Come se non fossero bastati i tanti bocconi amari masticati in questi anni, ora agli ultimi lavoratori ex Ittierre sta per essere servita l’ennesima polpetta avvelenata. La novità emersa dal tavolo tecnico convocato a Campobasso va oltre ogni immaginazione: la procedura di licenziamento collettivo a carico dei 39 dipendenti di Officine Tessili Italiane è stata infatti ritirata. Per la Oti dovrebbe occuparsene la Ittierre, visto che il fitto di ramo d’azienda è scaduto lo scorso primo luglio, ma l’azienda tirata in ballo non intende occuparsene, ritenendo la questione già chiusa da un pezzo. Il rischio concreto è che si finisca davanti a un giudice per venirne a capo, ha sottolineato Francesco Di Trocchio, segretario provinciale di Isernia della Femca Cisl. Ma la cosa che preoccupa maggiormente è che almeno per ora le conseguenze potrebbero le pagano i lavoratori. Senza il licenziamento non potranno infatti accedere agli ammortizzatori sociali: “Questa – commenta Di Trocchio – è l’ennesima beffa per i lavoratori Oti. È pazzesco che si stia assistendo a un nuovo dramma i cui protagonisti sono le due procedure e le vittime i lavoratori, che ormai non sanno da chi dipendono. Per effetto di ciò non si è potuto perfezionare l’iter di licenziamento collettivo che avrebbe permesso ai lavoratori di accedere alla Naspi. Presumibilmente – prosegue il sindacalista – ci sarà un nuovo capitolo giudiziario tra le opposte fazioni, poiché la Ittierre in procedura di liquidazione non riconosce il rapporto di lavoro, con la magistratura che dovrà decidere di chi sono dipendenti i 39 lavoratori. Chiediamo alla Regione di attivare qualsiasi azione di mediazione, nonché di sensibilizzazione del presidente Frattura, affinché possano essere garanti i necessari sostegni al reddito alle famiglie dei suddetti 39 lavoratori, qualora si profilasse una battaglia legale che avrebbe orizzonti temporali non sopportabili dalle malcapitate famiglie. La procedura di liquidazione della Oti ritiene che i 39 siano nuovamente dipendenti Ittierre, ma il dato inconfutabile – conclude Di Trocchio – è che oggi non sappiamo chi è il datore di lavoro di questi malcapitati».

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