Pubblicato: domenica 03 marzo, 2019 - Tempo di lettura: 10 min.

Interfibra - Internet veloce + chiamate illimitate a partire da 9  al mese Autenticità e talento in “Piccole immagini di raso bianco”, romanzo d’esordio di Manuela Petescia

di MICHELE TUONO

Con il suo primo romanzo, Piccole immagini di raso bianco (Rubbettino, pp. 261, 15 euro), Manuela Petescia entra a pieno titolo in quel mondo sempre più difficile, da sembrare in certi momenti quasi destinato a scomparire, che è la letteratura. Quella vera, che ragiona, osserva, analizza, scava nella psicologia e nei sentimenti, per coglierne il significato più autentico; giudica, naturalmente a modo suo, con i mezzi che le sono propri, e, come in questo caso, condanna, senza l’ombra di pregiudiziali ideologiche, o tantomeno religiose. Senza moralismi, anche quando si tratta di parlare apertamente di mercimoni, di carnalità (o in certi casi di bestialità) che prevale su tutto il resto, di sovrano disprezzo per ogni etica, ogni rinuncia, ogni sacrificio, in una società malata, amorale nella sua perfetta normalità,  descritta nel romanzo con la stessa scrupolosità dello specialista che indica i sintomi precisi – scientificamente indicati – di una epidemia. E senza timore di scandali, o di squarciare quello che Edmondo Berselli definiva “il velluto dell’ipocrisia collettiva”.

Proprio di qui scaturisce la necessità, da un lato, di un linguaggio tenuto continuamente sotto controllo, privo di fronzoli e della minima sbavatura, anche quando si tratta di toccare le corde del grottesco o di misurarsi con qualche passaggio facile a debordare verso il truculento, o addirittura nello splatter (“E mentre parla è sopraffatto da un attacco di tosse che dipinge le lenzuola e la mia camicia di venature amaranto. L’infermiera corre subito a cambiarsi il camice, io mi lascerò indosso quei panni per tutto il giorno. Voglio dividere con lui l’orrore della morte”), dall’altro di una tecnica narrativa molto attenta a conferire spessore sociologico a ciascuno dei personaggi, compresi quelli apparentemente “minori”, si tratti di anziane maestre, vecchi professori, vedove o ex fidanzate, tutti con un proprio considerevole rilievo. Che è poi una delle spie rivelatrici del talento del narrare, nel solco di Cechov, o meglio ancora (nel caso specifico) di un Maupassant che ci voglia raccontare la nostra epoca, i suoi vizi, le sue ossessioni, come già fece per la sua.

Il testo di Piccole immagini di raso bianco (lo ha dichiarato l’autrice in una recente trasmissione radiofonica) era rimasto per molti anni nel cassetto, dopo che a suo tempo aveva attirato l’attenzione di uno degli studiosi italiani più autorevoli, Stefano Giovanardi, grande firma di Repubblica e L’Espresso, membro della giuria del Premio Strega e del Campiello, oltre che docente universitario (La Sapienza, Pavia e, negli ultimi anni, università del Molise), scomparso proprio in quegli anni.

Si tratta, in effetti, di un testo molto aderente all’idea che Giovanardi – critico davvero “militante” − aveva della letteratura, in particolare della sua natura scandalosa e rivoluzionaria, purché rispetti una condizione essenziale, che è quella della autenticità (nessuno in questo romanzo è simbolo, emblema, πρόσωπον), contrapposta alla tendenziosità, all’utilitarismo, all’ipocrisia, alla degenerazione della letteratura nel moralismo e nella falsificazione della realtà. Ed è in questa prospettiva così alta, così seria, che il romanzo di Manuela Petescia si inserisce a pieno titolo, con tutti i requisiti, e una forza dirompente e dissacratrice. Come Giovanardi aveva percepito, e segnalato, prima della sua repentina e dolorosissima scomparsa.

La storia, a grandi linee, è quella descritta nelle note di copertina che accompagnano la bella edizione di Rubbettino: il protagonista (che resta anonimo e narra i fatti in prima persona) è uno psichiatra ricco e affermato, docente universitario e − particolare essenziale nello sviluppo della trama – consulente del tribunale.

Il suo matrimonio si trascina stancamente. La moglie, dopo la nascita del primo figlio, perpetrata come una specie di truffa (“Avevo firmato il sacro rito, ma ero stato chiaro almeno con Monica: niente figli”), ha rinunciato a ogni traccia di femminilità (“Sono dodici anni che abbiamo messo al mondo questo figlio e sono dodici anni che lei si è eclissata per dono divino della maternità”).

Il suo decadimento fisico viene descritto con crudezza. Pennellate impietose (“Si palpa, afflitta, quei seni flaccidi e gelatinosi, poi si gira da un lato e osserva il suo corpo da un’altra prospettiva”), risentimento e disgusto filtrati dal punto di vista ravvicinato del marito (“Talvolta la osservo senza pietà e aggiungo un nuovo tassello al suo declino. I muscoli hanno perso tono e dalle ascelle pendono lembi di pelle flaccida. E più si rade, più sono evidenti”), che è personaggio duro, intelligente e dalla risposta sempre pronta, evoluzione di una cultura contadina solida, calcolatrice e poco avvezza alle cerimonie, sbrigativa e – quando occorre – anche manesca (“L’energia cinetica mette in moto la mano a cinquemila joule di potenza e le tiro uno schiaffo”).

Una cultura perfettamente inquadrata nel suo mischiarsi con il perbenismo ipocrita, egoista e sicuro di sé, fiero della sua ignoranza e molto opportunista, di altre famiglie, altre classi sociali. Il confronto è netto, e nel romanzo si capisce bene chi ne esce vincitore. E se la tematica non è certamente nuova − si pensi al nostro Jovine, o a Verga (molto verghiano è senz’altro il suocero che nel giorno del matrimonio consegna allo sposo “una busta con duecento milioni di lire in contanti: nel 1983 una cifra notevole”) – desta interesse vederla riproposta e rivisitata, misurata nell’attualità.

Con l’entrata in scena di Dolores, che diventerà oggetto del desiderio e ossessione, tormento e incontenibile richiamo sessuale, il racconto entra in media res, senza prologhi, introduzioni o pause, anzi con forme violentissime e in un certo qual modo irripetibili, se poste fuori dal rigoroso contesto narrativo (il protagonista approfitta del suo ruolo di consulente del tribunale per ricevere da Dolores specifici favori sessuali). La vicenda poi si evolverà, partendo dal bestiale punto di partenza, tra vergogne e malumori, scambi e reciproci ricatti, curiosità scientifica e sete di sapere, gli immancabili rimpianti («sento dentro di me una sofferenza, un dolore, un rammarico per non averla corteggiata e conquistata seguendo il solco tracciato dalle regole comuni») e pentimenti (“Per questa donna ho tradito i miei studi, le mie conoscenze, la mia professione”), fino ad assumere le forme di una storia d’amore in piena regola, per quanto resti sempre sbilanciata dalla parte del protagonista e rimanga, alla fine, sapientemente distillato nel romanzo, il dubbio se sia più colpevole l’interesse fisico, brutale, del maschio, o la venalità un po’ subdola di certi ricatti femminili.

La narrazione sale di livello quando nella storia fa la sua apparizione Marco, fotografo geniale e sfrontato, figura straordinariamente ben disegnata, nei suoi eccessi e nei suoi slanci, colossale nella sua misteriosa tragicità. L’intensa amicizia con il protagonista ha qualcosa di epico, e lascia il lettore a interrogarsi se non sia quel legame, che cresce fra pudori e silenzi, separazioni insopportabili e gelosie, la vera storia d’amore del romanzo, sovrastata dall’alito freddo della sventura.

Altro indizio, probabilmente, della sotterranea misoginia che sembra scorrere in tutto il romanzo, con le donne sempre in cerca di una qualche remunerazione, anche meschina: “Ma si offre”, confida il protagonista a Marco, parlandogli di Dolores. “Ora in cambio di una visita, ora in cambio dei farmaci, ora delle mie rassicurazioni…”. Silvia, la fidanzata di Marco, è “attratta dai soldi e sicuramente in cerca di un matrimonio conveniente”. La stessa madre di Dolores accetta una convivenza equivoca, quasi letale per la salute psichica della figlia, per ragioni di mera convenienza.

Le figure positive che si contrappongono sono sottili, quasi nascoste dall’ombra: l’adorabile madre del protagonista, disegnata con pochissimi tratti, davvero magistrali; la maestra, chiamata a sciogliere l’enorme plot che ruota intorno alla terribile infanzia di Dolores; l’amica del protagonista, fine ed elegante nel suo impermeabile rosso, con una parte essenziale nella narrazione stessa, e nel finale tremendo, proiettato su sfere vertiginose.

Tasselli di un mosaico ricchissimo, e per nulla esornativo. Spaventoso come le visioni che popolano certi incubi, ma descritto con l’occhio fermo, senza soprassalti, senza escursioni in luoghi fantastici, o lontani, senza scenari di guerra, o di spie. Tutto avviene in famiglia, in città, nelle case, al massimo in una camera d’ospedale o lungo un viale alberato, in una quotidianità che si trasforma in orrore.

Nulla viene risparmiato, non esistono idee sicure, avvalorate o sacre, in cui sia possibile rintanarsi. Concetti che sembrano consacrati vengono rimessi in discussione, con la logica ferrea, e per nulla paradossale, della narrazione. L’emancipazione della donna, la parità dei sessi, l’aborto: “Corse in ospedale con un’emorragia in atto. Giusto il tempo di sdraiarsi sul lettino del pronto soccorso, che il feto scivolò giù trascinato dal sangue. «Presi mio figlio tra le mani – racconta, – e lo guardai con amore. Aveva un aspetto deforme. La testa grande, gli occhi enormi e senza orbite. Per contro le braccia e le gambe sottili, quasi scheletriche. Una manina era chiusa, come se volesse difendersi. Secondo me ha capito che moriva».

Meno che mai può esistere una visione edulcorata della malattia e della morte.

“Vestiti a festa, con le scarpe lucide appena spacchettate, il rosario intrecciato tra le dita e l’orrore della morte stampato in faccia. E tutti noi lì a far finta di non vedere i rivoli di materiale putrido che fanno capolino dalla bocca o dal naso, tutti noi a far finta di non sentire gli odori nauseabondi che si diffondono nell’etere. Tutti noi a far finta di niente: «Ha un’espressione serena, si vede che non soffre più, ora è in pace»”.

Parti dell’infernale galleria dei pazienti del protagonista scorrono con precisione lombrosiana, alternate a divagazioni che sembrano svaporare tra memorie e indagini a ritroso, in un fluire rapido e musicale. E quella che sembra una citazione facile e scontata (“Totem e tabù”), per un romanzo che tratta di psicanalisi, assume un significato nuovo e coraggioso, sostenuto da conoscenze tecniche sorprendenti e da un saldissimo substrato culturale. Il richiamo a Marnie, di Hitchock, oltre che spiritoso (“Marnie riporta allo stadio cosciente il ricordo rimosso e guarisce: «ecco perché rubava, poverina, ora non lo farà più!»”), e tutt’altro che gratuito, è illuminante, rispetto al cliché fortunatissimo (il trauma, la rimozione, la catarsi) del terapista impegnato nello scavo minuzioso, alla ricerca di eventi del passato che spieghino problemi attuali.

«L’analista – scrive Hitchock in apertura di Io ti salverò − cerca solo di indurre il paziente a parlare dei suoi problemi nascosti, per aprire le porte serrate della sua mente. Una volta che i complessi che disturbano il paziente sono scoperti e interpretati, la malattia e la confusione scompaiono…. e i demoni dell’irragionevolezza sono scacciati dall’anima umana».

Qui non c’è ombra di catarsi, il lieto fine non esiste, anzi, non esiste neanche un fine, e tutto si dissolve in “piccole immagini di raso bianco”.

E se Ultimo tango a Parigi, pure citato, come una spia rivelatrice (“Ho cambiato canale con la mente e sto ascoltando Marlon Brando in Ultimo Tango a Parigi, il film dello scandalo, 1972”), sembra aver perso ormai del tutto l’aura maledetta della trasgressione, questo romanzo ha pieno diritto di potersi definire una diretta filiazione, o un’appendice. Il nichilismo che domina su tutto sembra addirittura meglio motivato, il cupio dissolvi sembra aver fatto un passo avanti, ed essersi aggiornato. Così come lo stato della “coppia prima del matrimonio senza figli, poi la stessa coppia dopo il matrimonio coi bambini” di cui parla Tom/Jean Pierre Leaud: “Il matrimonio, insomma: il matrimonio perfetto, ideale, riuscito”. E Monica, la terribile moglie del protagonista, che scompare per lunghissimi tratti dalla storia, ma quando riappare si capisce che era stata sempre lì (altra prova di un talento narrativo sicurissimo), sembra una delle più felici incarnazioni della “moglie musona” che (nelle parole di Tom) “trovavi fra le mura buie delle chiese”.

Anche i bambini del romanzo (i figli di Dolores), senz’altro innocenti, e certamente simpatici, alla fine sono più o meno gli stessi che nel capolavoro di Bertolucci – a detta di Paul/Marlon Brando – “sono peggio dei grandi: fanno la spia, non sanno ammirare che l’autorità, si vendono per una caramella”.

E piace pensare che le immagini di raso bianco, eteree e fluttuanti in una dimensione sconosciuta, rimandino ai fantasmi psichici di Solaris, di Andrej Tarkovskij, rievocati da Stefano Giovanardi in uno dei suoi indimenticabili articoli (Quartetto per violino e scacchi, «la Repubblica, 27 dicembre 2002), nel quale non a caso si additava “la necessità di dimenticare chi siamo, per far fronte a quello che saremo dopo il rivolgimento epocale cui stiamo di malavoglia assistendo”. E romanzi “autentici” come Piccole immagini di raso bianco possono essere di grande aiuto, per attrezzarci in quella prospettiva.

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Editorialista: Pasquale Di Bello - Direttore responsabile: Manuela Petescia

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