Durissimo affondo dell’ex consigliere regionale Massimo Romano a carico della delegazione parlamentare molisana del PD. Leva, Venittelli e Ruta, secondo il fondatore di Costruire Democrazia, sarebbero dei miracolati che non rendono conto ad alcuno della propria attività parlamentare.

Come è noto, da alcuni anni i parlamentari non sono eletti dal popolo ma semplicemente scelti da 4 o 5  segretari di partito. Il Porcellum, che nessuno si azzarda a toccare  nonostante tutti dicano di voler cancellare, è l’assicurazione sulla vita di chi, ritrovandosi in Parlamento per grazia ricevuta e molto spesso senza sapere né come né perché, non si preoccupa minimamente di rendere conto ai cittadini della propria attività parlamentare.

Al contrario di quanti sono quotidianamente sottoposti al giudizio degli elettori (dai Sindaci agli stessi Consiglieri regionali, strettamente legati alla presenza sul territorio), i parlamentari possono tranquillamente nascondersi dietro l’anonimato (finché ci riescono) e tentare così di occultare le proprie posizioni dietro silenzi più o meno pietosi.

Da alcune settimane provo a rivolgere ai parlamentari molisani (sono tre e sono tutti del Partito Democratico: Leva, Ruta e Venittelli) l’invito a chiarire come abbiano votato, in Parlamento, su alcune scelte fondamentali nel dibattito pubblico: dall’impallinamento di Prodi nel voto per il Quirinale al voto che ha salvato Alfano dopo l’incidente diplomatico Kazako, fino alla sospensione dei lavori parlamentari imposta dal PdL di B.nell’imminenza del verdetto della Cassazione (che ha confermato la condanna dell’appello a 4 anni di carcere) fino all’acquisto miliardario degli aerei da guerra F35 (quando si dice i pacifisti).

Non si tratta di domande personali, né sulla loro vita privata: sono, al contrario, questioni fondamentali per misurare la coerenza tra quanto detto in campagna elettorale e quanto fatto, poi, una volta eletti (o meglio, miracolati). Non si sa mai che qualcuno un giorno vorrà ricordare loro che sono stati eletti per mandare a casa Berlusconi e oggi ci governano insieme; oppure che avevano promesso di destinare alla scuola pubblica i soldi degli F35 e poi invece hanno puntualmente fatto il contrario (da bravi pacifisti); oppure semplicemente che, in quanto parlamentari del Partito Democratico, sarebbero (senza offesa) rappresentanti del popolo di sinistra, popolo che forse non gradisce particolarmente gli abbracci con gli Alfano o con le Santanché (e forse neanche con i Patriciello) e probabilmente, in quanto inopinatamente eredi di Berlinguer, neanche gli accordicchi sulla giustizia con gli amici di Previti e Dell’Utri e Cosentino.

Una risposta a queste domande, come era prevedibile, non è mai arrivata: dunque non sappiamo se Ruta Leva e Venittelli, ciascuno nei rispettivi rami parlamentari, abbia votato in un modo o in un altro. Forse quella risposta (che infatti non è mai arrivata) sarebbe stata tale da indurli (persino) a provare vergogna: ma ovviamente è solo una ipotesi, visto che continuano ad eluderla.

Un silenzio che comunque  – a scanso di equivoci – non rappresenta un problema per me, quanto piuttosto per i cittadini che forse avrebbero gradito (e di certo ne avrebbero avuto il diritto) di saperlo: almeno per regolarsi la prossima volta che questi signori si presenteranno su un palco a dire che loro sono di sinistra, contro B., per la pace, per la giustizia, per la riduzione dei costi della politica ecc.. Oltretutto, la migliore garanzia dell’anonimato è sempre quella offerta loro, sul piano politico e mediatico, dalla completa ‘trasparenza’ (nel senso che risultano invisibili e sconosciuti ai più): più sei ‘rilevante’ e più ti è difficile mimetizzarti. E comunque c’è da capirli: tra esporsi ad una eventuale vergogna e nascondersi, hanno scelto la seconda. Come dargli torto. Finché possono, si accomodino.

Non se l‘è scampata, invece, il più giovane dei tre: questa mattina Marco Travaglio si è, infatti, occupato di Danilo Leva, neo deputato e neo responsabile giustizia del PD (“La nuova Leva”, Il Fatto, 10 agosto 2013). Argomento dell’editoriale, il contenuto a dir poco inquietante delle proposte sulla giustizia che l’on. Leva ha anticipato nei giorni scorsi. Proposte che, a giudicare dai primi commenti, appaiono incoraggianti per l’esordiente: “…per diventare responsabile giustizia del Pd” – scrive Travaglio – “i requisiti sono essenzialmente due: 1) non sapere nulla di giustizia; 2) esordire sul Foglio di Ferrara e B per rassicurare il padrone d’Italia (…)”. Ottimo debutto, non c’è che dire…

Meno ironico, invece, il commento che alle predette proposte ha dedicato il Procuratore aggiunto di Palermo che coordina la trattativa Stato-Mafia: il pm Teresi ha bollato la proposta di Leva e del Pd di abolire l’ergastolo (è solo una delle perle del deputato molisano) come “un regalo alla mafia” (Il Fatto, 10 agosto 2013, p. 7).  Davvero un ottimo esordio, quello di Danilo Leva, e davvero una bella soddisfazione per i molisani che lo hanno eletto.

Quando c’era Berlusconi eravamo preoccupati. Ora siamo mortificati.

Massimo ROMANO

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