Quattordici anni non sono bastati per chiarire la posizione di Antonio Pinelli, né a stabilire con certezza le cause della morte del cugino Alessio Masella, il giovane di Cantalupo trovato carbonizzato in un casolare di Roccamondolfi nell’estate del 1999. L’ultimo atto di questa vicenda giudiziaria infinita è stato scritto alla fine di marzo di quest’anno, quando il Giudice per le udienze preliminari del tribunale di Isernia, Antonio Ruscito, ha assolto per la seconda volta Pinelli, unico sospettato della morte di Masella. Ma ora si apre un nuovo capitolo. La Procura generale presso la Corte d’appello di Campobasso ha infatti impugnato la sentenza, chiedendo che venga riformata. A questo punto si aspetta solo che il giudice della Corte d’assise d’appello fissi l’udienza. Tutto potrebbe dunque essere rimesso in discussione per l’ennesima volta. Si riparte dalle motivazioni del Gup isernino, in cui si parla della mancanza di prove certe dell’omicidio. Al contrario diversi indizi lasciavano supporre che si trattò di una disgrazia, come sottolineato più volte dall’avvocato della difesa Giammatteo. I due cugini erano forse intenzionati a prelevare del carburante in quel casolare, ma qualcosa andò storto e si verificò un’esplosione che per Masella – che aveva anche una gamba ingessata – risultò fatale. Pinelli, più vicino alla porta, se la cavò invece con qualche ustione. Di diverso avviso gli avvocati di parte civile, Petrarca e Moscato. Per loro in quel casolare ci fu un assassinio. Una tesi, questa, che evidentemente convince anche la Procura generale, che per la seconda volta ha chiesto di riaprire il caso.

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