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Attualità - Editoriali - Idee e opinioni - 15 Febbraio 2020

Per fare la limonata ci vogliono i limoni

La concessione della richiesta di autorizzazione a procedere contro il leader della Lega Matteo Salvini dà lo spunto per alcune osservazioni sul ruolo della politica in Italia. Preciso che il mio non è un giudizio sulla legalità o meno dell’azione di Salvini quando era ministro, tale compito spetta alla Magistratura. Non entro nemmeno nel dibattito sulla imparzialità o meno della magistratura.

Voglio invece parlare del diritto dei membri del parlamento all’immunità.

Capisco che con questa norma si vuole tutelare il diritto di un parlamentare di esprimere liberamente la propria opinione in parlamento senza paura di ritorsioni legali, ciononostante rimangono seri dubbi sulla necessità di concedere a un parlamentare il diritto di dire in Parlamento cose contro qualsiasi cittadino senza che quest’ultimo abbia la tutela della legge in caso si ritenesse diffamato o ingiustamente offeso. Il dubbio comunque riguarda non tanto il principio, quanto l’abuso che si fa di questo diritto. Se non vado errato, si ricorse al diritto di immunità anche in un caso di accusa di omicidio stradale.

Si ribatte che, proprio per questo motivo, è stata creata la cosiddetta ‘autorizzazione a procedere’ che, in pratica, rimuove l’immunità concessa in caso di situazioni di una certa importanza. Certo, ma questo è il caso in cui il rimedio è peggiore del problema.

E veniamo al caso Salvini.

Ripeto, non ho intenzione di esprimere alcun giudizio legale sulla colpevolezza o meno dell’ex ministro, ma contesto la gestione di tale diritto, gestione che si basa solo su motivazioni politiche e non considerazioni legali o morali. Per esempio, se Salvini fosse stato ancora al governo e membro della maggioranza, l’autorizzazione non sarebbe stata concessa e questo non avrebbe reso il comportamento di Salvini più o meno legale. Più specificamente, i membri del M5S, quelli che erano al governo con Salvini e che, allora, hanno fatto finta di non vedere, di colpo si sono ravveduti e chiedono giustizia. Ma voi credete che il primo ministro Conte e i suoi sostenitori parlamentari, avrebbero votato a favore se la maggioranza fosse stata ancora sostenuta dai voti della Lega?

Sono ovviamente domande retoriche la cui risposta è ovvia, come è ovvio il fatto che a gestire questa prerogativa parlamentare sia la politica e non la giustizia e che ha poco a che fare col diritto del parlamentare di fare il proprio lavoro quanto a difendere un diritto a delinquere.

Ma la politica, a volte, è come la pentola del diavolo, costruita cioè senza coperchi. Mi chiedo infatti se i membri del PD abbiano preso in considerazione il fatto che la concessione dell’autorizzazione a procedere contro Salvini, concessa per motivi politici, possa trasformarsi proprio in un boomerang politico.

La vicenda dell’impeachment di Donald Trump non ha insegnato qualcosa?

La tendenza di eliminare un avversario politico attraverso battaglie legali, a prescindere dai meriti di tale azione, non sempre paga. Si dice che in Italia sia stata la magistratura a perseguitare Silvio Berlusconi. Indubbiamente l’attenzione dedicata a questo imprenditore è stata superiore a quella che invece è stata riservata ad altri capitani d’industria che, sospetto, qualche scheletro nell’armadio ce l’hanno e non è nemmeno tanto nascosto. Ma è anche vero che Berlusconi ce ne ha messo del suo con azioni moralmente discutibili facilitando il lavoro dei presunti magistrati di parte.

Ritengo infatti che le campagne elettorali fatte nei tribunali non sempre pagano in quanto ci vuole poco a trasformare un presunto malfattore in una vittima e quindi la vittima diventa un leader da proteggere.

Sarà un caso, ma la popolarità di Donald Trump è salita quando la Camera dei rappresentanti ha votato per l’impeachment. Tra le tante analogie tra Salvini e Trump, non vedono gli strateghi del PD anche quella tra la richiesta di impeachment e la concessione dell’autorizzazione a procedere?

Credo di no in quanto la possibilità di ricorrere a scorciatoie per rimanere al governo è per molti preferibile a quella più impegnativa della programmazione. Il gioco al massacro per vincere eliminando l’avversario non paga. La maggioranza dei leader politici italiani nella cosiddetta seconda repubblica, di qualsiasi colore, è stata sconfitta perché criminalizzata, spesso insieme ai parenti, a volte dagli stessi colleghi di governo. Salvo poi a finire loro stessi nel tritacarne.

Diceva John Kennedy che, alla fine, per fare la limonata ci vogliono i limoni. Ultimamente a molti sfugge il fatto che nei tribunali si chiede giustizia, non programmi di governo. E questa cialtroneria politica farà aumentare le possibilità che verso la fine dell’anno avremo di nuovo Salvini a Palazzo Chigi e Trump alla Casa Bianca.

 

di Angelo Persichilli

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