Pubblicato: martedì 15 gennaio, 2019 - Tempo di lettura: 3 min.

Macroregioni o regionalismo differenziato?

Di VINCENZO MUSACCHIO*

Un interrogativo dalla risposta indiscutibilmente scontata, soprattutto, in considerazione delle conseguenze derivanti dal prevalere dell’una o dell’altra scelta sul tappeto. Sicché, per maggiore chiarezza sembra giusto e opportuno cominciare analizzare i pro e i contro delle due ipotesi. In caso di macro-regionalismo gli attuali venti consigli regionali, si ridurrebbero a non più di sei, uno per ogni macroregione in cui verrebbe “federato” il Paese, con consequenziale e rilevante riduzione, del numero di consiglieri regionali, dei rispettivi apparati, dei collaboratori e, quindi, delle spese di funzionamento degli organismi assembleari. Verrebbe meno anche il potere di pressione nei confronti del governo centrale da parte delle regioni economicamente più forti. Questa ipotesi, a mio parere, segnerebbe, anche la fine dell’ormai secolare sottomissione del Mezzogiorno, poiché, finalmente potrebbe gestire direttamente le proprie risorse e investire sulle proprie potenzialità. In caso di regionalismo differenziato, invece, resterebbe inalterato sia il numero delle assemblee, sia – potrebbe addirittura crescere, ovviamente, per far fronte alle aumentate competenze degli organismi regionali – quello dei membri delle stesse, dei loro staff e consulenti, e, quindi, le spese per il funzionamento dei gruppi. Ovviamente tutto ciò – oltre a far crescere i costi generali dell’Ente locale – finirebbe per istituzionalizzare e accentuare il “predominio” delle regioni più forti – a discapito del Sud – nei confronti di quelle economicamente più “deboli”. Posto che quanto abbiamo fin qui affermato trova conforto in dati oggettivi in un Paese come il nostro, dove l’interesse personale prevale sul “bene comune”, una riforma sul macro regionalismo non è di facile approvazione. Non ci sorprendiamo per nulla se i 3/4 dei consiglieri regionali italiani per difendere la propria “poltrona”, preferisca il “regionalismo differenziato” che, di fatto, gliela salva e rifiutino con forza la macroregione autonoma che, invece, mette a rischio la poltrona tanto agognata. Proprio ieri lo Svimez ha presentato una fotografia del Mezzogiorno, in particolare del Molise, a totale rischio di desertificazione demografica e industriale. L’idea di un’unione tra le regioni del medio adriatico potrebbe rappresentare una delle soluzioni logiche ai problemi in precedenza messi in evidenza. Personalmente l’idea di una fusione delle tre regioni del medio Adriatico: Marche, Abruzzo e Molise sarebbe una delle ipotesi su cui riflettere seriamente. Una fusione tra queste tre regioni rappresenterebbe un territorio ampio, omogeneo e, per questo, più forte sia nei confronti dello Stato centrale, sia dell’Unione europea, sia come capacità propulsiva, sia come programmazione di infrastrutture, sia come maggiore incisività nei rapporti commerciali. Un progetto di questo tipo configura un territorio unitario che, potrebbe avere un suo ruolo nel bacino Adriatico e persino in quello del Mediterraneo europeo. Affinché questo possa accadere, ovviamente, c’è bisogno di modifiche costituzionali. Certo, si tratterebbe di una macroregione – con un unico corpo politico amministrativo – per cui, quei politici che credono realmente in questo progetto dovrebbero rinunciare ai vari privilegi acquisiti il che non è di facile realizzazione. I tempi tecnici potrebbero essere meno lunghi di quanto si possa pensare. La realtà ci conferma che le classi dirigenti non vogliono perdere i loro ruoli e molto argutamente preferiscono parlare di federazione e non di macroregione, non rendendosi conto (o rendendosene) di quanto questo progetto possa essere importante per lo sviluppo di ciascuna comunità coinvolta. Per raggiungere quest’ambizioso obiettivo oltre ad una politica “illuminata” ci vuole soprattutto un cambio di marcia storico culturale.

(*giurista e già docente di diritto penale )

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