Sono arrivati su barconi sulle coste italiane. I migranti, su cui il dibattito e anche la polemica, sono accesi non solo in Italia. Un’emergenza, senza dubbio, ma anche un caso umano, che non può interessare un unico paese. Molti di quegli uomini, donne e bambini arrivano dall’Africa sub sahariana, via Libia, altri dal nord del continente nero, altri ancora da Bangladesh, Pakistan, Afghanistan via Turchia. Gente che è scappata dal paese in cui è nato. Il passato di molti di loro è ignoto. In tanti li vediamo che camminano in periferia a Campobasso e a Isernia, o in centro, o in alcuni paesi dell’hinterland. Sono oltre 1400, nella nostra regione. Le commissioni, fanno sapere dalle Prefetture, sono al lavoro per esaminare le loro posizioni, per la concessione del riconoscimento di protezione internazionale. Oggi, in tutto il mondo, è la giornata del Rifugiato per ricordare la condizione di milioni di persone costrette a fuggire dalla loro patria per persecuzioni, torture, guerre.
Tra i 150 stranieri, tutti maschi, ospitati all’Hotel Eden di Campobasso c’è Kalim, afghano. “Non si può immaginare una vita nel terrore dei talebani – ci dice in inglese– io ho studiato, ho genitori e fratelli nel mio paese, ma sono giovane, ho diritto ad avere un futuro. Voglio lavorare, qualsiasi cosa, ma voglio essere libero. Nessuno scappa dal suo paese a cuor leggero, io voglio tornarci, ma non voglio avere paura”.
Abdullah è somalo. Anche lui è scappato e spera di dare un futuro migliore alla famiglia, di riaverla vicina ma non tramite un barcone. In tanti sono da mesi in Molise. Qualcuno da un anno. C’è chi vorrebbe lavorare. Qualsiasi lavoro. Altri aspettano di andare via. In molti, ed è quello che ci assicurano loro quando chiediamo se non soffrono a stare senza far nulla, vivono in una forzata indolenza.
Anche a Ripalimosani, al convento e in due strutture private in centro, ci sono una trentina di migranti. Arrivano da Nigeria, Gambia, perlopiù. Alcuni sono stati tesserati con la squadra di calcio locale. “In Nigeria abbiamo lasciato le famiglie – ci raccontano alcuni di loro – a causa di guerre legate alla religione, violenze”. Sognano un futuro migliore. Sognano una vita migliore. Siamo tutti figli di Dio, dice Don Moreno e lo fa rifacendosi alle parole di Gesù “ero straniero e mi avete accolto”, al suo insegnamento di amore. “Non creano problemi” dice “e per quanto possibile cercano di integrarsi con l’ambiente”.
Quello che è necessario, in ogni caso, è rompere il muro di diffidenza che purtroppo ancora separa le culture, in tutto il mondo.

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