di PASQUALE DI BELLO

Esattamente un anno fa la visita di papa Francesco in Molise. Forte, in quella circostanza, fu il richiamo ai temi del lavoro. Dopo un anno, di quel giorno e di quella voce che richiamava l’equivalenza tra lavoro e dignità, non resta più nulla.

“Non portare pane a casa toglie la dignità”. Era esattamente un anno fa, 5 luglio 2014, e a pronunciare queste parole fu la voce dell’uomo più semplice e disarmato del mondo: papa Francesco. Quel giorno il Papa parlò in Molise, dove era in visita, davanti ad una platea foltissima alla quale non era estranea una robusta dose di compagni e marionette che annuivano col capo ciondoloni. Avete presente quei cani sul cruscotto delle Fiat 124 negli anni ’70, con le zampe piantate e la testa mobile? Ecco, buona parte della classe politica molisana – compagni e marionette, appunto – osservava Francesco e, muta, scuoteva il capo e annuiva. Sembravano tutti pensare: “Lo avevo detto anch’io, da tempo, e ora vedi?, lo dice anche il Papa!”.

Poi Francesco ha continuato: “Vorrei unire la mia voce a quella di tanti lavoratori e imprenditori di questo territorio nel chiedere che possa attuarsi anche qui un patto per il lavoro. E ancora: “Non avere lavoro non è solo non avere il necessario per vivere: no, noi possiamo mangiare tutti i giorni, andare alla Caritas o altre associazioni. Il problema è non portare il pane a casa, questo toglie la dignità”, ha detto. “Il problema più grave non è la fame, è la dignità: dobbiamo difenderla e la dà il lavoro”.

Bene. E’ passato un anno e quelle parole del santo Padre riecheggiano ancora nell’aria mentre lorsignori, morti dentro come i cani di plastica nelle 124 degli anni ’70, continuano a scuotere senza senso quel capo vuoto che il Padreterno – avrebbe scritto il grande Fortebraccio – ha messo loro sulle spalle esclusivamente per ragioni ripetitive. In Molise tutte le questioni del lavoro, dalla prima all’ultima, restano irrisolte; tutte le crisi aggravate, dalla prima all’ultima. Un futuro cancellato, vuoto e negletto, come l’altare dimenticato in fondo allo stadio Romagnoli che un anno fa ospitò migliaia di persone accorse da ogni angolo del Molise per ascoltare il messaggio di speranza di papa Francesco. Di quella speranza non resta più nulla, solo la gioia durata lo spazio di un mattino. Restano soltanto lorsignori, compagni e marionette, espressione della peggiore classe politica mai espressa da questa Regione. Loro si che il problema del lavoro lo hanno risolto, a colpi di migliaia di euro al mese. Loro che sono l’espressione, la prova tangibile di come le parole del Papa siano vere in ogni angolo della terra, esclusi loro. L’unico pane che dà dignità e quello guadagnato col lavoro; il pane a sbafo che portano a casa lorsignori (compreso il companatico) è un pane indegno. E’ il pane che tolgono dalla bocca dai molisani che crepano mentre loro si ingozzano.

 

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