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Apertura - Attualità - Politica - QD - 28 Febbraio 2014

Termoli al voto. Tra tavole imbandite e tavolini a tre piedi, il futuro resta in mano agli “stregoni” regionali

di PASQUALE DI BELLO

Tra cene conviviali e incontri interlocutori, la vera partita per la conquista della cittadina adriatica si sta giocando a Campobasso. E’ dalla Regione che è in corso un tentativo – frutto di una tradizione ultra decennale – di condizionare le scelte per la elezione del nuovo sindaco.  

Come nella migliore tradizione cripto-democristiana, si è celebrata giovedì sera in agro di Ramitelli, presso la tenuta dell’affascinante Erminia Gatti, una cena alla quale hanno partecipato, con la sola eccezione del gruppo che fa capo a Remo Di Giandomenico, tutti i consiglieri dimissionari di opposizione al Comune di Termoli, più i quattro provenienti dalla maggioranza, che hanno determinato il crollo dell’amministrazione retta da Antonio Di Brino. Cosa abbiano gustato, è un mistero fittissimo, cosa invece si siano detti, come nella migliore tradizione cripto-democristiana, è facilmente intuibile: nulla. Niente, la solita frittura d’aria che si respirava in quelle cene cripto-democristiane nel corso delle quali era già tutto deciso ma che era comunque opportuno celebrare, secondo una liturgia infallibile che ha fatto il successo di tante leggendarie e celeberrime figure scudocrociate locali. Ne ricordiamo, di persona, quelle che teneva ad esempio il preside Sciarretta a Termoli alla vigilia di una qualche elezione.

Bene, a questa “cena delle beffe” hanno partecipato anche il preside, pardon il presidente della Regione Molise, Paolo Frattura, e il suo fidatissimo braccio destro, l’assessore all’Agricoltura e Ambiente, Vittorino Facciolla. Una coppia che ne ricorda un’altra, quella tra Michele Iorio e Gianfranco Vitagliano, quelli dei tempi d’oro per capirci. E’ proprio la loro presenza a dare la dimensione dei movimenti tellurici e dello spostamento di faglie sotterranee che stanno avvenendo a chilometri di profondità, manovre ben lontane dalla superficie del Borgo di Colloredo, luogo della tavolata, che da Ramitelli guarda il mare. La cena, come tutte le cene, anche quelle cripto–comuniste o cripto–fasciste (perché mangiavano anche loro, oh se mangiavano!) ma in particolare quelle cripto-democristiane, è servita solo a mettere con i piedi sotto al tavolo i commensali a farli gabbati e contenti. Insomma, fatte le debite proporzioni e detto absit iniuria, il vecchio adagio borbonico del “festa, farina e forca” pare ben si adatti alla vicenda amministrativa termolese. Se qualcuno pensa che si possa tornare al voto con primarie, siano esse di centrodestra che di centrosinistra, se lo cavi dalla testa. Le manovre, le grandi manovre, si stanno facendo altrove. A Campobasso, per capirci, in barba alla massiccia richiesta di autonomia che da più parti si leva in favore della cittadina adriatica, da troppi anni succube del potere centrale regionale.

Certo, qualcosa potrebbe andare storto, e noi francamente lo auspichiamo per amore verso Termoli, una città che come Venezia tutti dicono di voler salvare ma che a tutti sta bene anche se sommersa. Staremo a vedere, per il momento ci fermiamo alla tavolata a casa di Erminia. Una tavolata, con buon cibo e buon vino, ma le manovre sono altrove. Non basta certo una tavolata a disinnescare i tavolini a tre piedi degli “stregoni” regionali.

 

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