di PASQUALE DI BELLO

Come l’intero mondo, anche il Molise sarà presente all’Expo 2015, un evento che costerà un bel pacco di soldi. Alle trionfali dichiarazioni e alle fanfare che hanno accompagnato questa partecipazione, fanno da contraltare le piaghe di lavoro, sanità, infrastrutture, cultura, trasporti, purtroppo in bella mostra in Molise.

In pompa magna è partito l’Expo di Milano e lo ha fatto, per il momento, più in pompa che magna. Abbiamo assistito ad una irritante concione di osanna che si sono levate al cielo in ogni angolo del paese e nei quattro punti cardinali del pianeta che, nel tentativo di esaltare il tema dell’evento, quello del cibo da assicurare a tutta l’Umanità, ha finito solo per esaltare i caporioni che l’Umanità la affamano. Politici e affaristi di ogni risma. A questo generale clima di pompa, non si è sottratto la Regione che, attraverso un comunicato stampa del presidente Frattura, ha fatto sapere che anche il Molise sarà presente. Abbiamo riletto cinque volte la nota stampa del presidente della Regione, e per cinque volte alla fine della lettura la domanda è sempre stata la stessa: e allora? Il Molise che la Regione vuole portare all’Expo, scrive Frattura, è quello “fuori dai luoghi comuni”. La finalità di questa operazione, che ci costerà un bel pacco di soldi (saranno un milioncino di euro alla fine), è quella di “suscitare la curiosità nei confronti del Molise”. Una curiosità che, ha ragione Frattura, potrebbe avere un senso solo presentando un Molise “fuori dai luoghi comuni”. Peccato, però, che questi ultimi si chiamino Lavoro, Sanità, Infrastrutture, Cultura, Trasporti. Luoghi, per restare sull’espressione, che in comune hanno solo una cosa: le pezze al culo per coprire le piaghe. “Milano – scrive Frattura – è la grande occasione per farci apprezzare dal mondo”.

E allora proviamo ad immaginare che un giapponese qualsiasi, in visita all’Expo, inebriato da un calice di Tintilia e da una sniffata di caciocavallo, entrambi prodotti eccellenti (non è questo di certo in discussione), decida di venire in Molise. E immaginiamo che deicida di farlo in treno, magari viaggiando da Milano a Roma. Nel primo tratto, tutto gli parrà confermare la bontà della sua scelta. Comodamente seduto sulla propria Freccia Rossa, viaggerà in alta velocità da Milano a Roma, passando per la fertile pianura padana, la gaudente Bologna, l’immensa Firenze sino a sbarcare sotto il cielo della Città Eterna ed eternamente bella. Il dramma comincerà da lì in avanti, quando dalle imbarazzate e sexy signorine dell’ufficio informazioni pretenderà di conoscere gli orari dell’altra Freccia Rossa. Quella che, nei suoi pensieri, dovrà portarlo dalla Città Eterna alla Città Quaterna, Campobasso, un paesone di montagna che si blocca sistematicamente quattro volte all’anno: ad ogni nevicata. Le sexy signorine, dopo averlo stordito con le camicette a tre bottoni, e intronato con altra Tintilia ed essenza di caciocavallo, lo convinceranno a partire con quella specie vespasiano su rotaia collocato al binario 20 bis. Un luogo che il giapponese, che come tutti i giapponesi viaggia con valigie che sembrano appartamenti, potrà raggiungere solo con l’ausilio di una colonna di sherpa appositamente ingaggiata. Giunto sul marciapiede, e non parlando una parola d’italiano, proverà a chiedere in inglese al personale viaggiante, che quasi sempre parla solo italiano o, alternativamente, il dialetto di Ferrazzano, dove sia ubicata la prima classe. Perché i giapponesi, come tutti i giapponesi, viaggiano in prima classe. Per convincerlo che la prima classe, per chi viene in Molise, non esiste e se c’è è solo nella differenza di prezzo da pagare, a quel punto ci vorrà una bottiglia di Tintilia e un aerosol di caciocavallo. Solo a quel punto, sedato e sempre più stordito, capirà che prima e seconda classe sono identiche. Nel senso che fanno schifo allo stesso modo. Persuaso di ciò, se tutto va bene, comincerà il proprio viaggio verso la Città Quaterna. Se tutto va male, invece, gli toccherà questo: partenza e arrivo con ore di ritardo, sosta e trasbordo a Cassino, ventilazione ghiacciata in inverno e torrida in estate, porte che non si aprono o, in alternativa, che non si chiudono, incendio e pioggia nelle carrozze e, per chiudere, fermo treno nella notte in galleria.

Disperato deciderà di scendere a Venafro, convinto che da lì parta quella metropolitana leggera di cui ha sentito tanto parlare all’Expo ma, ad attenderlo, troverà all’uscita della stazione un paio di taxi che lì sostano dal 1963. Ne prenderà uno, chiedendo di essere accompagnato a Termoli che nel frattempo, consultando le mappe, gli è sembrato il posto migliore per riaversi dalle fatiche del viaggio. Parte così per un altro e rocambolesco viaggio, non prima di aver fatto incetta di Tintilia e caciocavalli in via Colonia Giulia.

Un pensiero quanto mai previdente, perché il viaggio si rivelerà lungo più del previsto. Questo, verosimilmente, ciò a cui andrà incontro. La prima sosta a Pettoranello, dove per ore verrà bloccato da una manifestazione degli operai Ittierre. Altra sosta a Boiano, altre ore, per una sommossa degli operai della Gam. Giunto a Campobasso, e sperando di aver concluso le proprie peripezie, sarà invece travolto all’altezza del Consiglio regionale da gente degli Indignati, Molise Dati, Formazione professionale, medici, infermieri e portantini del Cardarelli. Rifugiatosi all’interno dell’Enoteca Pistilli, e dopo aver sostituito la Tintilia con bottiglioni di Centerbe, solo a notte fonda riprenderà la via per Termoli. Strada ancora lunga e piena di insidie. A incombere c’è un’altra manifestazione. Questa volta all’altezza dello Zuccherificio del Molise, dove il malcapitato verrà coperto di melassa e piume e finalmente lasciato libero di raggiungere la cittadina adriatica. Giunto a Tremoli alle quattro del mattino, ormai in preda come Fantozzi alla visione dell’arcangelo Gabriele, cercherà un albergo  scontrandosi con l’ultimo dei luoghi comuni. Provate a cercare un albergo a Termoli. Le dita di una mano monca, sono più che sufficienti. A parte qualche Bed and Breakfast, è come cercare un panino con la porchetta alla Mecca.

E’ questo il Molise che portiamo all’Expo? No, questo è quello che ci teniamo noi. Presidente Frattura, mentre a Milano c’andiamo per decorare la volta, non dimentichiamoci che sotto la casa sta andando a fuoco. Altrimenti ci raccontiamo favole alle quali possono credere solo i giapponesi. A proposito, vuole conoscere com’è finita la storia del povero malcapitato? Dopo aver dormito sulla spiaggia di Riovivo, verso mezzogiorno s’è messo in mare e, a nuoto, ha raggiunto il Giappone. Arrivato in patria lo hanno accolto in gran pompa, con onori e fanfare, scambiandolo per l’ultimo combattente rifugiatosi nella giungla alla fine della seconda guerra mondiale. La verità, sa qual è?  E’ che a Milano rischiamo di fare la figura di Totò e Peppino se queste verità non ce le raccontiamo.

 

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