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Apertura - Attualità - Politica - 20 Giugno 2013

Salvare l’economia molisana, per Frattura un’impresa difficile ma possibile

di MANUELA PETESCIA

La crisi strutturale che affligge l’economia molisana è un rompicapo col quale sarà difficile confrontarsi. Un’impresa complessa ma possibile per il presidente Frattura. C’è un ritardo di quarant’anni da coprire e bisogna azzerarlo in poco tempo. Occorrono coesione, progettualità, coraggio.

 Il Molise è una regione povera, anzi poverissima.

Oltre al paesaggio incantevole, peraltro mai trasformato in risorsa economica – in turismo – sotto il vestito di alberi, con le sue incantevoli sfumature di verde e di azzurro: niente.

Infrastrutture zero, imprenditoria privata zero, industrie zero, dinamismo e animazione territoriale zero.
In questo contesto zero – con le dovute, rare eccezioni – e con l’arrivo della congiuntura economica internazionale negativa, anche l’artigianato e il piccolo commercio, che fino a qualche tempo fa erano a malapena sopravvissuti, chiudono.
Mettere mano a questa situazione è complicato.
È complicato perché la Regione Molise ha sostituito quello zero-risorse con posti di lavoro direttamente o indirettamente garantiti da lei stessa.
La Regione è stata usata, cioè, e non solo negli ultimi dieci anni, come serbatoio occupazionale supplente, in alternativa a quello generato dalle vere imprese, dalle vere industrie, insomma dalle vere attività private.
Il risparmio delle spese si traduce quindi in ulteriore disoccupazione.
L’esempio della Gam è il più eclatante, ma qualsiasi azione di risanamento delle casse regionali comporta attività che si chiudono e categorie di lavoratori in mezzo a una strada.
Dalle guardie giurate ai precari della sanità, dagli esodati ai co-co-pro, dai gruppi tipo “Skill Generation” agli stagisti della formazione professionale, dagli operai del tessile a quelli dell’agroalimentare.
Come si sia approdati a un modello di amministrazione pubblica pronto a garantire occupazione come se fosse una multiazienda socia di qualsiasi attività, madre generosa che eroga salari anche per consulenze e prestazioni inutili, non è semplice da spiegare.
Quello che vorremmo chiederci, però, è quale sarebbe e quale sarà l’alternativa.
Servono o non servono, imboscati politici o vincitori di concorso, serbatoio di voti o bravi ragazzi, intelligenti o impostori? Lasciando ad ognuno di noi la libertà delle definizioni, stiamo parlando comunque di gente che lavora e che trae sostegno economico per la propria famiglia. E che andrà ad alimentare il famoso zero.
E le riflessioni più aride che si sollevano sono quelle di chi, ritenendo il proprio posto di lavoro legittimo e meritato, quindi intoccabile, tuona contro i famosi imboscati (“che tornino a casa, per colpa loro paghiamo le tasse”), senza capire che nel Molise alla fine, per povertà di risorse territoriali, per quello zero e porto zero di cui abbiamo parlato, siamo tutti nella stessa barca.

L’esempio dei servizi sanitari (che oggi il piano Basso vuole sopprimere) è il più calzante: senza entrare nel merito dell’utilità (questa tv si è sempre schierata contro qualsiasi chiusura perché va a danno della salute dei cittadini, punto e basta, il resto sono chiacchiere), ebbene senza entrare nel merito dell’utilità di quei servizi, il ragionamento sulla Regione-azienda-sanitaria impropria, sia pubblica che privata, andrebbe a ricadere su medici, infermieri e personale amministrativo, al pari di un qualsiasi operaio della Gam.
Insomma, un medico del Cardarelli, della Cattolica o del Neuromed in Molise potrebbe trasformarsi in pochi attimi in operaio dello Zuccherificio.
Come è paragonabile agli operai della Gam o dello Zuccherificio qualsiasi iniziativa culturale sponsorizzata da” mamma Regione”, sagra del pomodoro e sant’Antonio inclusi.
E quando si chiudono i rubinetti per migliaia di persone, in una terra di 300 mila abitanti, è inevitabile che ne risenta tutto il tessuto economico, compresi i negozianti, gli elettricisti, gli idraulici, i commercialisti, i panettieri, fino ai bagnini. Tutti vedranno fatalmente ridursi i loro fatturati e il loro tenore di vita.
Ecco perché non è facile per Paolo Di Laura Frattura mettere mano a questo stato di cose. E il ragionamento, serio, legittimo, giustissimo del perché in quarant’anni non si sia riusciti a creare le condizioni per uno sviluppo autonomo di questa terra, non sposta il problema e non salva Frattura dall’enigma di come uscire da questa situazione in poco tempo.

 

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