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Sport - 4 Maggio 2020

La riforma del calcio. In Italia troppe società professionistiche nello sport nazionale

Un problema non di scarso conto e che potrebbe essere portato all’ordine del giorno delle prossime assemblee di Lega riguarda la sostenibilità del sistema calcio in Italia. Una problematica di cui si è fatto delatore anche il presidente della lega dilettanti Cosimo Sibilia e che l’emergenza sanitaria in atto potrebbe amplificare. Ad oggi il calcio italiano presenta un numero sicuramente importante di società professionistiche: venti in serie A, altrettante in serie B, sessanta in lega Pro per un totale che fa ben cento società professionistiche sul territorio italiano con tutti i costi di gestione annessi. A seguire c’è la serie D, il quarto livello, nel quale un giocatore non possiede lo status giuridico di professionista. Un tesserato professionista vanta molti diritti e viene inquadrato come un dipendente della società a tutti gli effetti e costa circa il 30% in più dello stipendio al suo datore di lavoro. A ciò si aggiungano una serie di obblighi in capo allo stesso datore di lavoro fra i quali il versamento trimestrale all’erario delle relative tasse. I termini sono perentori. L’eventuale mancato versamento delle imposte entro i termini porta le stesse società ad incorrere in penalizzazioni in classifica.
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100 società nel professionismo italiano, mentre il campionato spagnolo ne conta 44 distribuite in due categorie, la Francia ne annovera 40 in due categorie più 18 società militanti nel semiprofessionismo e la Premier inglese registra tutte le società professionistiche in due categorie diverse, a seguire poi gioca il semiprofessionismo. Nessuno arriva ai numeri elevati italiani, nemmeno gli altri sport: nel basket l’unica categoria di pro è la serie A, stop. Una sproporzione che ogni anno in Italia miete più di qualche vittima nel panorama calcistico nazionale: ogni estate si parla di ripescaggi utili per prendere il posto di società che rinunciano all’iscrizione nella vecchia serie C perché non in grado di fronteggiare più i costi di gestione. Il sistema potrebbe o dovrebbe essere rivisitato e corretto da questo punto di vista: nel giro di qualche si è passati dall’ex serie C1 – ripartita in due gironi – ed ex serie C2 – divisa in tre gironi – alla Lega pro unica comprendente sessanta società. La riforma che era tanto attesa e voluta dal movimento calcio è avvenuta sette anni fa, nell’estate del 2013 proprio quando il Campobasso calcio sul campo riuscì in una salvezza storica in Lega Pro , ma l’allora presidente Capone non fu in grado di proseguire il discorso calcio da solo e fu costretto a chiudere i battenti. Così, come tutti i tifosi rossoblu certamente ricorderanno, il Campobasso ripartì dall’inferno dell’eccellenza mentre in Lega Pro si stava procedendo ad una compressione, dunque alla nascita di un unico torneo suddiviso in tre raggruppamenti com’è attualmente. A distanza di sette anni, la problematica del professionismo e della sua sopportabilità si ripresenta in tutta la sua interezza. Può il sistema calcio Italia avere ben cento società aziende a tutti gli effetti. Ma, soprattutto, alla luce degli strali che recherà con se l’emergenza da covid 19, potrà contarle anche nell’immediato futuro? Il grido di allarme di Ghirelli, presidente Lega pro, e Sibilia, vertice Lnd, è rivolto a gran voce verso le istituzioni governative per far sì che il movimento non soccomba sotto i colpi di una crisi economica destinata ad acuirsi.
Inoltre, la differenza di status giuridico fra tesserato di serie D e giocatore di Lega probabilmente accresce anche lo stesso divario economico fra le due categorie. Proviamo a fare degli esempi: negli ultimi anni non di rado è capitato di imbattersi in società vincitrici della serie D ma che si sono poi rivelate non in grado di iscriversi nel professionismo. Nel corso degli anni questo discorso ha portato alla nascita di vere meteore nel mondo del calcio, ma anche ad una certa instabilità che non ha assolutamente giocato, tutt’altro.

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