Pubblicato: martedì 19 marzo, 2019 - Tempo di lettura: 4 min.

Interfibra - Internet veloce + chiamate illimitate a partire da 9  al mese Per andare in paradiso, si deve prima morire

di Angelo Persichilli

Le manifestazioni mondiali della scorsa settimana a difesa dell’ambiente mi hanno fatto venire in mente Che Guevara e La Guerrigliera Tania. Condividevo, e condivido, molte delle loro critiche sociali al cosiddetto ‘imperialismo americano’ ma mi facevano più paura, lo confesso, le alternative da loro proposte. Ciò che invece ho sempre ammirato è stata la loro determinazione, coerenza e coraggio per promuovere le loro idee, ben sapendo che questa loro determinazione avrebbe potuto anche portarli alla morte. Che puntualmente arrivò.

Ma cosa c’entrano Guevara e Tania con i dimostranti anti-inquinamento?

Certo combattere nella foresta boliviana non è una scampagnata come passeggiare per il centro delle nostre città sventolando bandiere multicolori e non voglio di certo incoraggiare questi dimostranti a ricorrere alla violenza che aborro, ma una certa coerenza tra ciò che si predica e ciò che si fa non guasterebbe.

L’ambiente è malato, ha bisogno d’aiuto, ma il pericolo più grosso non è l’inquinamento, bensì l’ipocrisia.

Queste manifestazioni oceaniche, (non ho capito perché alcuni erano a volto coperto) avrebbero un loro valore se, alla fine dei cortei, rimanesse qualcosa e soprattutto una azione concreta che cambiasse qualcosa in tutti noi.

Invece sono convinto che alla fine delle manifestazioni di ‘sensibilizzazione’ (ma sensibilizzazione di chi se non di noi stessi?), la stragrande maggioranza degli ‘ambientalisti’ a tempo determinato sia tornata alla vita di tutti i giorni. Tutti contenti di essersi sbarazzati dei ‘peccati’ commessi quotidianamente contro la natura e riprendere daccapo. Insomma, una specie di confessione per il reset della coscienza e poi riprendere a peccare come prima.

Mi spiego.

Molti commentatori hanno messo in risalto non solo il grande numero dei partecipanti alle manifestazioni, ma anche e soprattutto la grande presenza dei giovani. Uno dei titoli più ricorrenti sui giornali è stato: “Manifestazioni per chiedere ai governanti misure concrete”.

Ma siamo proprio sicuri che vogliamo “misure concrete”? Mi disse una volta un mio datore di lavoro che contestavo in continuazione di smetterla “altrimenti faccio come dici tu!”

Vediamo un po’.

Ridurre l’inquinamento significherebbe innanzitutto ridurre l’uso delle macchine, con tutte le conseguenze sociali e economiche sulla nostra vita. Oppure produrre macchine meno inquinanti facendo salire i costi. Costi che potrebbero essere assorbiti in tre modi: ridurre i profitti dei produttori, ridurre i salari degli operai e aumentare i prezzi al consumatore. Non uno, ma tutti e tre: uno non basta. Fate un po’ voi.

Già, le macchine elettriche. Innanzitutto, provate a comperarne qualcuna e vedrete quanto costa. E poi, l’elettricità produrrebbe comunque inquinamento. Ho letto da qualche parte che da uno studio tedesco dell’ADAC, l’ACI teutonica, emerge che una FIAT Panda a metano inquinerebbe meno delle auto elettriche. Insomma, si deve ancora lavorare sulla qualità e sui prezzi.

L’energia solare? Certo, qualche piscina la riscalderebbe, ma dove la mettiamo l’estetica? Quegli orribili pannelli che rovinerebbero la nostra villetta costataci una fortuna?

Per non parlare dell’energia eolica che, per difendere l’ambiente…rovinerebbe l’ambiente? Come dire, violentare qualcuno per difendere la verginità. O no? No, ‘nun ze po’ ffà.

La realtà è che per difendere veramente l’ambiente bisognerebbe cambiare il nostro modo di vivere. E su questo tutti siamo d’accordo, a patto che sarebbe la vita degli altri.

Senza scendere in noiosi quanto inutili dettagli tecnici, per combattere l’inquinamento, che esiste e è un problema serio, bisognerebbe guidare di meno, consumare di meno, pagare di più per ciò che si produce, usare meno tecnologia, usare meno corrente, imparare a riciclare (non i soldi) cercando almeno di capire prima cosa significa “raccolta differenziata” e poi di attuarla, bisognerebbe aumentare le tasse per promuovere iniziative valide e, insomma, cambiare il modo di vivere. ‘Na parola!

Il Canada è uno dei Paesi più convinti della necessità di fare qualche cosa per la difesa dell’ambiente…fino a quando vengono proposte le cosiddette ‘carbon tax’. Purtroppo, queste necessarie manifestazioni di sensibilizzazioni cominciano con l’inizio del corteo e finiscono quando viene chiesto di fare dei sacrifici veri.

Ricordate il famoso protocollo di Kyoto, firmato nel 1999 e che chiedeva ai Paesi firmatari di ridurre il livello di inquinamento ai livelli del 1990 entro il 2012? Tra i Paesi firmatari solo i Paesi che non inquinavano già da prima (leggi Paesi non industrializzati) rispettarono gli impegni. I Paesi industrializzati o in via di sviluppo, o non rispettarono gli impegni o non firmarono l’accordo. Tra questi ultimi c’erano anche gli Stati Uniti, la Cina, l’India e il Brasile, vale a dire i Paesi che, da soli, erano responsabili di circa il 50% di tutto l’inquinamento mondiale.

Il Canada, uno dei Paesi tra i più grossi sostenitori di Kyoto, firmò. Ma poi, dal 1999 al 2006 aveva aumentato le emissioni inquinanti a un livello percentuale superiore anche a quello degli Stati Uniti che non l’aveva firmato!

Mi ha detto un amico che questi dimostranti sono come i cattolici, vogliono tutti andare in Paradiso, ma nessuno vuole morire.

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