di PASQUALE DI BELLO

Lascia sgomenti il Natale di sangue che ha spento sull’asfalto la vita di tre persone. Nello schianto della Vigilia, all’altezza del comune di Ripalimosani, sono morte tre persone: Stefano Carrino e la moglie, Anna Maria Prioletta, entrambi originari di Frosolone. Dopo un tentativo disperato fatto al Cardarelli, per le numerose ferite è morta anche la figlia della coppia che viaggiava con loro, una ragazza di sei anni. Alla base della tragedia stanno, probabilmente, l’alcol e l’eccessiva velocità a cui viaggiava il responsabile della botta, un trentenne di Termoli accusato di omicidio colposo plurimo.

La cronaca lucidissima e precisa del collega Giuseppe Lanese ha descritto su questo giornale il dramma di una famiglia inghiottita nel gorgo della morte la notte di Natale. Se morire è sempre una cosa terribile, morire la notte di Natale è come morire due volte, perché andarsene nella notte della grande cometa, quando il Creatore mette piede nel mondo, è una tragedia che al dramma della morte aggiunge la beffa del destino. Stefano Carrino, di anni 40, e la moglie, Anna Maria Prioletta, di 33,  se ne sono andati proprio così, nella notte della grande stella, quella della Natività, morti nell’incidente frontale tra la propria auto e quella di un altro disgraziato proveniente in direzione opposta, un termolese di trent’anni circa che è stato già accusato di omicidio colposo plurimo. Morti all’altezza di Ripalimosani, un paese che sembra un presepe ma che la scorsa notte aveva le fattezze di un cimitero di pietra messo a strapiombo su quella scena raccapricciante di lamiere contorte. Insieme a loro, marito e moglie, è morta anche la loro bambina di sei anni, spirata a causa delle ferite estese e gravi riportate sul proprio corpo. Unico sopravvissuto, il conducente dell’auto che pare abbia provocato il disastro, risultato positivo al test alcolemico. Insieme all’alcol, l’altra concausa pare sia stata l’eccessiva velocità, un binomio che basterebbe già da solo a far invocare la pena di morte per chi ha sterminato una famiglia che, messi insieme tutti i compleanni dei componenti, non arrivava a ottant’anni. Ma siamo una nazione civile e la pena di morte è roba da barbari, non va invocata. Auspicare però una pena esemplare e che venga buttata via la chiave e lasciato questo irresponsabile sterminatore (se ne ha responsabilità) ai lavori forzati, fa parte della reazione legittima e umana di chi rimane sgomento difronte a tanta stupidità. Perché questo è, stupidità da irresponsabili mettersi alla guida dopo aver bevuto e sfrecciare ad alta velocità nella notte.

Se da una tragedia può trarsi una lezione, la lezione che può essere tratta da questo dramma è una sola: non bere. Non bere mai, specie se per necessità o semplice piacere dopo aver bevuto ci si debba mettere alla guida di un’autovettura. Tutti insieme, quelli che sono morti, non arrivavano a ottant’anni e quello che lascia sgomenti non è che fossero tutti giovani ma è quanta vita tutti e tre avessero ancora davanti. Quella vita è stata cancellata in un attimo, come una strada disegnata a matita e rimossa dalla gomma inesorabile della morte. Certo è difficile, anche per chi ha fede, comprendere la trama divina che si nasconde dietro a tre vite recise come fili d’erba, spezzate come tre legnetti secchi sotto a una scarpa. Dov’era Dio la scorsa notte? Dov’era Dio mentre Dio stesso l’altra notte veniva al mondo? Sono domande troppo grandi per noi uomini troppo piccoli e di risposte, probabilmente, oltre alla stupidità in questo caso non ce ne stanno.

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