Avevano escogitato il sistema più semplice per fare soldi. Fasonisti disonesti emettevano fatture false per merce mai prodotta, due dipendenti infedeli, prima falsificavano le firme necessarie a pagare le fatture false e poi le pagavano, dividendosi i frutti della truffa con i loro complici. Queste le accuse che hanno mandato alla sbarra la singolare banda di truffatori che fatto sparire dalle casse dell’Ittierre ben dieci milioni senza che nessuno se ne accorgesse. L’allarme venne lanciato da due dipendenti che videro le loro firme abilmente falsificate sotto alcuni mandati di pagamento e denunciarono tutto alla magistratura, ma, intanto, dieci milioni di fondi pubblici erano spariti. Fondi pubblici perchè nel periodo della truffa l’Ittierre era amministrata da tre commissari nominati dal governo. Così sono stati rinviati a giudizio per falso, truffa e ricettazione i sette indagati coinvolti nella brutta vicenda. Il giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Isernia, Elena Quaranta, ha fissato al 4 febbraio prossimo la prima udienza del processo. Parti civili nel procedimento Antonio Bianchi, due dipendenti dell’azienda e i commissari straordinari difesi dall’avvocato Arturo Messere. Gli imputati rinviati a giudizio sono Ascanio Ferrara, Claudio Romagnoli, Maria Valerio, Carlo Manuppella, Pierelli Francesco, Pinelli Massimo e Pinelli Roberto. A sei di essi viene contestato il capo d’imputazione del concorso in truffa aggravata (e ad alcuni di essi anche quello del falso aggravato), mentre a uno di loro si contesta il capo d’imputazione di ricettazione continuata. La vicenda ha avuto inizio dalla denuncia di due tecnici di produzione, Valteruccio Mainardi e Dino Giammatteo, che avevano notato le proprie firme falsificate in calce ad alcuni documenti, e che per questo si sono costituiti parte civile. Poco dopo arrivò anche la denuncia di Antonio Bianchi, che all’epoca aveva da poco rilevato l’azienda. Denunce che fecero partire le indagini coordinate dal sostituto procuratore Federico Scioli ed eseguite dalla Guardia di Finanza di Isernia. L’inchiesta ha consentito di accertare che, grazie alla connivenza di due dipendenti Ittierre, Ascanio Ferrara e Massimo Pinelli, quattro società operanti nella produzione di abbigliamento (due di Modena, una di Isernia e una di Perugia) avevano emesso, nel periodo compreso tra il 2008 e il 2010, fatture false per un importo di oltre dieci milioni di euro. Ai due dipendenti sarebbe spettato il compito di attestare la bontà delle false fatture emesse dalle quattro società, che percepivano quindi introiti per prestazioni o cessioni mai effettuate alla società di Pettoranello. Uno degli imputati, poi, avrebbe provveduto a ‘ripulire’ una parte del denaro attraverso una serie di operazioni finanziarie, nonché tramite l’acquisto di immobili a Isernia e Vasto. Le Fiamme gialle avevano giustamente sottolineato la gravità del disegno criminoso, ai danni degli stessi lavoratori Ittierre, proprio perché in quegli anni l’azienda si trovava ad affrontare profonde difficoltà economiche, fino al punto di ricorrere alla legge ‘Marzano’ per le grandi imprese in crisi. I commissari straordinari. Assistiti legalmente dal noto avvocato Arturo Messere, puntano a ottenere un risarcimento da 10 milioni di euro: essendo all’epoca dei fatti l’ex Ittierre in amministrazione controllata, il denaro sottratto nella truffa non sarebbe stato denaro dell’azienda, ma denaro pubblico. Soddisfazione è stata espressa dall’avvocato Messere, che ha commentato: “Le fonti di prova di colpevolezza sono così puntuali e precise per cui gli imputati non potevano non essere rinviati a giudizio. Essenziale è stato il lavoro della Guardia di Finanza, che ha raccolto, oltre al materiale documentale, anche le testimonianze delle persone che, loro malgrado, hanno vissuto da vicino la vicenda illecita per cui ci sono stati i rinvii a giudizio”.

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