La violenza è riesplosa con altri morti e feriti tra buddhisti birmani e musulmani Rohingya. Ma stavolta non è successo nelle città del Myanmar come Sittwe, da quasi un anno sotto stato d’emergenza dopo le rivolte con 80 morti seguite allo stupro di una giovane buddhista. E neppure  a Meiktila, nella divisione di Mandalay, dove a fine marzo un altro incidente tra un negoziante musulmano e un cliente buddhista ha provocato almeno altre 30 vittime, con un nuovo coprifuoco ancora in vigore.

La terza grande carneficina dall’inizio di questo scontro tra comunità di opposte fedi alle prese con la stessa piaga di una povertà atavica, ha avuto luogo stamattina in un campo profughi distante migliaia di chilometri dal Myanmar, precisamemte a Belawan, vicvino a Medan, nel settentrione di Sumatra (Indonesia). Sia i buddhisti – pescatori catturati in acque territoriali straniere – che i musulmani Rohingya in cerca di lavoro, erano stati alloggiati dalle autorità per l’immigrazione di Belawan nello stesso campo chiuso da cancelli di ferro, come ha ammesso il capo della polizia locale Endro Kiswanto. Una mossa pericolosamente sbagliata che ha infatti portato all’uccisione di otto degli 11 pescatori buddhisti detenuti nel campo e al ferimento di altri 20 musulmani.

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