Il collegio presieduto dal dott. Vincenzo Pupilella, relatrice  dott.sa Margiolina Mastronardi, con dispositivo del 6 febbraio 2015 ha rigettato l’appello proposto dalla RAI avverso le sentenze di primo grado emesse dal Tribunale di Campobasso.

Il giudice di primo grado con sentenza parziale del 18.3.2010 ha riconosciuto la sussistenza di un illegittimo demansionamento  posto in essere dalla RAI e per essa dai suoi  dirigenti a far data dal 6.8.2002 fino alla data di pensionamento intervenuto nel 2007, condannando la RAI al pagamento in favore della lavoratrice a titolo di risarcimento dell’ingiusto danno professionale di una somma pari al 50% delle retribuzioni godute durante i cinque anni di umiliante svuotamento professionale. Il Tribunale del lavoro del capoluogo in persona della dott.ssa Federica DAuria è giunta a tale conclusione dopo una lunga attività istruttoria che ha comprovato un rilevante danno professionale cagionato dall’attribuzione di mansioni implicanti una professionalità di gran lunga inferiore, una perdita di professionalità acquisita, una preclusione al miglioramento del proprio bagaglio professionale nell’ottica di un futuro eventuale avanzamento di carriera (perdita di chance). La quantificazione del danno di oltre 100.000 euro è stata determinata tenuto conto di vari elementi: la durata del demansionamento, la tipologia della professionalità in discussione, il livello di inquadramento, l’anzianità lavorativa della lavoratrice, lo svuotamento della professionalità, la perdita del ruolo di coordinamento, la perdita delle funzioni richiedenti energie intellettive ed organizzative di un certo grado, la perdita dell’apprezzabile margine di discrezionalità e autonomia precedentemente goduto.

Con sentenza definitiva del Tribunale di Campobasso del 3.10.2011, in persona del dott. Stefano Calabria, la RAI   è stata condannata a risarcire, in favore della lavoratrice anche la somma pari ad euro 30.000 a titolo di danno biologico inteso come lesione temporanea o permanente all’integrità psico-fisica della persona che incide negativamente sulle attività quotidiane e sugli aspetti dinamico-relazionali della vita. Ciò sul presupposto che la condotta illecita della RAI ha violato in modo grave quei diritti della persona tutelati dalla Costituzione quale è il diritto alla salute. Il Tribunale inoltre ha condannato la RAI a risarcire la sofferenza fisica derivata dall’illecita e arbitraria condotta demansionante. Il Giudice ha infatti ritenuto che la lavoratrice  da subito ha sofferto l’ingiusta azione di demansionamento, che peraltro è durata per ben cinque anni, a cui è seguita una profonda e grave crisi emotiva, relazionale e psicologica.

La RAI, quindi, è stata condannata a pagare quasi 200.000 euro alla lavoratrice, costretta per cinque anni in un vergognoso stato di demansionamento. Dispiace che i funzionari e dirigenti dell’azienda di stato, responsabili di questo tipo di atti illegittimi, che portano a condanne tanto onerose per il servizio pubblico, non ne rispondano personalmente. Dispiace che i dipendenti che vincono le cause continuino ad essere risarciti con denaro pubblico. Si ricorda infatti che la RAI è partecipata dal ministero dell’Economia nella misura del 96% e dalla SIAE nella misura del 4%, e introita il canone (imposta di scopo) per circa euro 1.800.000.000.

Lodevole l’iniziativa del D.G. Luigi GUBITOSI “TGR l’Italia della legalità” e condivisibile quando afferma: “vorrei  redazioni più aggressive nella denuncia. La RAI deve far conoscere ciò che non funziona”? Sarebbe opportuno però che il direttore generale, pagato col denaro dei contribuenti, rivolgesse il suo sguardo anche all’interno dell’azienda che dirige, prestando maggiore attenzione a tutte le condotte illecite e illegittime che vi si consumano.

Interpellato l’avvocato della dipendente, Vincenzo Iacovino, dice: sono contento per la mia assistita che ha subito un vero e proprio calvario dai suoi superiori nel silenzio dei colleghi e che oggi può dire ancora una volta di aver avuto ragione. Sono contento per tutti i dipendenti della RAI perché sappiano che ancora ci sono regole che tutelano la dignità e la professionalità dei lavoratori. La RAI ha pendenti circa 1200 cause. Una buona percentuale di queste sono cause per demansionamento e per mobbing. Ci sono dipendenti e giornalisti che hanno denunciato gravissimi fatti e gravissimi conflitti di interessi. Se il D.G. vuole risposte basta che dia uno sguardo a queste denunce, alcune fatte anche per il mio tramite e lasciate cadere nel vuoto. Ci dia delle risposte. Ovviamente quando vuole ne possiamo parlare anche insieme e anche pubblicamente magari davanti alla commissione parlamentare di vigilanza RAI.  Al riguardo però vorrei che mi rispondesse ad una domanda: perché la RAI deve pagare  i danni che suoi dirigenti provocano? Ha mai pensato di promuovere un’azione di regresso nei confronti di coloro che hanno demansionato la mia assistita e tanti altri soggetti, esponendo l’azienda ad azioni giudiziarie perdenti, come in questo caso? Ha mai pensato di rimettere gli atti alla Corte dei Conti per accertare eventuali responsabilità erariali? Il D.G. deve semplicemente tenere gli occhi aperti e pensare a garantire la legalità in seno alla RAI evitando giudizi e condanne come queste.

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