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Attualità - Evidenza - Idee e opinioni - QD - 26 Febbraio 2016

Medici obiettori di coscienza. Aumentano gli aborti clandestini: in Molise stimati 75 all’anno

untitleddi MINO DENTIZZI

Il decreto legislativo del 15 gennaio scorso ha depenalizzato l’interruzione di gravidanza clandestina, ma contemporaneamente ha innalzato le sanzioni: dalla cifra simbolica di 51 euro si passa ad un’ammenda pecuniaria tra 5 mila e 10 mila euro. La conseguenza è evidente: le donne esiteranno sia ad andare in ospedale in caso di complicazioni, sia a denunciare chi ha praticato l’operazione al di fuori dalle strutture pubbliche.

E’ questo accade in una realtà in cui la percentuale dei ginecologici obiettori di coscienza è altissima. In Italia il 70 per cento dei medici e degli infermieri sono obiettori di coscienza. Questa è la media, perché ci sono Regioni d’Italia dove l’obiezione è ancora più alta ed il Molise ha la maglia nera, con il 93,3%, che significa che nella nostra Regione sono solo due i medici che applicano la legge 194 e praticano l’interruzione volontaria della gravidanza. Che significa questo? Che praticare l’interruzione di gravidanza è diventato per le donne molisane un percorso ad ostacoli e contro il tempo.

Conseguenza della scarsità dell’offerta del pubblico è l’aumento gli aborti clandestini e quelli fai da te, con le donne che si procurano l’aborto a casa prendendo pillole che si possono acquistare via internet o direttamente in farmacia. Il Ministero stima che gli aborti clandestini siano circa 15 mila l’anno (in Molise circa 75).

Una cifra che secondo diverse associazioni di medici è assolutamente sottostimata e lontana dalla realtà e in continuo aumento. Leggendo, infatti, i dati del ministero, dal 1993 gli aborti spontanei sono cresciuti del 40%. Secondo molti i ginecologi, dentro questi aborti spontanei si nasconderebbero anche gli aborti clandestini, iniziati magari a casa e finiti con il ricovero in ospedale. Negli ultimi anni su internet fioriscono siti dove acquistare in perfetto anonimato, sia la Ru486 che il Cytotec, farmaco per l’ulcera che ha come effetto collaterale delle forti contrazioni dell’utero che possono portare all’aborto. Nel 95% dei casi la donna che ha assunto le pillole completa l’aborto in casa, senza nessuna complicazione. Alcune però hanno bisogno di un successivo intervento del medico, magari a causa di emorragie. In questo caso il medico registra l’aborto come spontaneo.

Ma c’è un’altra ripercussione, ancora più dolorosa, del fatto che l’obiezione sia così elevata: alla sofferenza per una scelta che non è mai facile per una donna, si aggiunge il giudizio di colpa che queste donne devono affrontare quando attraversano gli ospedali pubblici così pieni di obiettori. E questo succede molto spesso quando le donne devono praticare l’aborto terapeutico. Sono storie incredibili, non degne di un Paese civile.

Non è così nel resto d’Europa. In Francia tutti gli ospedali pubblici hanno l’obbligo per legge di rendere disponibili i servizi d’interruzione della gravidanza. In Inghilterra è obiettore solo il 10% dei medici ed esistono centri di prenotazione aperti 24 ore su 24, sette giorni su sette e, infine, tutti gli operatori che decidono di lavorare nelle strutture di pianificazione familiare non possono dichiararsi obiettori. In Svezia non esiste il diritto all’obiezione di coscienza. E a scanso di equivoci, in Svezia se uno studente di medicina chiede di specializzarsi in ginecologia e ostetricia subito gli si chiede la sua opinione sull’aborto. Se ha dei problemi di qualsiasi ordine e tipo gli si consiglia di scegliere un’altra specialità. La Federazione Europea delle Associazioni Familiari Cattoliche ha presentato presso il Consiglio d’Europa un reclamo collettivo contro la Svezia, perché, si sosteneva, che l’impossibilità di dichiararsi obiettori di coscienza violasse l’articolo 11 della carta sociale del Consiglio d’Europa. Il Consiglio d’Europa ha rigettato il ricorso con queste importanti motivazioni: «La finalità primaria dell’articolo 11 è quella di garantire un adeguato accesso ai servizi sanitari, individuando nelle donne in gravidanza le prime destinatarie di tutela».

Ecco da noi succede l’opposto, prima gli obiettori e poi le donne.

 

 

 

 

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