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Apertura - Editoriali - Idee e opinioni - QD - 20 Febbraio 2020

La prescrizione, tra vendette populiste e giuste intuizioni

di MANUELA PETESCIA*
Sembra quasi lo sbocco naturale del veleno populista dei social la norma sulla prescrizione targata Bonafede, un marchio giustizialista a cinque stelle che trasforma di fatto l’estinzione del reato in estinzione del reo o della vittima.
Bloccare la prescrizione al primo grado di giudizio inaugura infatti il processo eterno, condannando chi finisce nelle maglie della giustizia a restarci per tutta la vita, proprio come vorrebbe quella parte di popolo assetato di sangue (e di colpevoli), la peggiore espressione della storia culturale italiana.
E che magari le persone non siano affatto colpevoli, non importa niente a nessuno, l’essenziale è che siano annientate.
Ma se il sistema giudiziario risente dei crolli culturali, la Costituzione resiste nel tempo con i suoi principi inalienabili, tra questi la celebrazione del giusto processo, una norma che impone al legislatore il rispetto delle garanzie difensive dell’imputato. Compresa, all’articolo 111, la “ragionevole durata” del processo.
Ecco perché non ancora è stato possibile trovare una soluzione condivisa e la modifica dell’obbrobrio giuridico, attualmente in vigore, viene rinviata a tempo indeterminato.
Ascoltando con attenzione le diverse campane, tuttavia, si scopre che non mancano, nel testo Bonafede, intuizioni di indubbio valore. Come quella, elementare, di voler impedire che i colpevoli, a volte di crimini terribili, la facciano franca.
Casi storici di processi molto importanti, per episodi gravissimi, andati in prescrizione, se ne contano a decine: la vicenda Eternit, Porto Marghera, anche la strage di Viareggio è a rischio prescrizione. Per non parlare degli scandali finanziari, o di casi clamorosi come quelli di Andreotti, Licio Gelli, o Berlusconi.
Ma esiste anche una dimensione più umana del problema, in una sfera che a volte può toccarci da vicino, magari con uno qualsiasi dei 120 mila processi che ogni anno cadono in prescrizione.
Faremo un solo esempio, il più facile, il più banale.
Una persona accusa un’altra persona di aver commesso un reato gravissimo, e si apre perciò un procedimento giudiziario.
Tra indagini preliminari, conclusione ex articolo 415 bis, richiesta di rinvio a giudizio, udienza preliminare, rinvio a giudizio, dibattimento, prove e controprove, testimoni e contro testimoni ‒ magari primo secondo e terzo grado – trascorrono molti anni, ma alla fine la persona ingiustamente incolpata di quell’infamia viene riconosciuta innocente e assolta con formula piena.
Nel codice penale italiano colui che incolpa una persona sapendola innocente commette reato di calunnia, dunque alla fine dell’ingiusto calvario giudiziario cagionato all’innocente andrebbe processato e punito.
E dovrebbe anche risarcirgli i danni.
Ma quando l’ha commessa quella calunnia?
Molti anni prima e il reato è prescritto, per buona pace di chi s’è visto stravolgere, distruggere la vita in attesa del martelletto assolutorio.
E allora come spesso accade forse in medio stat virtus: prima di abolire la prescrizione sarebbe necessario che un team di giuristi d’eccellenza ‒ avvocati e magistrati di riconosciuta fama in campo penalistico ‒ si mettesse al lavoro per distinguere su quali e quanti reati valga – e solo in nome della più profonda giustizia – la norma del processo imprescrivibile.
Ad evitare che tutto questo germogliare di proposte di riforma, in mano a un tribuno qualsiasi, eletto per saziare l’odio populistico, si traduca nella formula «finché morte non ci divida», intendendo per morte quella del povero imputato unito in matrimonio coatto, per sempre, con il Tribunale.
* direttore Telemolise

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