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Attualità - Evidenza - QD - 17 Agosto 2015

Molisani schiacciati dalle tasse locali, sono tra quelli che pagano di più in Italia a fronte di servizi inesistenti

tasseL’aumento impressionante delle imposte locali (Imu, Tasi, addizionali) non ha colpito in egual misura su tutto il territorio nazionale: elaborando i dati provenienti dalle rilevazioni di Bankitalia, Il Sole 24 Ore ha presentato quali tipi di famiglie e in quali territori del Paese i rincari hanno colpito più duramente. Per due tipologie di famiglie (reddito alto e reddito basso) le prime posizioni a livello nazionali vengono occupate proprio dalla nostra regione, il Molise, a dimostrazione della scellerata politica fiscale adotatta da amministrazioni regionale, provinciali e comunali.
Si pensi che, per quel che riguarda le famiglie a reddito basso, che cioè non raggiungono 1 18mila euro di reddito l’anno, il Molise è quinto a livello nazionale con l’aliquota delle tasse locali che è del 4,9 per cento. Per quelle a reddito alto, che cioè raggiungono o superano i 43mila euro, il Molise è addirittura terzo in graduatoria nazionale, con un’aliquota del 7,4 per cento. Un vero e proprio bagno di sangue, o una rapina sarebbe meglio dire, visto lo stato attuale della sanità, delle strade, dei servizi e di tutti i beni che le amministrazioni dovrebbero dare in cambio delle tasse. Ma le nostre tasse, ricordando che in Molise la benzina è più cara che nel resto d’Italia, servono soprattutto a pagare i mega stipendi di politici e dirigenti pubblici che non hanno alcuna vergogna di riscuotere centinaia di migliaia di euro l’anno, tra stipendi e (sic) premi di produzione,  in cambio degli scadenti o nulli servizi offerti ai propri concittadini.
Prima il federalismo ha gonfiato il ruolo delle tasse locali, poi la crisi di finanza pubblica ha impedito di compensare questa dinamica con l’alleggerimento del fisco locale, e quello che doveva essere uno spostamento del carico fiscale dal centro alla periferia si è trasformato in una duplicazione di imposte fra Roma e i territori. Un problema non da poco, che si aggrava quando si guarda alla sua geografia, perché a pagare il federalismo dimezzato sono stati chiamati prima di tutto cittadini e imprese delle regioni del Sud: in pratica, nelle aree del Paese dove la ricchezza è inferiore si è scatenata una spirale perversa tra bilanci pubblici zoppicanti e aliquote in crescita, con il risultato che in rapporto al reddito il carico fiscale è maggiore dove la qualità dei servizi offerti dalle amministrazioni regionali e locali è più in affanno.
Questo capitolo ulteriore della “questione meridionale” emerge dall’analisi condotta dalla Banca d’Italia sugli effetti congiunti di tributi, addizionali e aliquote presentate da Regioni (che hanno ovviamente il ruolo da protagonista), Province e Comuni. Su questa base, i tecnici di Via Nazionale hanno ricostruito la storia fiscale 2012-2014 di tre tipologie di famiglie nelle diverse regioni italiane, mettendo insieme il pacchetto delle dieci tasse chieste a ciascuna di loro dagli enti territoriali: nel caso del fisco provinciale e locale, l’indagine calcola la media della pressione fiscale che le famiglie-tipo incontrerebbero nei diversi capoluoghi della regione.
A pagare la crisi dei bilanci locali, e soprattutto le misure fiscali messe in campo per puntellarli, sono state soprattutto le famiglie del ceto medio e medio-basso: le cure si sono sentite soprattutto al Centro-Sud, dove le tasse chieste da Regioni, Province e Comuni arrivano spesso a chiedere una quota che oscilla fra il 6 e l’8% del reddito disponibile. Sempre per effetto della tassazione sulla casa, infatti, la pressione fiscale sulla famiglia caratterizzata dal reddito più basso è cresciuta del 33% (al netto di ulteriori variazioni nelle altre aliquote), contro il +6,5% subìto dal nucleo più benestante e il +15,3% da quello intermedio. I tanti travagli vissuti dal mattone, quindi, hanno dato il loro contributo a fare della tassazione locale un fisco al contrario. La prova del nove arriva dall’incidenza delle tasse locali sul reddito disponibile, che per la famiglia più modesta è del 5,3% contro il 4,7% registrato nei conti della famiglia media.

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