di PASQUALE DI BELLO

Ad un certo punto della cerimonia, quella per il 53° anniversario della costituzione della Regione Molise (avvenuta il 27 dicembre 1963), il governatore Paolo di Laura Frattura, parlando di Florindo D’Aimmo, così si è così espresso: “Un privilegio, un privilegio davvero, voltarci indietro e trovare alle nostre spalle personaggi di tale levatura politica, intellettuale, culturale e umana”. Dopo aver parlato, Frattura si è repentinamente voltato nel timore che da dietro potesse arrivargli uno scoppolone dall’Aldilà. La cosa non avrebbe sorpreso nessuno, tanta è la differenza oceanica tra ora e allora, tra chi ha edificato la Regione Molise e chi, nel corso degli anni, l’ha distrutta, primato negativo che, per onestà intellettuale, va condiviso tra l’attuale rappresentanza politica e larga parte di quella che, negli ultimi venticinque anni, l’ha preceduta.

Per avere una misura di quanto la stessa misura sia colma, basti considerare questo: la cerimonia per il compleanno regionale, ampiamente annunciata per il 27 dicembre alle ore 9:30, è partita con settantadue minuti di ritardo. Una pessima abitudine, quella che i consiglieri regionali fanno fatica a scollarsi di dosso. Basterebbe, come deterrente, detrarre cento euro dalla paghetta per ogni minuto di ritardo, e c’è da giurare che nessuno sgarrerebbe di un secondo.

La mancanza di rispetto, in questa circostanza, vale doppio poiché la giornata coincideva con la intitolazione della sede del Consiglio regionale proprio a Florindo D’Aimmo, l’uomo che più di altri, all’alba degli anni ’70, seppe immaginare, disegnare, progettare e realizzare un Molise moderno tratto letteralmente da una dimensione medievale. Dopo di lui, pian piano, specie a partire dai primi anni ’90, c’hanno pensato altri invece a riavvicinare la Regione ai secoli bui. Ma non è bastato nemmeno D’Aimmo a destare dal sonno cocciuto e pasciuto e dal ritardo cronico che caratterizza la stragrande maggioranza dei componenti l’assemblea dell’ex Palazzo Moffa, oggi D’Aimmo. A rappresentare quest’ultimo, è stata l’intera famiglia capeggiata dal fratello Vittorio e dal figlio Antonio a cui è toccato il commosso ricordo del papà. Un politico vero tra i tanti politici di cartone che anche oggi affollavano l’aula.

Negli ultimi tempi della propria esistenza, D’Aimmo faceva qualche passeggiata nella sua amata Termoli, accompagnato da un fido assistente che lo scortava immancabilmente anche durante le funzioni religiose. Chi voleva, sapeva di poterlo trovare immancabilmente alla funzione serale nella chiesa dedicata al Santo Timoteo. Il tempo era passato anche per lui, ma lo stile e la signorilità erano restati intatti. Eleganti come quel suo impermeabile perfettamente stirato, tratto di un decoro personale, oltre che politico, che ne faceva anche sul piano esteriore l’esemplare di una razza diversa: quello del politico al tempo in cui la Politica aveva senso e valore. Questo non vuol dire che il tempo che fu non fu carico di errori e coloro che lo incarnarono ne furono esenti. Vuol dire, semplicemente, che se la prima Repubblica era capace di tenere dentro il buono e il cattivo, la seconda, nata dopo Tangentopoli, è un allagamento di quaquaraquà, parvenu e arrivisti senza arte né parte, scaltri e mediocri personaggi creati dalla preferenza clientelare e non da quella selezione e formazione di partito che un tempo, dalla Democrazia cristiana al Partito comunista, ha garantito all’Italia e al Molise una prospettiva ed un futuro. D’Aimmo fu parte di questo mondo antico di cui uno dei tratti dominanti fu la capacità di sognare. Dal sogno di una Regione al progetto e alla costruzione di una Regione, fu questo il tratto caratteristico di un uomo la cui lungimiranza si leggeva nello sguardo anche quando la vita era ormai alla fine. D’Aimmo, quando lo incontravi, insieme al suo fido assistente, aveva un portamento sempre eretto, accentuato dall’impermeabile perfettamente stirato. Sembrava che guardasse lontano, e forse era davvero così. L’avergli intitolato la sede del Consiglio regionale è l’unica opera meritoria di una classe politica, quella attuale, che invece non si merita assolutamente niente. D’Aimmo (la storia è vera) in Regione ci dormiva letteralmente. Anche oggi lo fanno, ma di giorno, a differenza di D’Aimmo che lo faceva a tarda notte in una stanzetta che si era fatto allestire nel palazzo che oggi porta il suo nome. Altri tempi. L’unica consolazione, quella che parzialmente ci risarcisce di questo tempo, è che tra cent’anni qualcuno si ricorderà di Florindo D’Aimmo, un politico vero, mentre tra un anno nessuno si ricorderà più di dei politici di cartone che oggi lo hanno celebrato.

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