La notizia della confisca di beni per oltre 1,3 miliardi di euro operata dalla Direzione Investigativa Antimafia a danno di un imprenditore del trapanese collegato al boss di Cosa Nostra Matteo Messina Denaro non può lasciare indifferenti. Il provvedimento cautelativo è scattato in seguito alla scoperta di un fitto intreccio affaristico criminale tra mafia, burocrazia corrotta ed esponenti politici locali per l’acquisizione di concessioni, autorizzazioni, appalti e servizi nel settore degli impianti eolici e fotovoltaici.

Sulla vicenda è intervenuta la Senatrice del Partito Democratico Rosaria Capacchione, la quale ha segnalato l’estrema attualità della minaccia di infiltrazioni malavitose nel settore delle energie rinnovabili, con riferimento alle inchieste avviate dalla Dia di Napoli e dal Tribunale di Santa Maria Capua Vetere a carico di persone vicine al clan dei Casalesi, nonché ad indagini su infiltrazioni in Molise di soggetti contigui alla camorra e operanti nel medesimo settore. Non bisogna dimenticare inoltre che casi analoghi sono documentati da inchieste giudiziarie che hanno riguardato in passato altre regioni del Mezzogiorno: Puglia, Calabria e Sardegna.

Le mafie sono interessate prevalentemente agli incentivi, alla compravendita di terreni, al riciclaggio di denaro sporco negli impianti eolici e fotovoltaici, alla manodopera illegale e al successivo smaltimento.

La criminalità organizzata si inserisce in questo sistema sfruttando a proprio vantaggio la poca trasparenza e la farraginosità degli iter burocratici. Per questo è fondamentale non solo tenere alta la guardia e sensibilizzare l’opinione pubblica sui seri rischi che si celano dietro il business delle energie alternative.   La politica non può limitarsi ad attendere l’intervento della magistratura ma, in accordo con i soggetti privati,  è chiamata a studiare e approvare tempestivamente norme finalizzate a limitare le possibili distorsioni in un settore in sempre più rapido e progressivo sviluppo.

 

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