crisi-economicadi MINO DENTIZZI

La sostenibilità negli anni futuri di un sistema universalistico come il Servizio Sanitario Nazionale è spesso messa in dubbio per una serie di ragioni, come l’invecchiamento della popolazione, l’aumento della cronicità, il costo della tecnologia, etc. Oggi esaminiamo l’aspetto inerente l’aumento della popolazione anziana, ma per chiarirne nei limiti del possibile i termini, forse non sempre noti a molti.

La spesa unitaria di beni e servizi cresce al crescere dell’età. Tuttavia a generare spesa non è l’età, ma la malattia. L’età è un valore che stima la prevalenza delle malattie croniche, ma la relazione non è così lineare come è credenza comune. Infatti, si prolunga la vita media, ma aumentano anche gli anni privi di malattia.

L’indagine multiscopo dell’ISTAT dimostra che l’età in cui mediamente compaiono patologie si è  spostata per decenni in avanti grosso modo in modo proporzionale all’aumentare della durata media di vita, con il risultato che il numero di malati cronici è rimasto costante o accresciuto di poco. Tutto questo, però, fino a dieci anni fa.

Se, infatti, gli italiani da allora sono diventati ancora più longevi, i loro anni in buona salute, però, si sono tragicamente ridotti. I 65enni italiani hanno una speranza di vita di 21 anni (al quinto posto, dopo Giappone, Francia, Spagna e Svizzera), ma sono agli ultimi posti nella classifica per speranza di vita in buona salute: 8 anni per gli uomini e 7 anni per le donne   Tale valore è confermato dai dati Eurostat che rilevano come nel periodo 2005-2013 la speranza di vita in buona salute della popolazione italiana si sia fortemente contratta: in questo periodo la longevità è aumentata di due anni (da 80,8 a 82,8 anni), ma la speranza di vita in buona salute si è ridotta di circa 6 anni (da 67,2 a 61,4 anni),

La condizione di salute degli italiani è peggiorata, dunque, non per il progressivo invecchiamento della popolazione, ma per effetto della prolungata crisi economica con tutte le ben note conseguenze: aumento della disoccupazione e della precarietà lavorativa, aumento della povertà e del disagio sociale, dilatazione delle diseguaglianze socio-economiche e allentamento della coesione sociale.

In una situazione del genere per tutelare la salute della popolazione si sarebbero dovute rafforzare le reti di protezione sociale, come avvenne negli USA dopo la crisi del 1929, invece, le politiche di austerity imposte da UE,  BCE  e FMI hanno preso di mira proprio i servizi sanitari e sociali.

Ciò è avvenuto in tutta Europa, ma alcuni paesi hanno sofferto più degli altri, tra questi l’Italia.  Così mentre i bisogni sanitari aumentavano, si sono chiusi i varchi per accedere ai servizi, a causa delle liste di attesa sempre più lunghe e dei ticket sempre più alti. E i governi italiani ci hanno messo del proprio: infatti, mentre la maggioranza dei paesi europei, dopo lo shock iniziale, ha ripreso a investire in sanità, il governo italiano ha continuato a sotto-finanziare il servizio sanitario nazionale.

Di tutto ciò naturalmente si parla molto poco perché ciò contrasterebbe con la narrazione happy news imperante (vedi anche il discorso di Renzi alla Leopolda), secondo cui il nostro è uno dei sistemi sanitari migliori al mondo, secondo cui si può continuare a tagliare impunemente la spesa sanitaria e il numero degli operatori sanitari, perché basta accorpare ospedali e servizi per risolvere ogni problema.

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