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Apertura - Attualità - Editoriali - Idee e opinioni - Politica - QD - 25 Settembre 2014

Il PD, Petraroia e Raffaella Carrà. Da Berlinguer a George Clooney, ritratto di un partito inadatto a guidare l’Italia e il Molise

di PASQUALE DI BELLO

Frutto di un compromesso storico al ribasso, figlio di una fusione a freddo tra i resti di due grandi partiti di massa, quello democristiano e quello comunista, il Partito democratico evidenzia tutti i propri limiti culturali, politici e amministrativi che lo rendono inadatto a guidare tanto l’Italia quanto il Molise. Solo il vuoto esistente a destra continua a garantirne le fortune elettorali.

Vi è una sostanziale e, per certi aspetti, inquietante sovrapposizione tra le vicende interne al PD nazionale e quanto sta accadendo in Molise. Se le due questioni non avessero riflessi sul governo del Paese e su quello della Regione, le lasceremmo volentieri alle sterili concioni tra ducetti in sedicesimo e alle grottesche lotte tra correnti e camorre tipiche di qualsiasi partito. Purtroppo, il PD non è un partito qualsiasi. E’ il partito, lo ripetiamo, che governa l’Italia e il Molise. Quest’ultimo, praticamente in esclusiva, essendo i principali centri (da Termoli a Campobasso) tutti in mano al partito che mette insieme i cocci e il peggio di quei due grandi partiti di massa che furono il Partito comunista e la Democrazia cristiana.

Non più tardi di una settimana fa, in occasione dell’apertura della nuova sede regionale del PD, a Campobasso, abbiamo sentito il vicepresidente della Giunta regionale, l’assessore Michele Petraroia, mettere insieme nel corso del proprio intervento Togliatti e De Gasperi e ci saremmo attesi, da un momento all’altro, che mostrasse al pubblico una cabina di legno e, come nei giochi di prestigio, segasse e ricomponesse in cubi scomposti una qualche avvenente signorina con l’ombelico scoperto. Perché questo c’è parso Petraroia col proprio ragionamento, il mago Silvan che affetta Raffaella Carrà davanti all’Italia in bianco e nero. Ora, fuor di canzonatura, è chiaro che qui, da Veltroni a Petraroia, ci troviamo al cospetto di prestigiatori capaci di far sparire non solo il coniglio ma anche il cappello, tanta è la perizia illusionistica che gli interessati hanno sviluppato. A Petraroia, per inciso, va ricordato che in occasione delle elezioni del 1948 Togliatti dichiarò pubblicamente al comizio di chiusura in Piazza San Giovanni a Roma che De Gasperi (allora presidente del Consiglio) andava cacciato a calci nel sedere. Come andò a finire, tutti lo sanno, anche se sembra sfuggire al vicepresidente della gloriosa Regione Molise. Quello che nessuno capisce, invece, è come si possa continuare a prendere per i fondelli gli italiani con questa storia di un’identità posticcia che non sta insieme in nessun modo. Ma vi pare forse che Renzi o Frattura possano definirsi eredi di Togliatti o, peggiancora, di sinistra? Entrambi sono due democristiani geneticamente modificati che hanno sbaragliato tutti gli altri, in particolare i nipotini di Togliatti alla Petraroia o alla Veltroni. Se questi ultimi i voti dei democristiani li hanno voluti per vincere e governare, ora ne accettino le conseguenze, prima tra tutte quella di non disporre di alcuna leadership riconducibile alla tradizione comunista.

L’enigma PD è, al momento, irrisolvibile. Lo sarà solo quando si saranno estinti (politicamente) i residui di quello che fu un glorioso esercito ma di cui oggi restano solo le retrovie di terz’ordine. Un esempio per tutti, Walter Veltroni, che con la stessa disinvoltura di un prestigiatore passa da Enrico Berlinguer a George Clooney. Così come stanno le cose, il PD appare inadatto a guidare sia il Paese sia la Regione. Vi è solo un motivo, una sola spiegazione che tuttavia permette a questo partito nato da una fusione a freddo di governare. E la ragione è che peggio del PD c’è solo una cosa: tutti gli altri. Questo permette a Petraroia di mettere nella stessa pentola De Gasperi e Togliatti di continuare a fare il mago Silvan che sega Raffaella Carrà.

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