di politici approfittatori e corrotti, mentre le scuole cadono a pezzi e la polizia non ha gli strumenti necessari. Per educare alla legalità serve innanzitutto una classe politica credibile che funga da modello. Le mafie si combattono anche rigenerando la classe politica immettendo persone nuove e oneste, sperando che anche queste poi non si corrompano. Oggi in Italia anche i piccoli politici, i consiglieri regionali, provinciali e comunali, sono spesso coinvolti nel vortice della corruzione e della collusione.

Quali strumenti giudiziari si potrebbero utilizzare in questa lotta?

In primis, le nuove tecnologie informatiche applicabili al sistema giustizia, in modo da velocizzare i tempi e rendere la magistratura più reattiva e flessibile, consentendole così di applicare con certezza le sanzioni, in modo che chi delinque non abbia la percezione della «convenienza». Credo che se si vogliano veramente vincere le mafie, polizia e magistratura, con il supporto dei cittadini, possano farlo: i mezzi ci sono, vanno soltanto affinati e aggiornati ai tempi. Quello che manca è la volontà e l’impegno politico: questo è il vero problema da risolvere.

E’ ottimista per il futuro?

Vorrei convincermi che le circostanze cambieranno. Nel medio periodo non sono ottimista perché non vedo purtroppo l’impegno da parte dello Stato. Ho però grande fiducia nelle nuove generazioni.

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