foto di Emi Curatolo
foto di Emi Curatolo

di PASQUALE DI BELLO

La vicenda che ha colpito e bloccato le Carresi di San Martino in Pensilis, Portocannone e Ururi, potrebbe essere ad una svolta. Il lavoro del tavolo tecnico, composto da studiosi di livello universitario, ha elaborato alcune soluzioni alle questioni poste dopo il sequestro di animali e strutture eseguito lo scorso 25 aprile. Fondamentale, in questa fase, è la collaborazione delle associazioni carristiche.

Il 25 aprile scorso, come una condanna a morte, sulle Carresi di San Martino in Pensilis, Portocannone e Ururi, è sceso il sipario. Un oscuramento più vicino ad un tramonto definitivo che ad una momentanea eclissi. Quella che era una vicenda che gonfiava da anni, alimentata ad arte da tutte le suggestioni della lobby animalista, quella, per capirci, che non ha a cuore il benessere e la tutela degli animali (chi è che non ce l’ha?) ma, più semplicemente, un proprio e personale delirio contro natura, quello di equiparare a esseri umani gli animali; quella bolla, pompata per anni, quel giorno esplode in tutta la sua drammaticità. Quel 25 aprile, nell’ambito di un’indagine per maltrattamento agli animali cominciata un anno prima, la Procura della Repubblica di Larino fa scattare un provvedimento di sequestro di animali e strutture a questi ultimi destinate. Fu, per le Carresi, l’apocalisse. Una legnata micidiale, amplificata a dismisura dalla stampa. Per farla breve, la tesi che passò fu quella della presenza nelle tre comunità di barbari torturatori. L’esatto contrario di quello che facilmente, chiunque dotato di buona volontà e, soprattutto, di buona fede può riscontrare facendo una visita alle stalle dove vengono custoditi buoi e cavalli. Vi troverà uomini fieri e coraggiosi, depositari di una tradizione millenaria, animati da uno sconfinato sentimento d’amore, rispetto e dedizione verso quegli animali, uomini che vivono in totale simbiosi con la natura e l’ambiente, testimoni di memorie antiche, epigoni di un rito sacro e staffette di una identità che passa di generazione in generazione, di padre in figlio e che attraversa secoli di storia. Per questi uomini e per le loro comunità, quel 25 aprile non fu semplicemente il giorno in cui pagarono pedaggio ad un provvedimento dell’Autorità giudiziaria che del resto, nell’ambito di una indagine in corso, ha l’obbligo di intervenire anche in via preventiva qualora, a suo giudizio, ne ravvisi i presupposti. Quello fu il giorno dell’infamia, quello in cui tutto il mondo, quello che non conosce una virgola delle Carresi, puntò indignato il dito contro i barbari e contro i torturatori.

Bene. Tutto questo potrebbe finire a breve e le Carresi potrebbero risorgere più belle e più fiere di prima. Occorre, però, collaborazione e buona volontà. Soprattutto delle associazioni carristiche e di quegli uomini ingiustamente e vergognosamente coperti da una montagna di fango. Spetta proprio a loro raccogliere da terra la fiaccola della tradizione e risollevarla con forza, orgoglio e dignità, mettendo da parte ogni forma umanamente comprensibile di rabbia e risentimento.

Da quel 25 aprile qualcosa si è mosso. Intanto c’è stato il dissequestro degli animali e delle strutture ma, cosa più importante, è stato costituito ed è al lavoro un gruppo di studiosi, professori universitari a cui è stato affidato il difficile compito di individuare una via d’uscita ad una vicenda che rischia di cancellare una tradizione millenaria e, con essa, l’identità di tre popoli. Compito difficile poiché teso ad individuare il punto di equilibrio tra la normativa vigente, il benessere e la tutela degli animali ed la conservazione di un inestimabile bene immateriale quali sono le Carresi, tradizioni tra le più belle al mondo. I punti centrali, affrontati da questi studiosi, sono sostanzialmente tre: l’uso improprio di farmaci, il percorso asfaltato su cui si svolge la manifestazione, l’uso del pungolo. Quanto al primo, è presto detto. Quello che è stato impropriamente definito doping dalla stampa compiacente alla lobby animalista, per come si è manifestato ed è stato rilevato è un sovraddosaggio di antinfiammatori e antidolorifici. Eliminare questo elemento critico è questione di un attimo, basta evitare somministrazioni sbagliate o eccessive di farmaci e mantenersi entro i limiti consentiti e le prescrizioni di legge. Anche per le altre due questioni, asfalto e pungolo, le soluzioni proposte dal gruppo di studiosi appaiono praticabili. Nel primo caso l’ostacolo verrebbe superato dall’utilizzo di un particolare tipo di ferri da applicare sia ai cavalli sia ai buoi impegnati nella manifestazione. A San Martino, in particolare, una volta terminato il tratto sterrato, si procederebbe al cambio non solo dei buoi ma anche dei cavalli. Entrambi con la ferratura speciale. Infine, quanto al pungolo, questo andrebbe sostituito da semplici verghe, prive di punteruolo, necessarie ad indirizzare la corsa dei buoi. Resterebbero col pungolo, solo quelle verghe destinate alla spinta del carro, cioè conficcate in una apposita tavoletta.

Con queste soluzioni, le Carresi possono rinascere. Diversamente, sono destinate all’estinzione. Cosa occorre fare, allora? Il gruppo di studiosi, chiaramente, ha necessità pratica di poter verificare le soluzioni proposte attraverso una serie di test. Occorre quindi la massima collaborazione delle associazioni carristiche e il sostanziale via libera dell’Autorità giudiziaria. La soluzione è quindi a un passo. E’ giunta l’ora di procedere a questi test tecnici senza tentennamenti. Dalla celerità con la quale si affronteranno queste prove dipenderà la vita delle Carresi, poiché una cosa è certa: se salta l’edizione del 2016, la possibile resurrezione si trasformerà in una morte definitiva. Una prospettiva che va decisamente scongiurata.

 

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