di MANUELA PETESCIA

Grandi lezioni di giornalismo – e di etica professionale –  arrivano da Primonumero, il giornale delle prime della classe, o delle maestrine con la bacchetta sempre puntata.

Arrivano, queste lezioni, dopo un infortunio colossale: ignoti che si sarebbero introdotti nel database del giornale, «forzando le barriere di sicurezza» (secondo la versione fornita da loro), e avrebbero modificato il sommario dell’intervista rilasciata a Primonumero dal Governatore, attribuendogli una dichiarazione shock:

«La magistratura è corrotta io ho ragione la Petescia andava arrestata», firmato Paolo Frattura.

E lì è rimasta quella dichiarazione, per ore, in tutta la sua esplosiva portata diffamatoria, senza il minimo controllo, in balia del web e delle sue spietate associazioni (Petescia – arrestata – corrotta), finché sarebbe arrivata, sempre secondo la versione del quotidiano telematico, la segnalazione dello stesso Frattura: «Io non ho mai pronunciato quella frase, cancellatela».

Le scuse di Primonumero non reggono.

Non regge l’alibi «hanno hackerato anche Unicredit e il Pentagono».

Non regge la spiegazione del controllo impraticabile («non è facile accorgersi di violazioni che avvengono nei contenuti di Primonumero.it, che ha circa 300 pagine statiche, 24000 articoli e 100000 news»), perché si trattava di presidiare correttamente i 3-4 articoli principali della homepage, specie dopo che violazioni di quel tipo erano già avvenute.

Non si spiega perché , non appena rimossa la frase ingiuriosa – e cioè un giorno prima dell’articolo di spiegazioni, presentato peraltro in pompa magna, come fosse una medaglia al valore dell’incompetenza – Primoumero non si sia minimamente sentito in dovere di dare un’immediata comunicazione dell’incidente mediatico ai lettori e a tutti i soggetti direttamente interessati, anche solo per rassicurare chi avesse letto quelle dichiarazioni così gravi, a “firma” di Frattura, avvertendo che si era trattato di un atto di vandalismo in rete e magari rinviando i dettagli a un aggiornamento successivo.

Come se i giornalisti non fossero  in grado, a caldo, di fornirne una qualche spiegazione plausibile.

Si spiega benissimo, invece, questa stomachevole vicenda, con la decisione di porgere le più sentite scuse (infarcite di struggente rammarico) a Paolo Di Laura Frattura.

Nemmeno una parola – nemmeno una – alla sottoscritta, che di quelle affermazioni era sicuramente la prima vittima: come se la frase «arrestate Manuela Petescia» avesse arrecato danno a quel pover’uomo.

E si spiega con la posizione colpevolista da sempre, nei miei confronti, di quel giornale. Che si è fiondato prima sul processo al cosiddetto “Sistema Iorio” e poi, soprattutto, su quello di Bari, con un’insaziabile volontà denigratoria, un’apparente mongolfiera mediatica che si è sgonfiata come un palloncino da 1 euro e 30 centesimi dopo la sentenza del 4 maggio.

Sentenza netta, che non ammette repliche e dimensiona appunto quella informazione a una manciata di soldi, palloncini e briciole autoreferenziali.

Così come ha fatto giustizia delle tesi false di Frattura, quella sentenza, ha fatto giustizia anche di chi le ha sostenute con euforia malcelata e con decine e decine di articoli, per di più basati  su vere e proprie invenzioni. Tutte dettagliatamente denunciate.

Invenzioni come questa: «Una localizzazione contestuale, tuttavia, c’è stata. È avvenuta il 22 novembre 2013 (non a ottobre, dunque), quando i telefoni del governatore, del magistrato e della giornalista sono stati localizzati fra le 20 e le 24 (cioè l’ora compatibile con una cena) in zona San Giovanni In Golfo, proprio dove aveva una casa in affitto Fabio Papa». (Primonumero, 14/1/2016).

Esempio delle tesi folli partorite da Frattura e sposate da Primonumero.

Il giornale delle maestrine, il giornale delle saputelle, il giornale delle prime della classe. La classe dei maggiordomi, appunto.

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