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Coronavirus: le domande e i giusti timori dei molisani

di Manuela Petescia*

Sono decine le domande che i cittadini molisani formulano ogni giorno, le loro preoccupazioni, i loro timori: sui social, prima di tutto, ma anche a noi operatori della comunicazione affinché facciamo da tramite e le riportiamo a chi di dovere attraverso i media, per ottenere risposte chiare, in grado di rassicurare persone che vivono in una situazione nuova, di estrema incertezza.

E allora abbiamo provato a metterle in fila, queste paure, a farne una sintesi e a «mandarle in onda», come è giusto che faccia un organo di informazione locale: registrare l’anima del suo territorio e darle voce.

La prima preoccupazione riguarda la malaugurata ipotesi di un improvviso diffondersi reale e massiccio del COVID-19 in Molise.

Un’ipotesi al momento remota ma non per questo da escludere.

Il piano di previsione, che riconverte i reparti e aumenta i posti nelle terapie intensive, fornendo le attrezzature indispensabili, compresi i ventilatori polmonari, esiste: ma qual è la distanza tra la previsione e la concreta realizzazione del piano di emergenza?

In altre parole ci si chiede: gli organi competenti, Regione e Asrem, sono pronti o si sta attendendo di capire prima l’evolversi dell’epidemia?

Perché – ed è questo il terrore vero e proprio – temporeggiare prima di aprire reparti e aumentare concretamente posti letto e respiratori, potrebbe rivelarsi un errore imperdonabile in termini di vite umane, nel caso di un’esplosione dei contagi.

La seconda preoccupazione concerne le modalità di comunicazione agli operatori sanitari, che si sentono abbandonati e tenuti all’oscuro di quanto accade. E perciò chiedono ai loro sindacati e a noi giornalisti di farsi promotori di una istanza precisa: la chiara e onesta circolazione delle notizie all’interno degli ospedali e dei reparti, specialmente a fronte di un’eventuale carenza di dispositivi per la rianimazione.

Ci sono poi i timori sulla riapertura degli ospedali di Larino e Venafro, notizia accolta con grande favore dai cittadini, e considerata come risposta all’emergenza che potrebbe presentarsi.

Ma la domanda è inevitabile: se già esiste una carenza di personale sanitario al Cardarelli di Campobasso (medici, infermieri e tecnici), chi dovrebbe lavorare a Larino e Venafro, e come dovrebbero essere organizzati i servizi e i reparti ospedalieri?

Per concludere riportiamo il grido d’allarme lanciato in tutta Italia dai medici di famiglia, i medici di base, che rappresentano spesso il primo filtro tra un paziente eventualmente contagiato e le procedure di emergenza attivate dalle diverse regioni.

Questi medici si sentono completamente abbandonati a loro stessi, essendo del tutto insufficienti le misure di prevenzione e di protezione individuale previste dalle aziende sanitarie territoriali. E basti solo pensare a quanti pazienti può contagiare un medico di famiglia sfortunatamente infetto e ignaro.

Sono questi, riassunti da noi, i principali quesiti che ci vengono rivolti, ed è giusto che tali domande arrivino in fretta agli organi competenti.

* direttore Telemolise

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