Sarebbe bastata una terapia antibiotica a salvare la vita dell’isernino Michele Maria Scarano, sofferente di ascessi celebrali, ma sei medici del San Camillo di Roma, secondo la procura della Capitale, non hanno adottato la cura idonea perché sicuri che il paziente avesse un tumore.
A ritenere fondata questa ricostruzione è il gup di Roma, che ha rinviato a giudizio i sei medici con l’accusa di omicidio colposo.
La vittima del presunto errore diagnostico è deceduta, a 52 anni, il 30 aprile 2017 dopo un’agonia cominciata sei settimane prima: il 18 marzo. Solo a pochi giorni dalla disgrazia l’equipe medica – secondo il pm Pietro Pollidori – si è accorta di aver sbagliato la valutazione degli elementi raccolti nel corso degli esami. Un riconoscimento tardivo, inutile a scongiurare il decesso.
A sedere sul banco degli imputati sarà innanzitutto Clara Leonetti, che avrebbe interpretato erroneamente le lesioni evidenziate dalla Tac con i suoi cinque colleghi – Salvatore D’Antonio, Marcello Ciccarelli, Claudio Perrone, Domenico Nervini e Mario Giuseppe Alma. Non avrebbero disposto la risonanza magnetica richiesta dai medici dell’ospedale di Isernia dove Scarano era stato ricoverato.
La tragica odissea del 52enne ha inizio proprio a Isernia, dove era residente. Una prima Tac nell’ospedale locale serve ad approfondire le ragioni dell’improvviso insorgere di problemi nel linguaggio. Subito viene disposto il trasferimento al San Camillo, dato che è stato diagnosticato un tumore al cervello. Tuttavia il medico isernino si premura di non escludere altre malattie. E indica la necessità di una risonanza. Arrivato nella capitale il 18 marzo, Scarano fino al 24 aprile viene curato come se avesse metastasi al cervello generate da un cancro ai polmoni. Il tentativo di debellare o quantomeno ridurre la presunta neoplasia causa effetti mortali, secondo l’accusa. In questo periodo infatti, stando al consulente della procura, Luigi Cipolloni, gli ascessi degenerano, avvelenando l’intero organismo e rendendo disperate le condizioni del paziente. Soltanto all’ultimo i medici si accorgono che le macchie evidenziate dalla Tac sono ascessi e provano a fornire una spiegazione ai parenti di Scarano. Ai familiari uno dei sei medici si giustifica così: «Non era mai stato chiarito se quelle immagini fossero ascessi o tumore, perché alla Tac sono uguali». Secondo l’accusa, sarebbe bastato un approfondimento più celere per salvare la vita a Scarano con banali antibiotici.

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