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Apertura - Attualità - Politica - 25 Aprile 2017

Il PD in fallimento, un tesoretto per i Renzie

di ADELE FRARACCI

Più di tre milioni e mezzo di votanti alle primarie del 2007, tre milioni e centomila due anni dopo, 2 milioni e otto nel 2013, anno della vittoria di Renzi. Secondo il presidente del PD Matteo Orfini accettabili, a questo giro, 2 milioni di votanti. Saranno di meno, casomai anche un bel po’ di meno, eppure il PD in fallimento, in termini di consensi e di partecipazione democratica ai gazebo, rappresenterà per Renzi – e per i Renzie ai vertici nazionali e locali – un tesoretto di cui godere per rilanciare la propria volontà di potenza. Il generale disinteresse degli Italiani per il PD farà gioco, dunque, agli interessi di Renzi, concentrato, in linea di continuità, essenzialmente su se stesso e su pochi intimi, convinto a tenere ancora in ostaggio il partito, il quale ormai ha cambiato pelle e in gran parte conta su persone che di sinistra hanno davvero poco. Del resto ecco in estrema sintesi la cronistoria renziana: prima si è impossessato del partito, emarginandone i padri, presentandosi come homo novus, rottamatore del vecchio e pronto ad ergersi a leader capace di operare una palingenesi non solo del PD quanto dell’Italia intera; il complesso edipico nei confronti dei padri, ma paradossalmente tutorato da vecchi nonni alla Napoletano e finanche eterodiretto, ha poi generato una serie di azioni di governo talune maldestre e abortive, come nel caso della Jobs act o della Delrio che ha permesso una demenziale confusione riguardo allo status e ai compiti delle Province, altre immediatamente nefaste come nel campo dell’istruzione, altre olistiche ed oracolari, e per questo assai pericolose, vaticinanti per l’Italia chissà quale mondo migliore e possibile, ne è esempio la tentata riforma costituzionale. Propaganda, fanatismo, concentramento di tempo e di risorse in demagogici sogni di rinascita hanno caratterizzato il PD di Renzi in questi lunghi anni, ma nei fatti hanno invece partorito lo svilimento della tenuta democratica del partito, la sua deriva a destra caratterizzata da alleanze con Alfano e Verdini, perdita di vista dei problemi reali del Paese e la materializzazione di veri incubi per i tanti Italiani, la maggioranza, contrari alla modifica della Carta Costituzionale. Oggi la situazione del partito è tale che tra fuoriusciti, difficoltà e faide interne, suo cambiamento camaleontico, le urne saranno appunto poco affollate. Del resto alle primarie da una parte c’e’ Orlando, che non sembra affatto convincente sul piano della originalità e autonomia data la sua strettissima collaborazione con Renzi e l’adesione piena al pensiero unico sul versante della riforma costituzionale, dall’altra c’è Emiliano, che senz’altro presenta un suo profilo originale, autonomo e dirompente rispetto ai ‘compagni’ del PD, ma che paga lo scotto della disaffezione al partito e del fuoriuscitismo. Eppure Renzi, di fronte alle urne semivuote, canterà verosimilmente vittoria al grido ‘ il numero dei partecipanti e’ maggiore rispetto a quello degli altri schieramenti!’. L’importante è cioè che venga incoronato lui, del resto poco o nulla gli interessa; il partito ridimensionato anche nei numeri rappresenta in fondo un ottimo instrumentum regni, per poter innanzitutto continuare a sopravvivere e poi per riprendere fiato nelle sue corse alla ‘cecata’, sospinte dal vento della superbia, spicciola e arrogante, e dell’egocentrismo. Mica è un Macron che ha creato in Francia ex novo un partito, lui è il ‘ladro’ di un partito, a cui troppi all’interno si sono offerti di fare da palo, al punto che oggi esso è appunto in suo ostaggio. In verità sarebbe saggio per gli Italiani non Pd andare a votare in chiave anti Renzi, in ragione di una emergenza democratica nazionale – il PD è pur sempre il secondo partito – offrendo il proprio tributo di 2 euro a favore di un Orlando o meglio sarebbe di un Emiliano. Ma sembra che gli Italiani che hanno a cuore la tenuta democratica nazionale non se la sentano proprio di partecipare al voto, scioccati da cotanta protervia e desiderosi di manifestare appieno la propria distanza da Renzi attraverso l’indifferenza alle sorti del PD. Costoro voteranno in proiezione i fuoriusciti dal PD, voteranno sigle minori e democratiche ma soprattutto voteranno i grillini, utilizzati come mezzo di distruzione del sistema PDR-L, quello dei Renzi-Berlusconi. A destra c’è chi si sta avvicinando a Fitto o all’anima populista, ideologicamente razzista e xenofoba di Salvini, che senz’altro rappresenta fortunatamente una minoranza. Renzi potrà, dunque, cantare vittoria nell’immediato e stingersi con i suoi al tesoretto ma, ne stia certo, avrà un movimento, quello dei grillini, che si infoltirà ulteriormente proprio all’indomani del voto a suo favore ai gazebo e avverserà il migma centrodestrasinistra, manifesto icastico del tentativo di conservazione dei privilegi e del sistema della casta. Il tesoretto non è detto proprio che si trasformi cioè in un patrimonio. Ai Renzie piccoli neppure andrà il tesoretto, capiranno, post, di aver fatto stupidamente solo da palo

1 commento

  1. Credo che molto di quanto scritto derivi da osservazioni locali probabilmente aprendo lo sguardo si può capire anche qualcosa di diverso e anche che il PD non è formato solo da ex PC ma anche da altre componenti come gli ex Margherita e da chi non è ex di niente ma trova spazio in una ideologia più vasta ed ampia delle nuove generazioni di politici e di militanti. Assimilare il PD ai soli ex PC è un errore macroscopico

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