di PASQUALE DI BELLO

Quello che ha investito il mondo e i popoli delle Carresi appare un ineluttabile percorso di estinzione. La morte annunciata di una tradizione millenaria, aggravata dal silenzio colpevole della classe politica e dal mondo della cultura.

Sulle Carresi, alla prova dei fatti, è sceso da tempo un sudario di colpevole disinteresse, per non dire di omertà, da parte delle Istituzioni e della Cultura molisane. La strenue e debole resistenza dei sindaci delle tre comunità interessate: San Martino in Pensilis, Portocannone e Ururi, non è più sufficiente a contrapporsi ad un processo di demolizione della memoria, della tradizione e dell’identità di un popolo che si gioca su altri piani. Da una parte la potente lobby internazionale degli animalisti, dall’altra microscopiche comunità locali senza forza e senza quattrini. Va precisato, al fine di scansare equivoci, che l’animalismo a cui qui si fa riferimento è quello inteso nella sua accezione estrema e degenere, che non ha nulla a che fare con l’amore e il sacrosanto rispetto per il benessere degli animali, ma appartiene a quel processo ormai inarrestabile di “umanizzazione” degli animali contrario non solo alla logica ma, prim’ancora, alla Natura. Per intenderci, l’animalismo a cui facciamo riferimento è quello che, ad esempio, vorrebbe impedire l’uso di omogeneizzati per i bambini. Una posizione estrema e fanatica che, nel tempo, ha trasformato l’amore per gli animali nell’odio paradossale per tutto il resto. Tra questo “resto”, purtroppo, è da annoverare anche l’identità dei popoli, quella che si manifesta anche e soprattutto attraverso tradizioni millenarie. Sulla scorta di questa suggestione, mossa da una lobby mondialista trasversale, i Parlamenti nazionali hanno prodotto nel tempo norme e prescrizioni che, nel tentativo di regolamentare fatti nascenti dallo sviluppo di nuove sensibilità, hanno fatto tabula rasa di tutto il resto. Per fare un esempio a tema, nel tentativo di evitare un colpo di verga al quarto posteriore di un bue (cosa che avviene dalla nascita del mondo), non si è esitato un solo istante a sferrare una pistolettata al cuore di una comunità. L’identità di un popolo vive solo se si trasmette di generazione in generazione e la tradizione, in tal senso,  è l’unico antidoto capace di resistere all’oltraggio del tempo.

Quello che è accaduto, è ormai una storia purtroppo nota. L’attacco alle Carresi ha una data precisa: 21 luglio 2009. Quel giorno il sottosegretario alla Salute del Governo Berlusconi, Francesca Martini dirama un’ordinanza destinata a disciplinare l’uso di “equidi” nelle manifestazioni popolari. Le Carresi del basso Molise vengono colpite dal provvedimento per l’impiego di cavalli lungo il percorso. All’ordinanza Martini, si aggiungono le denunce per maltrattamento presentate da associazioni animaliste che portano alle provvedimento di sequestro di stalle e animali (buoi e cavalli) disposto dalla Procura della Repubblica di Larino ed eseguito dai Nas il 25 aprile 2015. Quell’anno le Carresi saltano e solo nel 2016 tornano grazie alla sottoscrizione di un nuovo regolamento che disciplina la manifestazione. Il documento, a cui hanno lavorato professori universitari, scienziati e avvocati, viene accolto con soddisfazione anche dalla Procura di Larino. Il 16 dicembre 2015 il Procuratore Capo di Larino, Ludovico Vaccaro, e l’Avv. Antonio De Michele, coordinatore dell’equipe che ha predisposto il nuovo regolamento, tengono una conferenza stampa congiunta nel corso della quale viene illustrata la nuova disciplina delle manifestazioni. Quel giorno si riaccendono le speranze di migliaia di cittadini, di tre popoli e di tre comunità. La ritrovata serenità, però, si spegne subito. Una nuova ordinanza (che integra e inasprisce la prima) viene emessa il 3 agosto 2016 dal Ministro per la Salute del Governo Renzi, Beatrice Lorenzin. Con questo nuovo provvedimento viene vietato nelle manifestazioni popolari l’utilizzo di cavalli purosangue. In pratica la stragrande maggioranza (se non la totalità) di quelli che partecipano alle Carresi. Il provvedimento prevede una deroga, allorquando il percorso della manifestazione presenti “caratteristiche analoghe a quelle degli impianti ufficialmente autorizzati dal Ministero per le politiche agricole, alimentari e forestali per le corse di galoppo”. In pratica, per continuare, le Carresi devono trasformare il loro percorso in quello di un ippodromo. Fatto, quest’ultimo, evidentemente impossibile.

La fine della storia è questa ed ogni scorciatoia che si sta tentando di percorrere non solo non risolve il problema, ma lo acuisce. Ad esempio, a San Martino in Pensilis si sta cercando di organizzare l’edizione 2017 della Carrese limitandola al solo primo tratto della manifestazione, quello in terra battuta. Un errore clamoroso, una battaglia di retroguardia che non porterà ad alcun risultato se non quello della estinzione della tradizione. La Carrese intanto ha un senso in quanto innestata dalla partecipazione dell’intera comunità all’evento. Svolgerla al di fuori della cerchia urbana mozza in tronco questo aspetto, quello dell’abbraccio popolare ai Carri che transitano lungo la strada principale del paese per fermarsi davanti al sagrato della Chiesa madre. Il letto di Procuste sul quale ormai ogni anno viene stesa la tradizione, per accorciarla o stiracchiarla a seconda delle ugge di un legislatore miope, porterà alla progressiva estinzione della manifestazione. Arriverà un tempo in cui, paradossalmente, il Ministro di un governo qualsiasi disporrà quanto lunghe debbano essere le corna dei buoi e ci si affretterà ad allungarle con delle protesi o a segarle sotto un nastro a seconda delle circostanze.

Appare evidente, allora, che la battaglia da fare non è quella dell’adattamento progressivo a norme sempre più restrittive. L’aspetto legale è da considerare ma è quello meno importante. Ve ne sono due, intimamente connessi l’uno all’altro, che vanno posti al centro dell’attenzione: quello culturale e quello istituzionale. Quello culturale è rappresentato dalla affermazione del valore equivalente delle tradizioni popolari rispetto alle nuove sensibilità espresse dal movimento animalista (generalmente inteso e non nella sua accezione estrema e degenere). Il secondo, è quello di trasformare questo principio in una normativa specifica di settore che, in deroga, sottragga al quadro generale di riferimento le manifestazioni stesse e corregga le storture dell’Ordinanza Martini e delle successive integrazioni.

Per fare questo occorrono alcune cose: una forte mobilitazione popolare accompagnata da un’opera incessante e ostinata del mondo della Cultura e delle Istituzioni in favore delle Carresi. Il Molise è una regione dove molti scrivono libri, dipingono, suonano, scrivono poesie, scolpiscono statue, intarsiano legni e si interessano di tanti aspetti dello scibile umano; è una regione nella quale insegnano decine se non centinaia di professori universitari, ed è una regione che dispone di una rappresentanza politica a vario livello: locale, regionale, nazionale ed europeo. Ciascuno faccia la propria parte, diversamente nessuno potrà considerarsi assolto per la morte delle Carresi. Anzi, la chiamata di correo riguarderà tutti. Nessuno escluso.

 

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