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Editoriali - Evidenza - Idee e opinioni - Regione - 26 Giugno 2020

La magistratura italiana è a un bivio?

Intervista a Vincenzo Musacchio, giurista e docente di diritto penale, è associato al Rutgers Institute on Anti-Corruption Studies (RIACS) di Newark (USA). E’ ricercatore dell’Alta Scuola di Studi Strategici sulla Criminalità Organizzata del Royal United Services Institute di Londra. E’ stato allievo di Giuliano Vassalli e amico e collaboratore di Antonino Caponnetto.

di Manuela Petescia

Dottor Musacchio, secondo lei il Csm va riformato?

La magistratura in quanto potere dello Stato (io ritengo sia una funzione) ha il suo organo di autogoverno a tutela della propria indipendenza. Se quest’organismo, non garantisce più l’indipendenza dei magistrati e non assicura il rispetto dei principi basilari del “sistema Giustizia”, allora, è inevitabile che la sua esistenza esiga una riforma radicale.

La politica riuscirà a fare la riforma auspicata?

Negli ultimi decenni , purtroppo, la politica è stata impegnata non tanto nel risolvere i problemi della giustizia, affinché funzionasse meglio, quanto nell’assicurare l’impunità ai poteri forti e a sé stessa. Per questo penso che difficilmente vedremo una riforma seria ed efficace. Gattopardescamente si cambierà tutto per non cambiare niente. Ovviamente spero di sbagliare la mia previsione.

C’è anche una forte esigenza di giustizia da parte dei cittadini non crede?

Molti cittadini onesti nel nostro Paese reclamano giustizia. Penso a clientelismi, a raccomandazioni, a furberie che vanno dall’evasione fiscale, all’abuso edilizio, dai concorsi universitari usualmente manovrati, alle nomine pilotate in enti pubblici, dalla truffa ai danni dello Stato, alle frodi comunitarie. Di queste distorsioni ha purtroppo sofferto anche parte della la magistratura cagionando, per alcuni aspetti, danni anche alla società civile stessa.

Cosa ne pensa delle nomine pilotate al Csm?

Occorre essere onesti e riconoscere che lo scandalo sulle nomine pilotate, con gli incontri notturni tra membri del Csm e politici è gravissimo ed ha contribuito ad aggravare l’attuale crisi di legittimazione della magistratura nel suo insieme. Devo, tuttavia, ricordare, per onestà intellettuale, che le condotte contestate a Palamara erano note già da molti anni a chi conosce il mondo della magistratura. I rapporti stretti fra toghe e politici, con buona pace dell’autonomia e dell’indipendenza del Csm, ci sono sempre stati. Esistevano già ai tempi di Falcone e Borsellino.

I rapporti tra politica e magistratura quindi sono da vietare in senso assoluto?

Assolutamente no. Il punctum dolens è il tipo di rapporto che intercorre tra politica e magistratura. Non ritengo ammissibili, ad esempio, le cd. porte girevoli fra politico e magistrato. I magistrati facciano i magistrati, senza avere più incarichi extragiudiziari assegnati direttamente dalla politica. Non mi piacciono neanche i magistrati che diventano politici e poi tornano a fare i magistrati. Mettere mano a queste problematiche sarebbe già un buon inizio.

Cosa ne pensa del sistema delle sanzioni disciplinari dei magistrati?

Uno dei settori da riformare al più presto è proprio il codice disciplinare dei magistrati. Raramente questi ultimi pagano per i propri errori. Per rafforzare la credibilità della categoria ritengo andrebbe rivista l’adeguatezza delle sanzioni previste e applicate. Vanno rese più efficaci le conseguenze sanzionatorie. Penso, in primis, al sistema delle incompatibilità ambientali che sono molte e spesso irrisolte. Vi sono pratiche pendenti per incompatibilità che trovano la loro risoluzione solo con il sistema delle promozioni e con i pensionamenti anticipati. Ricordiamoci che esiste anche un’incompatibilità funzionale, che penso non trovi quasi mai applicazione. Mi spiego meglio: se un giudice, ad esempio, vede sempre impugnati tutti i suoi provvedimenti, non sarebbe il caso di valutare per lui un ruolo diverso all’interno della magistratura? Lo stesso discorso, ovviamente, vale anche per i pubblici ministeri.

Alcuni sostengono che i magistrati abbiano molto potere, è vero?

La riforma della magistratura dovrà inevitabilmente ripartire anche dal bilanciamento tra potere in mano al magistrato e sanzioni in caso costui lo usi in maniera distorta. Autonomia e indipendenza del magistrato sono importanti ma non possono condurre a un’idea d’impunità assoluta della categoria. Chi sbaglia intenzionalmente deve essere sanzionato.

Secondo lei si dovranno punire quei magistrati che sono nelle intercettazioni di Palamara?

Sarà opportuno, proprio a seguito del caso Palamara, esaminare tutte le intercettazioni e valutare con serietà ed efficacia se ci siano questioni che possano creare situazioni d’incompatibilità ambientale o professionale per i vari magistrati che emergono nelle chat e nelle intercettazioni per disporre anche dei trasferimenti d’ufficio. Nessuno può sentirsi forte e sicuro di averla fatta franca. Se vi saranno i presupposti, credo sia giusto invalidare anche le nomine fatte negli ultimi anni.

E se ci sono fatti di rilievo penale?

Vanno puniti con la massima severità. Una eventuale mancanza in tal senso delegittimerebbe totalmente tutta la magistratura perché la farebbe apparire immune dalla applicazione della norma penale.

C’è una soluzione a tutto questo?

Io ho sempre ritenuto che l’autonomia dei magistrati andasse preservata con il rigore dell’etica e della deontologia professionale. Rendere giustizia vuol dire seguire la strada dell’equilibrio, dell’indipendenza e della assoluta imparzialità del giudizio. Questa è l’unica vera grande riforma della magistratura che però risiede essenzialmente nei meandri della più profonda e inspiegabile personalità dell’essere umano. In questo clima di scandali giudiziari “il giudice torni a consumare i suoi pasti in assoluta solitudine”.

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