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In Molise al voto col Fratturellum. La doppia partita di Paolo di Laura Frattura

di PASQUALE DI BELLO

L’adesione entusiasta del presidente della Regione Molise alla proposta avanzata da Matteo Renzi di andare alle elezioni politiche col Mattarellum, nasconde degli interessi al momento nascosti. Grazie al Mattarellum, Frattura tenterà il trasferimento a Roma e, al tempo stesso, di giocarsi nuovamente la partita alla Regione Molise.

A vedere certe fotografie e i sorrisi al Sidol dei protagonisti, sembra che quella tenuta domenica non sia stata l’Assemblea nazionale del PD, ovvero le esquie di un partito uscito morto dalla consultazione referendaria, ma il Carnevale di Rio del Janeiro. A guidare il trenino samba per il Molise è stato il presidente della Regione, Paolo di Laura Frattura, auto immortalatosi in uno scatto che lo ritrae giocondo insieme al segretario regionale del PD Molise, Micaela Fanelli, e in un secondo, insieme a Renzi, mentre chiede all’ex capo del Governo di restituirgli il pin del cellulare. Al confronto dei tre, sorridenti e giulivi con la sola eccezione della vicina Serracchiani impegnata in un ghigno che sembra Regan nell’Esorcista prima di sollevarsi dal letto, l’esplosiva esuberanza delle Oba Oba nella reclame del Cacao Meravigliao è nulla, l’equivalente di un uomo morto in attesa dell’autopsia. Sta di fatto che la coppia molisana, al pari di Matteo Renzi, invece di correre nel primo stanzino delle scope e chiudersi al buio per i prossimi cinque anni, è  risalita a galla dall’abisso nel quale gli italiani e i molisani li hanno precipitati. Come novelli Maiorca, dopo la liturgia fotografica, hanno lanciato l’urlo liberatorio di chi, finito sul fondo con un masso al collo, è poi riemerso dall’apnea grazie ai soliti stratagemmi a cui la classe politica ricorre quando giunge ad un passo dall’estrema unzione. Lo stratagemma ha preso all’inizio le sembianze di Paolo Gentiloni, un uomo costantemente a testa china che ricorda il povero Chinaglia per l’inclinazione della capo ma se ne distanzia anni luce quanto a capacità di sparare un vaffa al cubo al proprio allenatore. Voluto da Sergio Mattarella, da Matteo Renzi e dal grande vecchio della politica italiana, Giorgio Napolitano, Gentiloni si è messo subito sull’attenti e, insieme a lui, tutti i sostenitori del governo dei “responsabili”, la cui unica responsabilità tenuta a cuore è quella di lucrare la paghetta a fine mese e, possibilmente, il vitalizio a fine legislatura. Quest’ultimo, tuttavia, è un caso dubbio, poiché bisognerà vedere se la legislatura giungerà sino a settembre 2017, data oltre la quale scatta l’odioso privilegio. Con molta probabilità, questo non dovrebbe accadere e la pietra tombale a questa aspettativa ce l’ha messa proprio Matteo Renzi che, nel corso dell’Assemblea nazionale, ha fatto capire di voler andare alle elezioni rapidamente e con un sistema elettorale bell’e pronto, il Mattarellum, dal nome dell’attuale capo dello Stato che lo ideò nel 1993. Un sistema misto che assegna il 75% dei parlamentari attraverso l’elezione col sistema maggioritario e il 25% con quello proporzionale. Un marchingegno, quello di Mattarella, elaborato sotto i colpi di Tangentopoli che a quel tempo stava smantellando la Prima Repubblica e la Seconda che stava nascendo a seguito del referendum proposto da Mario Segni, quello che smantellò il vecchio sistema proporzionale.

Quello che accadde, è cosa nota. Il diritto di scegliere i propri rappresentanti dal popolo passò definitivamente e integralmente nelle mani delle segreterie di partito, uniche deputate alla selezione dei candidati, specialmente di quelli da proporre nel collegio maggioritario uninominale. Con questo sistema a vincere è il candidato (uno per partito, schieramento o movimento) che prende nel collegio un voto più degli altri. Fatti bene i conti, i partiti piazzano i candidati che intendono eleggere a tutti costi in collegi blindati dove risultano marcatamente più forti. Il caso più eclatante è quello che riguardò Antonio Di Pietro candidato in Mugello sotto le insegne dell’Ulivo nel 1997. Nel rosso Mugello, anche se avessero candidato il Gabibbo al posto di Di Pietro, l’Ulivo di Romano Prodi ne avrebbe ottenuto l’elezione. Lo schema Mugello – Di Pietro è quello che vedremo applicato in tutta Italia qualora prevalga l’idea di Renzi e che ha ottenuto immediatamente l’appoggio del presidente della Regione Molise. Grazie al Mattarellum, anzi al Fratturellum in questo caso, Paolo di Laura Frattura si giocherà la partita della vita. Condannato dalla più grande dose di impopolarità mai raggiunta in Molise da un presidente di Regione, Frattura tenterà di giocare su due fronti: quello  nazionale prima e quello regionale poi.

Andiamo per gradi. Le elezioni politiche, nelle intenzioni di Renzi, dovrebbero tenersi entro giugno 2017; quelle regionali del Molise sono invece programmate tra febbraio e marzo del 2018. Di mezzo ci sono otto, nove mesi per giocare la doppia partita. Ecco come. A formulare le candidature per le politiche in Molise sarà la segreteria regionale del PD e Frattura, bisognoso di un paracadute che ne eviti la caduta rovinosa, ne otterrà una al collegio maggioritario. Vedremo se alla Camera o a quel Senato che Frattura voleva abolire. Tra le due è questa la strada che appare più probabile. Alla Camera ci sta pensando da anni il segretario del partito Fanelli. Entrambi sono due renziani di ferro e dovrebbero spuntarla a danno degli altri: Leva e Ruta, che sono iscritti (più il primo che il secondo) nella minoranza del PD, e la renzianissima Laura Venittelli che con molta probabilità verrà spedita al proporzionale. Qui si aprono le incognite. Frattura è convinto di poterla spuntare all’uninominale, battendo il candidato del centrodestra e quello del Movimento 5 Stelle. In questo modo resterebbe in carica per gli otto- nove mesi che separano le politiche dalle regionali sia come parlamentare sia come presidente della Regione. Precedenti ve ne sono e, tra le altre cose, proprio in Molise. Iorio fu per mesi sia senatore sia governatore. Poi optò per la seconda carica. Le leggi italiane, si sa, sono fatte per essere aggirate e interpretate e quella che dovrebbe essere una scelta immediata, o l’una o l’altra cosa, in realtà viene trascinata dagli interessati il più a lungo possibile. Da parlamentare, Frattura cercherà di tentare nuovamente la scalata alla Regione. Comunque la si giri, cercherà di cascare in piedi. La possibilità tuttavia che buschi una legnata al maggioritario da parte dei grillini e il successivo tiro al piccione da parte del suo stesso partito e della sua coalizione nella corsa alla ricandidatura alle regionali, non è poi così tanto remota. Sta di fatto che il concorso fotografico andato in onda alla scorsa Assemblea nazionale del PD e alla quale hanno preso parte Frattura e Fanelli e finanche qualche piddino di complemento autorottamatosi allo sfascio comunista, rimane una delle manifestazioni più ridicole e grottesche di una classe politica destinata ad essere seppellita alla prima occasione da libere elezioni.

Quella lanciata dal PD renziano e dalle propaggini locali è un’Opa ostile nei confronti della democrazia in generale e della sinistra in particolare. Ci troviamo davanti alla più grande, inconcludente e squalificata razza politica mai vista in circolazione, boriosa e autoreferenziale, bugiarda a tal punto di contrabbandare l’avviso di sfratto ricevuto dal popolo italiano nel contratto di locazione perpetua per le proprie poltrone.  

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