Emergono nuovi particolari sull’inchiesta che ha portato all’arresto di Gianluigi Torzi, il finanziere molisano arrestato dalla gendarmeria vaticana per la compravendita di un palazzo a Londra. La vicenda – scrive l’Huffington Post – si intreccia anche al tentativo di “salvare” la Banca popolare di Bari. Un’indagine complessa che tira in ballo anche il fondo maltese Muse, amministrato da Gianluigi Torzi, insieme al padre Enrico, e che si collega anche alla nostra regione. In quel periodo (siamo nel 2018) Larino, considerata patria di Torzi, diventa infatti l’ombelico degli interessi baresi, si legge ancora sul Huffington Post. Torzi, fermato venerdì, si era recato in Vaticano per essere interrogato dal Promotore di giustizia Milano e dal sostituto Diddi. Ma la sua versione evidentemente non ha convinto gli inquirenti vaticani. I suoi avvocati parlano di un malinteso e di piena collaborazione, certo è che nelle settimane scorse al vaticano è arrivata una mole imponente di materiale probatorio a seguito di regolare rogatoria in Svizzera. Nel frattempo, prioprio nel paese elvetivo sono stati posti sotto sequestro – sempre su richiesta vaticana – svariati conti correnti per diverse decine di milioni di franchi svizzeri presso il Credit Suisse. Nei confronti di Torzi sono stati ipotizzati i reati di estorsione (per cui rischia fino a 12 anni di carcere), peculato , truffa aggravata e autoriciclaggio. Estorsione perché Torzi – stando all’accusa – avrebbe minacciato il Vaticano di non restituire il controllo della proprietà del famoso palazzo di Londra di Sloane Avenue comprato in tempi diversi (e del valore complessivo di 300 milioni di euro) se non dietro il pagamento di trenta milioni di euro, ridotti poi a quindici, effettivamente pagati dalla Segreteria di Stato, momento in cui si è consumata per gli inquirenti vaticani l’estorsione.

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