Maltrattamenti in famiglia ed estorsione. Questi i reati contestati a un giovane di Campobasso, 30 anni, studente, che è finito agli arresti domiciliari in una comunità terapeutica. A dare esecuzione alla misura cautelare personale gli agenti della Squadra Mobile del capoluogo, guidata da Raffaele Iasi.
Il giovane, è emerso dalle indagini, costringeva prima la madre, con minacce, a ricaricargli la carta prepagata e poi il padre ad accompagnarlo a comprare droga, anche più volte al giorno nonostante si fosse in piena emergenza coronavirus e fosse vietato circolare. Se si rifiutavano, se non acconsentivano alle sue pressanti richieste, quel figlio in balia della droga, la cocaina diventava aggressivo, pericoloso oltre che minaccioso. I genitori vivevano in uno stato di costante paura, costretti anche a vendere immobili che avevano. Un drammatico spaccato familiare quello ricostruito dagli inquirenti. All’esito delle indagini la Procura di Campobasso ha formulato, per due volte, richiesta di applicazione della misura cautelare della custodia in carcere, rigettata dal GIP. Quindi l’appello al Tribunale del Riesame che, condividendo le argomentazioni della Procura, ha disposto i domiciliari in comunità di recupero, accogliendo la volontà espressa dallo stesso giovane.

“La vicenda – ha commentato il Procuratore Capo di Campobasso Nicola D’Angelo, che sta conducendo una serrata battaglia, a tutto campo, contro la droga – ripropone in tutta la sua drammaticità il vissuto di tante famiglie con tossicodipendenti, i quali, a causa dell’uso delle sostanze stupefacenti, diventano pericolosi per sé e per gli altri rendendo insostenibile la convivenza, al punto che la prospettiva del carcere, per un figlio, diventa preferibile alla prosecuzione di una vita fatta di paure, di sofferenze e di emarginazione. L’applicazione della misura cautelare in comunità di recupero – ha continuato D’Angelo – rende auspicabile che l’indagato, con il tempo, torni ad essere un “soggetto persona” e non più un “oggetto” in balia della dipendenza; che la sua famiglia possa riacquistare parte della serenità perduta e che tutto questo possa – unitamente a centinaia di casi analoghi – contribuire a ridurre il consumo di stupefacenti sulla piazza locale, prima causa del moltiplicarsi dei fenomeni criminosi e – ha concluso il Procuratore – dell’interessamento della criminalità di tipo mafioso per questo territorio”.

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