Pubblicato: sabato 26 ottobre, 2019 - Tempo di lettura: 4 min.

Interfibra - Internet veloce + chiamate illimitate a partire da 9  al mese Grande Fratello? Orwell non si riferiva a Zuckerberg

di ANGELO PERSICHILLI

Si parla con preoccupazione della perdita della ‘privacy’ a causa della nuova tecnologia. Si paragona Facebook al Grande Fratello.

Andiamoci piano.

Primo, la tecnologia non sta invadendo la nostra area privata, sta solo cambiando l’interazione degli individui in un’area pubblica dove, per alcuni, e questo lo capisco, diventa sempre più difficile difendere la propria privacy.

Secondo, a parte qualche affinità tecnologica, non regge il paragone tra il Facebook di Mark Zuckerberg e il Grande Fratello di George Orwell.

Come è noto, infatti, il termine Grande Fratello fu coniato proprio da Orwell nel suo famoso libro “1984” scritto nel 1948 e pubblicato nel 1949. Chi ha letto il libro sa che quella di Orwell fu una denuncia contro la dittatura, quella sovietica in particolare ma tutte in generale, che usava la tecnologia per limitare la libertà dei cittadini, uccideva il libero pensiero e puniva con la morte coloro che disobbedivano.

Il famoso libro di Orwell è stato al centro di molti dibattiti. Lo stesso storico leader dell’ex Partito Comunista, Enrico Berlinguer, nella famosa intervista concessa nel 1983 a Ferdinando Adornato proprio su “1984” e pubblicata sull’Unità, si chiedeva se la ‘profezia’ di Orwell si fosse avverata all’indomani dell’avvento del Macintosh di Steve Jobs dell’83.

Molta strada è stata fatta dal 1948, quando Orwell scrisse il libro, e tanta è stata fatta dall’intervista di Berlinguer.

Qual è la situazione attuale?

C’è confusione per tante ragioni, ma di una cosa sono certo: Facebook e il Grande Fratello di Orwell sono due cose diverse. Il GF di Orwell era uno strumento usato dal regime per spiare, limitare e uccidere. Gli oppositori al regime, spiati dal Grande Fratello, un fantomatico sistema di telecamere e microfoni installato in ogni strada, abitazione e camera da letto senza autorizzazione, venivano uccisi, come Winston, il protagonista di ‘1984’.

Facebook è tutt’altra cosa.

Mettere una telecamera in una area privata è stato e rimarrà sempre illegale. Se però una coppia decide di baciarsi in pubblico, il concetto di privacy comincia a vacillare. ‘Postare’ una foto di persone che camminano a Piazza Navona, non credo sia illegale o ‘invasivo’; potrebbero vedersi coppie che avrebbero preferito rimanere anonime per nascondere al massimo un paio di corna; ma se si vuole privacy in questo contesto si va in albergo. Ognuno ha la libertà di pubblicare qualsiasi cosa che sia già pubblica, è stato sempre così.

Se alcune persone si ferma proprio davanti al tavolo del ristorante dove sto pranzando per farsi un selfie (vedere foto a corredo di questo articolo), il diritto alla loro privacy va a scontrarsi col mio diritto di fare foto in un luogo pubblico (da non confondere con lo stalking) e di farne qualsiasi uso legale.

Stesso discorso per una protesta contro una foto celebrativa con gli amici messa su Facebook o Instagram e che qualcuno avrebbe preferito fosse rimasta ‘privata’. Se la protesta arriva dal festeggiato, posso capirlo. Accadeva anche nel passato che si organizzavano incontri ma si chiedeva di non fare foto. Diverso invece se è il festeggiato a ‘postare’ la foto nonostante l’opposizione di qualche invitato.

Come si vede si tratta di preferenze personali e non di interferenze nella privacy o, come era nel caso di Orwell, di limitazione della libertà e incolumità personale. Ora, come nel passato, si tratta di applicare la discrezione anche se, con la nuova tecnologia, è tutto più difficile.

Concordo invece con quelli che criticano l’abuso di Facebook o di Instagram con frivoli e ridicoli avvenimenti personali da esporre al pubblico. Per esempio, trovo sempre più puerile (a meno di motivi particolari) la pubblicazione della tipica foto con alle spalle Piazza S. Pietro, il solito piatto di fettuccine con i funghi, come se fossimo gli unici ad essere stati a S. Pietro, degustato fettuccine, oppure volato a New York tanto da segnalare la nostra partenza e itinerario su Facebook come se stessimo per partire per Marte.

Anche in questo caso comunque, è nel loro diritto e, se non ci interessa, si può togliere l’‘amicizia’ o evitare di guardare. La gente che ci ‘spia’ su Facebook non lo fa in modo illegale e segreto, ma ha chiesto educatamente l’amicizia che noi abbiamo liberamente concesso e possiamo ritirare in qualsiasi momento.

La nostra privacy non è in pericolo ma sta cambiando, soprattutto sta cambiando il modo di interagire con gli altri. Il ‘quando’ lo ha già deciso la tecnologia, cioè ora; il ‘come’ sta a noi stabilirlo, tenendo presente che bisogna rispettare anche le libertà altrui.

Certo, la nuova tecnologia può innescare qualche deriva anarchica, ma credo che sia solo la nostra iniziale e temporanea incapacità di usarla.

Una sola cosa è sicura: bisogna smettere di collegare Facebook e Instagram al Grande Fratello di Orwell. Quest’ultimo parlava di uno strumento di dittatura, la nuova tecnologia è uno strumento di democrazia. Al massimo possiamo paragonarlo al Grande Fratello di Canale 5, ma anche in quel caso, a parte il pericolo di essere esposti a cretinate radioattive, gli ospiti entrano volontariamente nella casa sapendo di essere spiati, mentre noi spioni possiamo evitare di spiare cambiando canale.

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