foto di Manuela Neri
foto di Manuela Neri

di PASQUALE DI BELLO

Dopo uno spiraglio di luce dovuto alla approvazione del Disciplinare che ne regola lo svolgimento, il cielo delle Carresi di San Martino in Pensilis, Portocannone e Ururi, torna ad addensarsi di numi minacciose. A poco più di un mese dal 30 aprile – data della Carrese di San Martino in Pensilis – ritardi e bizantinismi interpretativi rischiano di distruggere le tradizioni e il lavoro sin qui svolto.

Domenica scorsa, dopo una via crucis durata quasi un anno, due delle tre associazioni carristiche di San Martino in Pensilis, il Carro dei Giovanotti e quello dei Giovani, hanno proceduto per la prima volta ad una seduta di allenamento per buoi e cavalli. L’uso di questo termine, allenamento, è una minchioneria semantica che i lettori ci perdoneranno, specie quelli dei tre comuni interessati alle Carresi: San Martino in Pensilis, appunto, Portocannone e Ururi. Ma a tanto siamo arrivati, al contrabbando delle parole. La scienza dei significati, applicata alle Carresi, ci impone di usare la parola “allenamento” in luogo di “prova”.

Su questo cavillo lessicale, senza guardare alla sostanza delle cose, le Carresi sembrano tornare nel buco nero nel quale erano finite il 25 aprile del 2015 quando, in ossequio ad un provvedimento della Procura di Larino, venne eseguita una misura cautelare di sequestro di animali e stalle che portò alla paralisi delle manifestazioni. Grazie al lavoro di una equipe di studiosi (veterinari, giuristi e antropologi a cui bisogna erigere un monumento di gratitudine alla competenza e alla serietà), alla fine dello scorso anno si è giunti alla elaborazione e sottoscrizione di un Disciplinare che regola lo svolgimento delle Carresi e disinnesca ogni polemica legata ai presunti maltrattamenti agli animali. Un disciplinare che ha ricevuto il plauso della stessa Procura di Larino, espresso in una conferenza stampa congiunta del Procuratore Vaccaro e dell’Avvocato De Michele, quest’ultimo a capo del gruppo di scienziati che hanno studiato e risolto la questione.

Bene, sembrava tutto finito e invece si ricomincia. Il meccanismo si è immediatamente inceppato subito dopo la ripartenza. E questa volta non si è inceppato per l’opera di qualche sconsiderato che ha inteso violare il disciplinare, ma per bizantinismi interpretativi che, fermandosi sulla carta e saltando a piedi pari la sostanza, rischiano di distruggere tutto il lavoro fatto. Quelle di domenica scorsa, a quanto è dato di sapere, sono state considerate dalle forze dell’ordine prove e non allenamenti e, sulla base di questa interpretazione, necessitavano di essere autorizzate. Ad autorizzarle doveva essere la “Commissione unica di vigilanza”, quella che ha il compito di verificare il rispetto di quanto previsto nel Disciplinare. Sta di fatto, però, che tale Commissione non è completa e quindi non è operativa. In questo, sia detto per inciso, le associazioni carristiche non c’entrano una beata mazza. A mancare è un componente la cui designazione è stata richiesta alla FISE Molise, la sezione locale della Federazione italiana sport equestri, presieduta sino a qualche giorno fa da Giuliana di Laura Frattura, sorella dell’attuale governatore del Molise. Dalla FISE, nonostante le richieste inoltrate, non è pervenuta non solo alcuna designazione ma nemmeno una risposta a dimostrazione non della mancanza di sensibilità ma, ancor prima, della serietà di cui ogni Istituzione (quelle sportive comprese) dovrebbe essere dotata. Ogni commento, a questo punto, è superfluo. Soprattutto in questo frangente: ai primi di marzo la FISE Molise è stata commissariata per irregolarità amministrativo- contabili e la sua gestione è stata affidata a Giulio Trevisan presidente della sezione Abruzzo. L’auspicio è che passando dalla gestione Frattura a quella Trevisan la situazione possa sbloccarsi, altrimenti saremo costretti ad assistere inermi ad altri estenuanti bizantinismi interpretativi. Sia ben chiaro: qui non c’entrano né la Procura né le forze dell’ordine che, semplicemente, fanno quello che devono fare. Ma non c’entrano nemmeno le associazioni carristiche e i cittadini delle tre comunità, offesi e feriti da una vicenda che partendo dal presunto maltrattamento agli animali è arrivata al certissimo maltrattamento all’identità di tre popoli. Tra la gente, più passa il tempo e più il sospetto che le Carresi le si vogliano cancellare, da dubbio sta diventando una certezza. Eppure basterebbe un po’ di buonsenso. Prendiamo la questione in esame. La storia e il buonsenso bastano a spiegare come, in questo caso, allenamento e prova siano sinonimi e che quindi nessuna autorizzazione preventiva andava chiesta e ottenuta. Per capirci, sarebbe improprio chiamare “allenamento” le “prove” di Formula 1, ma non essendo animali le macchine, nel caso delle Carresi i due termini sono sinonimi perfetti. Di questo passo, l’interpretazione letterale del Disciplinare rischia di far perdere di mira la sostanza delle cose, compresa quella prescrizione prevista dal Disciplinare stesso di un periodo di allenamento minimo di 60 giorni precedenti alla manifestazione. Fate voi i conti. La Carrese di San Martino in Pensilis è fissata al 30 aprile e siamo ancora a metà marzo a pettinare le bambole.

In conclusione, e lo riscriviamo per l’ennesima volta. Il problema non è legale, è culturale. O si comprende che le Carresi sono un patrimonio per le comunità interessate, per il Molise e per la storia delle tradizioni italiane; o si comprende che esse contribuiscono a mantenere saldo il senso di identità e di legame con la propria storia e col proprio territorio, oppure diventano, come la lobby mondialista-animalista tenta di far passare, manifestazioni di barbari e seviziatori. Non è così ed è a questa mistificazione che bisogna opporre una reazione forte, dignitosa (come finora è stato) e culturalmente attrezzata. A partire da una regoletta molto semplice: uscire dalla soggezione psicologica nella quale si è piombati. Una soggezione che è arrivata all’assurdo semantico, alla necessità di chiamare “allenamento” quelle che per secoli sono state chiamate “prove”. Anche questa piccola sfumatura lessicale (ma non sostanziale) è un segno di debolezza e di paura e di progressiva distruzione di una storia. Anzi, della Storia di tre popoli. Se non si uscirà da questa soggezione, da questo terrore psicologico, dalla convinzione velenosa di essere portatori di un marchio d’infamia, le Carresi non sopravviveranno. A meno che non si vogli assecondare un percorso che, di fatto, porta dritto alla eutanasia di una tradizione unica al mondo.

 

Poscritto. Sul piano della comunicazione, ci permettiamo di suggerire una strada, mutuata dal calcio: quella della “prova televisiva”. Trasmettere la diretta televisiva delle tre Carresi sortirebbe due effetti. Sarebbe un deterrente nei confronti di eventuali violazioni al disciplinare e, principalmente, un mezzo potentissimo per mostrare al mondo la lealtà, l’amore per gli animali e l’incommensurabile bellezza e valore di una manifestazione che tiene insieme religione, storia, folklore, valori, identità.

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