di ANNUNZIATA D’ALESSIO

A Rigopiano l’altro colore della neve raggela l’Italia e la unisce in uno scenario eccezionale di tragedia ed epico coraggio. Da lige umanista qual sono, di fronte allo spettacolo doloroso di questi giorni, colta da un palpito d’angoscia, ho cercato subito rifugio nel “senso” della letteratura. La mente prima ha compiuto rapidi giri su scottanti considerazioni scontate: “…un altro Vajont?!” , “… ancora inadeguatezza e corruzione a braccetto?!”,”…è solo legge di natura? L’uomo ha fatto i suoi errori, la natura ha seguito il suo corso…” e così via fra un passaggio e l’altro. Ma se i pensieri galoppavano su un terreno sdrucciolevole, l’anima si dimenava per svincolarsi dalla sterile polemica e cercava un gancio… Allora come spesso accade in questi momenti di grigio senza sfumature, ho chiesto conforto alla memoria affidata a libri amici. Eppure mai come questa volta le mani guidate dai ricordi hanno faticato a ritrovare parole d’autore che esprimessero il silenzio della neve in un’accezione negativa, nel ruolo funesto della tragedia, fuori dall’amena poesia. La neve in letteratura pare consacrata solo ad una pura visione di soave piacere! “…fiocchi bianchi e leggeri”, “La neve…arriva senza fare rumore. Ha dita dolci, lievi e sottili che sfiorano senza toccare”, “…ha quell’alito di gioia…” ecc. Ogni verso appare stonato, fuori luogo, stridente con il lutto di Farindola. E tutto a un tratto la straordinarietà di un fiocco di neve, per cui non se ne trova in natura uno uguale all’altro, la passione di Wilson Benteley, che amava fotografarli e li chiamava “ snow blossoms ( fiori di neve),” miracle of little beauty” (miracolo di piccola bellezza) o l’esistenza di una “Guida ai fiocchi di neve”, se non mi disturba, mi lascia in una cupa sospensione… Io che ho sempre elevato la neve al di sopra delle passioni come una “lima” per i sensi: “C’è quella pace serafica e palpabile che percepiamo soltanto quando nevica: quando una nevicata inattesa scende a scaldarci l’animo, avvolgendoci di una serenità inebriante che pare addirittura sia possibile, annusando l’aria, respirare il cielo mentre un candido manto si dispone a ricoprire ogni cosa.”(“Berenice in mezzo ai lupi. Racconto in tre atti”) mi sorprendo nel disincanto. Questa volta fatico a scorgere in Natura qualcosa di sacro: è l’Uomo che ruba la scena! Lo stesso genere umano che ha reso possibile il disastro si riscatta con un pugno di anime che vanno a tentare il miracolo. Deve esserci qualcosa di soprannaturale in questi uomini che indossano gli sci nel buio della notte ad una temperatura al di sotto dello zero e, a testa bassa nella morsa del gelo, s’incamminano verso l’ ”altro”…Abbiamo sempre bisogno di cadere per ricordarci della “scintilla” che ci anima e ci salva. La tragedia fa da specchio, misura la nostra fragilità, ma in termini spinoziani anche la Sostanza divina di cui siamo fatti. Ci sono uomini capaci di rispondere all’appello incondizionato di una “chiamata” folle che li rende homo homini deus in un abisso infernale di ghiaccio, cemento e detriti senza certezze se non quelle del loro rovine. E mentre le notti di lavoro si susseguono, le mie mani continuano a frugare fra le carte come le mani a Rigopiano continuano a scavare nella neve… e finalmente fra le righe sovviene una quartina ad aprire un varco alla speranza che resta: “Qualcosa è nascosto. Vai a cercarlo. Vai e guarda dietro i monti. Qualcosa è perso dietro i monti. Vai! E’ perso e aspetta te!” (R. Kipling). Una preghiera. Annunziata D’Alessio

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