Consorzi di bonifica, Facciolla nel mirino del Movimento agricolo molisano

di ANNA MARIA DI MATTEO Il Movimento agricolo molisano insorge contro la proposta di legge di riforma dei Consorzi di bonifica presentata dall’assessore all’Agricoltura Vittorino Facciolla. Un provvedimento che, ha denunciato il segretario del Movimento, Domenico Zeoli, rappresenta una vera e propria beffa perché non affronta il problema del riordino dei consorzi di bonifica, ma si limita a sopprimere i due enti, quelli di Termoli e Larino, al posto dei quali nascerebbe il Consorzio di Bonifica del Basso Molise, e nel quale conferirebbero i debiti accumulati negli anni, più che il patrimonio.In questo modo, è la denuncia del Movimento agricolo, non vengono affrontati i nodi che hanno portato al tracollo della bonifica e dell’irrigazione nel Basso Molise: i costi elevati dell’acqua e dell’energia per il pompaggio delle acque. Ma come spesso accade, alla beffa si aggiunge anche il danno. E d è il caso dei consorziati che dovranno pagare, di tasca propria, i debiti dei consorzi, soprattutto legati ai mancati trasferimenti regionali. “Visto che la proposta di legge elaborata dall’assessorato non contiene nessuna misura economica e finanziaria impattante sul bilancio regionale – è la precisazione di Zeoli – sarebbe interessante chiedere all’assessore Facciolla il motivo per il quale ha deciso di collegare il destino del provvedimento a quello del Bilancio regionale. Forse per blindare la sua riforma – ha aggiunto – velocizzando e rendendo snella l’approvazione, al riparo da qualsiasi esame preventivo da parte delle commissioni consiliari”. Il Movimento agricolo molisano chiede all’assessore Facciolla di non fare campagna elettorale sulla pelle dei consorziati ed invita il Consiglio regionale a non approvare la riforma, per consentire il recepimento delle osservazioni al testo di legge fatte pervenire sul tavolo dell’assessore.   - >>>>>

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Scritti Vaganti, le Cantonate spelacchiate dell’anticorruzione

MICHELE MIGNOGNA Non c’è che dire, spelacchio, il mitico spelacchio, l’albero di Natale romano, è l’albero più famoso di tutti i continenti. Voci bene informate raccontano di vagonate di lettere di solidarietà che arrivano niente meno che dagli alberi della foresta amazzonica, tutte indirizzate a spelacchio. Tanto è famoso sto spelacchio che addirittura ha attirato su di se le attenzioni di Raffaele Cantone, niente meno che il direttore dell’autorità anti corruzione nazionale, mo’, direte voi, con tutto quello che ha da fare sto popò di magistrato si occupa di spelacchio? E si! Se n’è occupato pochi giorni fa quando ha scritto nero su bianco che l’amministrazione capitolina guidata dalla pentastellata Virginia Raggi, ha speso troppo, sia per l’acquisto, che per l’installazione e la sua rimozione alla fine delle feste. Ora, con tutto il rispetto per Cantone, personalmente mi piaceva tantissimo quando era in servizio alla Procura di Napoli e si occupava di cose un tantinello più serie che l’albero della Raggi, ma non perché non è seria la questione, anzi. Il problema di fondo è che Cantone, che ovviamente non poteva star fuori dal circo mediatico anti movimento cinque stelle, non ha detto nulla, niente, nemmeno un vagito sulla questione delle casette post sisma nel centro Italia. Casette che da più parti vengono definite vergognose, per come sono state costruite, non ha detto nulla sulla società che le ha realizzate. Nemmeno un vagito sugli appalti in “emergenza” dati in quelle zone. Ma soprattutto aspettiamo ancora la ricetta, da Cantone e dall’anticorruzione, per recuperare i cento miliardi l’anno che vanno in “fumo” si fa per dire, in corruzione e malaffare politico in generale. Può anche darsi che la Raggi abbia speso troppo per quella specie di albero di Natale, un albero molto sfortunato dicono gli ambientalisti, ma che addirittura Cantone spenda il suo tempo ad indagare su questo anziché su tutte le cose che accadono in questo Paese sotto l’aspetto del malaffare, fa salire un dubbio… Non è che anche Cantone è stato arruolato per “combattere” strenaumente i pentastellati, senza sapere che gli stanno facendo una campagna elettorale megagalattica?   - >>>>>

Salute prima di tutto, Sanità per tutti

di MINO DENTIZZI La legislatura regionale attuale, ormai in dirittura di arrivo, è stata caratterizzata da un’involuzione (se non smantellamento) della sanità pubblica e del sistema di welfare, in particolare per le fasce socio-economiche più deboli e per le aree interne della Regione. La prossima legislatura sarà risolutiva per la sorte del servizio sanitario molisano e tutti dobbiamo essere consci che lasciare da parte o mettere in secondo ordine la sanità dai programmi della nuova amministrazione Regionale o continuare addirittura nella direzione ultimamente seguita non compromette solo la salute, ma prima di tutto la dignità e la capacità dei cittadini di concretizzare l’obiettivo prioritario di collocare al primo posto dell’agenda politica il ritorno della sanità pubblica. Due cose sono certe: in Molise oggi esiste un piano occulto (ma neanche tanto) di smantellamento e privatizzazione del SSN, ma è sicuro anche che non esiste un preciso programma politico per il suo salvataggio. Chi si candida al governo della Regione deve avere le competenze per essere in grado di analizzare le criticità del servizio sanitario e di proporre soluzioni per la sua sostenibilità. Riteniamo che la parola d’ordine ‘salute prima di tutto, sanità per tutti’ debba essere la condicio sine qua non per il benessere delle persone, ma anche per la ripresa economica del nostro territorio. Ricordando che le spese per la sanità rappresentano i tre quarti del bilancio regionale, è necessario mettere sempre la salute al centro di tutte le scelte politiche (anche quando per esempio si decide quali strade bisogna costruire o che tipo di attività economiche promuovere sul territorio). Si possono presentare decine di proposte programmatiche negli ambiti più svariati, ma il problema principe ora è quello della tutela della salute ed è necessario intervenire in modo strategico e innovativo. Il silenzio delle forze politiche sulla sanità pubblica non è attribuibile solo a una mancanza di attenzione ma è funzionale a una strategia di depotenziamento strisciante del servizio sanitario.   - >>>>>

Regione, infornata di assunti. Un pastrocchio di fine legislatura

di COSTANZA CARRIERO* Siamo a fine legislatura regionale, ma le “anomalie” di cui è necessario parlare non riguardano solo lo slittamento delle elezioni, con aggiunta di spese da sostenere per due turni elettorali diversi, gli stipendi per i consiglieri regionali che rimangono in carica per altri due mesi così come i mega apparati che a questi ultimi rispondono, ma anche rispetto alle assunzioni/rinnovi di personale a tempo determinato. Operazione sulla quale, ad onore del vero, vi è anche qualche dubbio sulla piena legittimità. Infatti con delibera della Giunta regionale n. 452 dello scorso novembre, vengono prorogati al 2019 i contratti di 14 unità di personale assegnato alla “sala operativa ed al centro funzionale” del Servizio di Protezione Civile, già sottoscrittori di contratti di lavoro subordinato ed a tempo determinato in scadenza tra il 30 novembre ed il 15 dicembre 2017. Personale che non è mai passato al vaglio di alcuna selezione pubblica e che oggi si vuole stabilizzare in Regione, diversamente a coloro i quali parteciparono al concorsone della protezione Civile con tanto di vincitori (concorso che, è bene ricordarlo, è stato annullato e la cui vicenda ha ancora strascichi giudiziari in atto). Perché quei 14 si e gli altri no? In sintesi, non si capisce come e perché i vincitori di concorso rimangono a casa, mentre i precari mai selezionati hanno continuano a lavorare indenni per tutto il periodo della giunta Frattura e, adesso, addirittura si tenta anche la loro sistemazione nei ruoli regionali. Inoltre, è opportuno domandarsi se sia legittima una siffatta operazione visto che la Regione Molise non ha approvato il Bilancio consolidato comprensivo, quindi, delle Società Partecipate? La penalità per tale grave inadempienza è proprio l’assoluto divieto di assunzione. Divieto sancito per legge. Peraltro nella citata delibera 452 si palesa una contraddizione in termini così testualmente riportata: “Ricordato ancora una volta che l’Amministrazione regionale, avendo applicato nel triennio 2013-2016 il combinato disposto…. Ha provveduto a rimodulare in diminuzione le proprie dotazioni organiche incorrendo, conseguentemente, nel divieto di assunzione di personale, e pertanto non ha provveduto alla predisposizione del c.d. piano occupazionale triennale”. Se vi è stata la riduzione e quindi il divieto di assunzione, perché oggi si provano a stabilizzare 14 unità in barba a tutto? E se a questo si aggiunge che, con la medesima famigerata delibera, è stata assunta a tempo determinato con profilo amministrativo contabile (?) la persona (giornalista!) che fino a pochi mesi fa rivestiva l’incarico politico di portavoce del Presidente Frattura, non si capisce come sia stato possibile – e legittimamente – procedere a tale assunzione. C’è da chiedersi anche come mai direttori di settore possano avallare certe situazioni: incompetenza? Senso di inferiorità verso il potente di turno? O semplicemente per quieto vivere, tanto prima che qualcuno se ne accorga il tempo passa e tutto va in cavalleria? Insomma un pastrocchio di fine legislatura che ci si augura non passi inosservato agli organi di controllo preposti ed anche alla magistratura ordinaria e contabile. *vice presidente regionale Pd   - >>>>>

Regionali, giallo sulla data del voto. Triplo salto mortale di Micone e Niro

di GIOVANNI MINICOZZI Con una nota inviata al Presidente della Regione Paolo Frattura i Parlamentari Roberto Ruta e Danilo Leva contestano il governatore sull’idea di andare alle urne il 22 Aprile anziché il 4 Marzo. “Appare del tutto evidente – scrivono Ruta e Leva – come tale autonoma decisione comporterebbe un notevole aggravio di spesa, ingiustificato ed incomprensibile. Pertanto la invitiamo ad evitare una scelta così manifestamente incongrua e inaccettabile consentendo ai molisani di votare il rinnovo del consiglio regionale il 4 Marzo, in concomitanza con le elezioni politiche, onde garantire un notevole risparmio di denaro ai cittadini contribuenti. Di tale circostanza – conclude la nota – abbiamo ritenuto doveroso sollecitare l’attenzione del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ,del Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni e del Ministro dell’Interno Marco Minniti”. Contrari al voto posticipato anche il senatore Ulisse Di Giacomo (il rinvio è una pagliacciata ha detto) , la deputata del PD Laura Vennittelli così come manifestamente contrari appaiono gli elettori nonché il M5s . A dire il vero lo stesso Paolo Frattura nel corso della conferenza stampa di fine anno fece capire che propendeva per la data del 4 Marzo ma aspettava la decisione del governo su eventuali problemi tecnici, derivanti dall’applicazione della nuova legge elettorale regionale, che avrebbero potuto causare il posticipo delle elezioni. In altre circostanze, però, Paolo Frattura aveva dichiarato che il rinvio poteva essere utile per ricucire gli strappi nel centrosinistra attraverso le primarie. In realtà è ‘ molto più probabile che il governatore cerchi semplicemente di guadagnare tempo per tentare un recupero della sua catastrofica condizione elettorale (come confermano i sondaggi) e soprattutto per capire la reale collocazione di Aldo Patriciello nello schieramento di centrodestra. Al momento ,dunque, la partita elettorale è di fatto sospesa in attesa di conoscere la data ma i cambi di casacca non si fermano. Da registrare, infatti, il trasloco definitivo nel centrodestra di Vincenzo Niro (ex Presidente del consiglio regionale del centrosinistra) e di Salvatore Micone eletto cinque anni fa nel centrodestra e subito dopo approdato alla corte di Frattura. Micone merita una menzione particolare per aver proposto in aula il contrasto alla disoccupazione attraverso l’assunzione di una cinquantina di portaborse, con i soldi dei molisani, mantenendo ai consiglieri regionali l’indennità divenuta illegittima dopo il decreto Monti del famigerato Articolo 7, pari a 2.451 euro netti mensili e non rendicondabili. Una proposta davvero stupefacente che secondo lo stesso Micone poteva rappresentare il rilancio economico e produttivo del Molise.   - >>>>>

Tipi da Facebook: i confusionari di professione

MICHELE MIGNOGNA Ho un amico fraterno, gli amici ce li scegliamo e di solito prendiamo tutto il pacchetto, un amico della vita reale e non evanescente come le amicizie sul web. Ebbene, questo mio amico è confusionario di professione, consapevole che sta facendo confusione di giudizi. Ad esempio, seduti davanti al bar, critichiamo l’amministrazione comunale perché non ci va bene il loro operato, lui è sempre pronto a dare giudizi trancianti (è un eufemismo perché è ancora peggio il giudizio) su ogni amministratore possibile, solo che poi come arriva per esempio il Sindaco o un assessore si alza in piedi, gli stringe la mano e magari gli offre anche una birra, libero di fare ci mancherebbe, ma il concetto di confusione si racchiude tutto qui. Su Facebook questa tipologia di esseri la ritroviamo tal quale, giusto per fare alcuni esempi, prendiamo la tragedia del sisma in centro Italia, argomento che, come da manuale, ogni inverno, e saranno ancora tanti ahimè, che quelle persone passeranno al freddo e al gelo, leggiamo spesso frasi del tipo “gli immigrati in albergo e i terremotati nelle tende”, ovviamente parlano perché non sanno come funziona l’accoglienza dei migranti, e quelli che stanno negli alberghi rappresentano un guadagno sicuro per gli albergatori che sono italianissimi. Oppure “mandiamo via i negri e pensiamo ai nostri concittadini”, frase questa degna del peggior periodo mussoliniano. Il fatto però è che se andiamo a leggere le bacheche di questi soggetti, spesso troviamo foto di Gesù con la scritta “se ci credi condividi”, oppure frasi di Madre Teresa di Calcutta o del Papa. Ecco i confusionari, condividono frasi di personaggi di Chiesa, però poi se potessero, piazzerebbero ben volentieri una pallottola in fronte a tutto quello che non è italiano, personalmente non sono credente e sostengo la libertà di culto, insomma, ognuno crede a ciò che vuole come meglio crede, ma la contraddizione non la sopporto. Non facciamo qui il ragionamento se e come debba essere fatta l’accoglienza in Italia, ma il fatto che questi soggetti, fondamentalmente ignoranti, e aggiungo, idioti e cretini, utilizzano la religione per passare come timorati di Dio un po’ mi rompe i coglioni, e non solo a me, come se eliminando dalla circolazione i migranti hanno risolto il loro problema. Il problema però resta, e non è il sisma che distrugge tutto e quindi lo vediamo, è il terremoto che queste persone hanno nella testa, per quello non c’è protezione civile che possa intervenire, ci vuole solo una bella dose di Xanax.   - >>>>>

Tipi da Facebook: quelli che… tutta la vita su FB

Michele Mignogna Inauguriamo a partire da oggi una nuova rubrica “tipi di facebook” ovvero tutto ciò che gira sul social più famoso (e più ricco della storia) partendo dai tanti soggetti che lo animano. Prima però devo fare delle precisazioni a scanso di futuri equivoci, mai e in nessun caso ciò che scrivo è riferito a qualcuno in particolare, qualora lo sarà farò nome e cognome, troverete qualche parolaccia ma fa parte del linguaggio moderno, il linguaggio di FB per cui non vi scandalizzate, potrei essere irriverente, molto irriverente ma anche questo fa parte del grande gioco di FB, per cui buona lettura e buon divertimento.   Spesso camminando per strada oppure in fila al supermercato trovi qualche amico, pardon, amico di facebook, si perché sono amicizie diverse, magari con il soggetto in questione non hai mai scambiato un saluto però siamo amici su FB ma sappiamo bene che non è come l’amicizia tra persone che s’incontrano anche al di fuori della piazza virtuale, incontri questa persona dicevo, e la prima cosa che ti dice non è ciao o buongiorno, è “palamiseria stai sempre su FB”, ecco a chi di voi non è mai capitato, e tu cosa rispondi d’istinto? “Cazzo, se sai che sto sempre su Fb ci stai pure tu quindi che domanda è questa?”. La prima bugia, anzi bugiona grande come il supermercato in cui stai facendo la spesa è “si me lo dicono i miei amici”. Tu lo guardi e non sai se dargli due bei ceffoni sulla faccia, metterlo nel congelatore insieme al baccalà congelato o semplicemente cercare di instaurare una discussione educata (anche se sai che è una guerra persa in partenza) per far capire al soggetto che l’utilizzo di questo social non è farsi i cazzi degli altri ma magari utilizzarlo, per quanto possibile, per una formazione personale, parolone vero? Si è vero mi sono fatto prendere la mano. Questi soggetti però non si limitano solo a questo, fateci caso, tutti quelli che dicono questo, non parlano che di storie e storielle che leggono o cercano di leggere su FB, puoi parlarci per tre ore, e per tre ore ti parleranno solo di FB e di quella che scrive a quello, di quell’altro che dice di essere single mentre corteggia una donzelletta però magari è sposato e ha pure dei figli, oppure che quella coppia ha litigato in diretta su FB sotto gli occhi di migliaia di guardoni (altra categoria che poi vedremo). Insomma ti racconta in tre ore tutto ciò che il giorno prima ha spiato sul social, e per fare questo vuol dire che ci devi per forza passare gran parte della giornata o no? Poi però dicono a te che stai tutto il giorno su FB, ma non perché è cosi, anche se ti colleghi al social tre o quattro volte al giorno loro sono sempre lì e ti vedono cazzo e quindi per loro sei sempre su FB, insomma per loro uscire per la spesa è un incidente di percorso, tipo quando leggi sulla bacheca di un commerciante “scusa puoi mandarmi la roba che ti scrivo in privato purtroppo non posso uscire ho da fare”, certo stai cazzegiando su FB per forza non puoi uscire!         - >>>>>

Conferenza di fine anno. Sulla BioCom Frattura si lava le mani: “Non ne sono più socio”

di PASQUALE DI BELLO Conferenza stampa di fine anno e di fine mandato per il presidente della Regione Molise, Paolo di Laura Frattura. Il governatore si è presentato davanti ai giornalisti per tracciare un bilancio dei cinque anni trascorsi ma l’attualità politica e le questioni aperte hanno preso il sopravvento. Quella che per Frattura doveva essere una conferenza stampa disinvolta e sicura, si è presto trasformata in una specie di corsa nei sacchi che ha fatto zompettare goffamente il governatore su più di un argomento. A partire dalle alleanze politiche e dalle defezioni copiose che hanno falcidiato la sua maggioranza. A partire da quella dell’azionista di maggioranza della legislatura ormai alla fine: Aldo Patriciello. Secondo Frattura, è normale che Patriciello si sia orientato verso il centrodestra. E’ ed è restato anche in questi cinque anni un parlamentare di Forza Italia, ha detto Frattura lasciando sgomenti gli ascoltatori. Come se il movimento che più di altri ne ha garantito l’elezione, Rialzati Molise, fosse nato come un fungo sotto un albero dopo un giorno di pioggia e non grazie ad una precisa scelta dell’euorodeputato. Frattura non perde l’occasione per dare una stilettata anche a Vincenzo Cotugno, eletto proprio con Rialzati Molise. Non mi sembra come egli sostiene che sia stato emarginato, ha avuto ruoli importanti prima come delegato alla programmazione e poi come presidente del Consiglio regionale. Frattura parla anche dei fatti di casa altrui e se la prende con il giudice Di Giacomo. Il suo appello ad una sorta di governo di salute pubblica – ha detto – doveva essere fatto cinque anni fa e non ora. Per la prossima legislatura, aggiunge, non serve un minestrobe politico.Ma la questione centrale Frattura ce l’ha in casa propria, all’interno del PD, con la strenua opposizione del senatore Ruta che ha dato vita all’Ulivo 2.0. Ruta non ha condiviso il mio metodo di lavoro – dice – ma per me parlano i fatti dei quali – chiaramente – Frattura offre una lettura positiva. Non è una questione personale, aggiunge, e ci sono ancora i tempi per fare celebrare le primarie. Però certamente – dice – non mi candiderò a dispetto del mio partito. Non poteva mancare – come il carciofino al cenone di fine anno – la polemica con la stampa che, secondo Frattura, racconta solo storie negative. Peccato però che quelle positive vadano cercate col lanternino. Se la Sanità è allo sfascio, se disoccupazione, povertà, crisi industriali sono all’ordine del giorno, se permangono privilegi odiosi per la Casta, non è certo colpa della Stampa che racconta la deprimente realtà dei fatti. Ma il meglio di se, lo sprint finale nella sua comica corsa nel sacco, Frattura lo offre sulla vicenda BioCom, laddove sentenzia: “Non ne sono più socio”. Come se l’aver dismesso le quote della società lo esimesse dallo spiegare ai molisani che fine hanno fatto circa 300mila euro ricevuti, quando egli nella società ci stava con mani, piedi e portafogli. Insomma: Patriciello lo lascia? E’ normale, è di Forza Italia. Nel PD e fuori non lo vuole più nessuno? Facciamo le primarie, dice. La BioCom? E io che c’entro? – afferma. Non ne faccio più parte e semmai saranno le banche a risarcire la Regione viste le fideiussioni. La conferenza stampa finisce qui, e anche la legislatura di Frattura alla quale, vista anche l’odierna e stralunata corsa nei sacchi, si può dare un solo, unico, solido, incrollabile aggettivo: stupefacente.   - >>>>>

Elezioni tra cambi di casacca e richieste di rinvio

di GIOVANNI MINICOZZI Prima delle festività natalizie sembrava tutto in via di soluzione e, invece, lo scenario politico regionale in vista delle elezioni è ancora confuso in entrambi gli schieramenti politici di centrodestra e centrosinistra. Da una parte resta in primo piano la candidatura del Presidente del tribunale di Isernia, Enzo Di Giacomo, proposta dai Comitati Civici e sostenuta da alcuni partiti del centrodestra, ma l’eurodeputato Aldo Patriciello non ha ancora ufficializzato la sua adesione. Anzi nel corso di una telefonata alquanto animata con il sottoscritto disse chiaramente che lui aveva proposto Mario Pietracupa il quale evidentemente resta un probabile aspirante alla Presidenza della Regione, così come restano in campo Michele Iorio , più determinato che mai, Michele Marone e Aida Romagnuolo. Sull’altro versante politico, dopo il rinvio a data da stabilire del vertice romano con Guerini, permane la spaccatura tra Ulivo 2.0 e il PD di Frattura e Fanelli. Il passo indietro annunciato da Roberto Ruta potrebbe servire a riunire tutto il centrosinistra su un terzo candidato alla Presidenza della Regione. Con tale ipotesi il designato sarebbe il Rettore Gianmaria Palmieri ma non sono da escludere i deputati Danilo Leva e Laura Venittelli. Solo ipotesi, appunto, poiché Paolo Frattura non molla e in queste ore , secondo i bene informati, sarebbe impegnato a sollecitare un’improbabile posticipo delle regionali a valle delle elezioni politiche. Non si comprendono le motivazioni di tale impegno ma appare chiaro che Paolo Frattura cerca di guadagnare tempo nel tentativo di convincere i suoi ex alleati e magari lo stesso Aldo Patriciello a sostenere la sua ricandidatura. Tutto è possibile ma di certo il governatore non recupererà il rapporto con Ulivo 2.0 e con altri ex amici che da tempo hanno chiesto discontinuità, ovvero unità si’ ma senza Paolo Frattura. Tutto tace , invece, nel M5s dove si aspetta l’input dai vertici per scegliere online il candidato Presidente e gli aspiranti parlamentari. Peraltro le due figure non sono incompatibili tra loro e quindi non è escluso che i candidati al vertice della Regione possano correre anche alla Camera o al Senato per poi scegliere la destinazione definitiva. Da sottolineare,infine, il doppio salto mortale di Salvatore Micone e Vincenzo Niro in passato traslocati nel centrosinistra di Frattura e Fanelli e oggi pronti a ritornare nel centrodestra per tentare di rimanere a galla.   - >>>>>

Consorzi di bonifica, Facciolla nel mirino del Movimento agricolo molisano

di ANNA MARIA DI MATTEO Il Movimento agricolo molisano insorge contro la proposta di legge di riforma dei Consorzi di bonifica presentata dall’assessore all’Agricoltura Vittorino Facciolla. Un provvedimento che, ha denunciato il segretario del Movimento, Domenico Zeoli, rappresenta una vera e propria beffa perché non affronta il problema del riordino dei consorzi di bonifica, ma si limita a sopprimere i due enti, quelli di Termoli e Larino, al posto dei quali nascerebbe il Consorzio di Bonifica del Basso Molise, e nel quale conferirebbero i debiti accumulati negli anni, più che il patrimonio.In questo modo, è la denuncia del Movimento agricolo, non vengono affrontati i nodi che hanno portato al tracollo della bonifica e dell’irrigazione nel Basso Molise: i costi elevati dell’acqua e dell’energia per il pompaggio delle acque. Ma come spesso accade, alla beffa si aggiunge anche il danno. E d è il caso dei consorziati che dovranno pagare, di tasca propria, i debiti dei consorzi, soprattutto legati ai mancati trasferimenti regionali. “Visto che la proposta di legge elaborata dall’assessorato non contiene nessuna misura economica e finanziaria impattante sul bilancio regionale – è la precisazione di Zeoli – sarebbe interessante chiedere all’assessore Facciolla il motivo per il quale ha deciso di collegare il destino del provvedimento a quello del Bilancio regionale. Forse per blindare la sua riforma – ha aggiunto – velocizzando e rendendo snella l’approvazione, al riparo da qualsiasi esame preventivo da parte delle commissioni consiliari”. Il Movimento agricolo molisano chiede all’assessore Facciolla di non fare campagna elettorale sulla pelle dei consorziati ed invita il Consiglio regionale a non approvare la riforma, per consentire il recepimento delle osservazioni al testo di legge fatte pervenire sul tavolo dell’assessore.   - >>>>>

Regione, incarichi e prebende elettorali. Il Cipe taglia 50 milioni

di GIOVANNI MINICOZZI I saldi di fine mandato in materia di stabilizzazioni e incarichi dureranno fino all’ultimo giorno utile, probabilmente fine Maggio, e si susseguono a ritmo incessante. Con delibera numero 487 del 20 Dicembre scorso la giunta regionale,  infatti, ha deciso di istituire una terza commissione medico-sanitaria per l’accertamento in materia di minorazioni e malattie invalidanti presso il distretto socio-sanitario di Campobasso. In precedenza le commissioni erano quattro ma la stessa giunta regionale nel 2016 , su proposta del Presidente Frattura, ne aveva abolite due  giustificando il taglio con la necessità di risparmiare risorse pubbliche. È da sottolineare che le due commissioni rimaste hanno lavorato egregiamente e non risultano liste di attesa lunghissime. Infatti coloro che richiedono l’invalidità  vengono chiamati a visita al massimo entro quindici giorni dalla presentazione della domanda. Peraltro ciascuna commissione è composta da un Presidente effettivo ed uno supplente, due medici effettivi e due supplenti, un medico titolare ed uno supplente nominati dall’associazione Mutilati e Invalidi Civili, un’assistente sociale effettivo ed uno supplente, un segretario di commissione effettivo ed uno supplente. In totale, dunque, sono dodici i componenti per ciascuna commissione e il costo complessivo dipende dalle sedute ma sfiora mediamente i dodicimila  euro al mese.Viene da chiedersi allora: perché il Presidente Frattura e l’intera giunta regionale in piena campagna elettorale deliberano di nominare una terza commissione considerato che tutto funzionava regolarmente? A chi devono dare il contentino elettorale? Ma le brutte notizie non finiscono qui. Il Cipe,  infatti, in  sede di verifica annuale sulle dotazioni finanziarie assegnate alla Regione Molise, ha deciso un taglio pari a cinquanta milioni e settecentotrentamila euro sul Fondo  Sociale di Coesione(FSC) al 31 dicembre 2016 per sanzioni conseguenti al ritardo attuativo degli investimenti programmati. Tutto lascia prevedere che altri tagli arriveranno per l’anno 2017 sempre per le stesse motivazioni.  Attendiamo di conoscere dagli addetti ai lavori quali sono le opere tagliate  e se tra di esse esistono anche opere iniziate che resteranno inevitabilmente incompiute. Ma loro, Frattura e i suoi assessori, sbandierano la promessa dei cinquanta milioni di euro ottenuta per  elettrificare  la rete ferroviaria da Roccaravindola  a Isernia e sono soddisfatti ma nulla dicono sulle risorse andate in fumo. Ma tant’è!  Contenti loro contenti tutti in una sorta di incoscienza collettiva che avvolge nel silenzio sprechi, prebende elettorali e risorse pubbliche buttate al vento per incapacità  mentre il Molise muore  nel deserto produttivo, occupazionale,  sanitario e infrastrutturale.   - >>>>>

Il nodo molisano di Potere al popolo ha scelto i suoi candidati

Dopo la giornata stupefacente di ieri a Napoli, dove alla presentazione della lista al “Modernissimo” hanno partecipato più di 700 persone, dopo quella di Roma dove in 350 hanno riempito l’Intifada, mentre in tutte le regioni italiane si susseguono assemblee sempre più partecipate e di pari passo cresce l’entusiasmo e i sentimenti positivi tra i militanti e i simpatizzanti, il nodo molisano di Potere al popolo, dopo tre assemblee territoriali, ha scelto i suoi candidati. Anche in Molise naturalmente nella scelta dei candidati sono stati seguiti i criteri annunciati già nel Manifesto. L’obiettivo di Potere al popolo – che considera le elezioni come un mezzo e non come un fine – è quello di dare voce e rappresentanza ai soggetti sociali che sono rimasti esclusi e inascoltati in un Paese dove la ricchezza si è polarizzata ancora di più da quando è iniziata la crisi economica nel 2007 e dove la comunicazione di regime ha spinto i settori popolari più sofferenti a scagliarsi gli uni contro gli altri, mentre le cosiddette Istituzioni democratiche hanno perduto ormai anche la parvenza di democrazia, e mentre i partiti tradizionali, nessuno escluso, funzionano da comitati d’affari, a volte in concorrenza tra loro, a volte in simbiosi. Ecco perché c’è bisogno di potere al popolo: per riattivare quelle pratiche di mutualismo, quell’intelligenza condivisa, quella solidarietà di rete senza le quali sarà impossibile uscire dalla barbarie economica e civile in cui siamo sprofondati. Ed ecco perché – essendo convinti che non ci possa essere una teoria divisa dalle pratiche – Potere al popolo sceglie i candidati tra coloro che dedicano buona parte della loro vita a lottare nei territori contro i soprusi e lo sfruttamento (del lavoro, dei beni comuni, dei servizi essenziali) e per la vera democrazia. Cioè per affermare il governo delle popolazioni contro quello delle lobbies. Di seguito la lista dei candidati: Camera uninominale: Luigino Vitulli, Rossella Griselli Camera plurinominale: Italo Di Sabato, Candida Stellato Senato uninominale: Paolo Marinucci Senato plurinominale: Cinzia Di Pentima Presentazione dei candidati: Rossella Griselli, 38 anni ex lavoratrice avventizia alla Gam di Bojano, partecipa attivamente contro la dismissione e chiusura dell’azienda. Attualmente lavoratrice precaria presso una ditta di pulizie. Dirigente regionale dell’Unione Sindacale di Base Italo Di Sabato, 54 anni, è un attivista sociale. Ha animato negli anni ’80 le campagne antinucleari, antimilitariste e antiautoritarie. Dal 1995 al 2006 è stato consigliere regionale in Molise per Rifondazione Comunista. È stato attivo nel movimento noglobal. Ha partecipato come osservatore di pace in Kurdistan e Chiapas. Nel 2007 insieme a Haidi Giuliani è tra i fondatori dell’Osservatorio sulla Repressione, di cui dal 2012 ne è il coordinatore nazionale. Paolo Marinucci 40 anni, ingegnere, sposato con due figli. Impegnato nella cooperazione sociale ed internazionale, si occupa di commercio equo e solidale, di questioni ambientali, di beni pubblici, di ricerca di energia da fonti rinnovabili e di indagini ambientali. Attivo nelle lotte ambientali è stato eletto nel 2010 per la prima volta come Consigliere comunale a Termoli sua città di nascita e residenza. Nel maggio 2014 alle elezioni amministrative per il rinnovo del consiglio Comunale di Termoli è stato candidato Sindaco della coalizione di 4 liste: Liberatermoli, Uniti x Cambiare, L’Altra Termoli-Nuova Sinistra e Sinistra Ecologia Libertà, arrivando ad un passo dal ballottaggio, raccogliendo circa 4000 preferenze, equivalenti ad una percentuale del 20%. Come consigliere di opposizione ha dato voce e sostegno alle lotte sociali di cittadini che contrastano la speculazione (Coordinamento No Tunnel) e chiedono partecipazione popolare alle scelte amministrative (Comitati Referendari No Tunnel) Luigino Vitulli 64 anni, laureato in Sociologia alla Sapienza di Roma, nel 1983 apre a Termoli la libreria Indipendente “Il Ponte Termoli”. Portavoce del Comitato Civico Termolese, esponente delle lotte territoriali e sociali svolte negli ultimi 15 anni nel Basso Molise. La lotta contro la realizzazione della centrale turbogas nel nucleo industriale di Termoli lo ha visto come uno dei principali attivisti. Oggi è il portavoce del comitato NO TUNNEL, vertenza che affronta nello specifico la privatizzazione dei territori pubblici. Promotore dell’istituzione del regolamento referendario nella città di Termoli. Cinzia Di Pentima 56 anni, ex lavoratrice in una azienda metalmeccanica ad Ascoli Piceno, dove è stata anche Rappresentante Sindacale della Fiom-CGIL, oggi partecipa attivamente in varie associazioni come Arci Immigrazione, Arci Gay, associazioni per l’Integrazione dei Rom a Isernia. Fa parte del direttivo dell’Associazione AUSER. Candida Anna Stellato, 35 anni, laureata in scienze della comunicazione e in Comunicazione pubblica. Attivista ambientale; portavoce e responsabile campagna comunicazione del comitato “No Stalla” e “No Eolico selvaggio”; referente regionale del coordinamento nazionale no Triv per la campagna referendaria. Lavora (precariamente) come Consulente tecnica in materia ambientale e tutela della salute. Ufficio stampa Potere al popolo – Molise Paolo Di Lella   - >>>>>

Elezioni regionali, ecco chi ha deciso il rinvio

di GIOVANNI MINICOZZI Ormai è pressoché ufficiale, le elezioni regionali si svolgeranno il 22 di Aprile se non a fine Maggio accorpate al turno delle amministrative. Era attesa, infatti, la modifica della legge elettorale regionale ma la richiesta di inversione dell’ordine del giorno formulata da Michele Iorio e sostenuta da Francesco Totaro e da tutte le minoranze è stata bocciata dall’aula che ha deciso di discutere ed approvare prima di tutto il bilancio regionale. A votare NO è stata la striminzita maggioranza di sempre, quella che ha deciso tempo fa la privatizzazione dell’acqua pubblica e, nel corso dell’intera legislatura, tutte le scelte più temerarie che hanno distrutto il Molise. Ecco chi sono i responsabili del rinvio delle elezioni regionali: Vincenzo Cotugno, Paolo Di Laura Frattura, Vittorino Facciolla, Nunzia Lattanzio, Domenico Ioffredi, Salvatore Ciocca, Domenico Di Nunzio, Filippo Monaco, Cristiano Di Pietro, Carmelo Parpiglia e Salvatore Micone. Lo stesso Micone che ha fatto il triplo salto mortale passando da destra a sinistra, poi di nuovo a destra comodamente seduto al tavolo del centrodestra per decidere le candidature della coalizione e oggi di nuovo a sinistra a sostenere la proposta per non votare il 4 marzo. Lo stesso Micone che all’atto della sospensione dei lavori dell’aula per decidere sul da farsi circa il rinvio delle elezioni ha partecipato, senza alcun pudore, alla riunione di maggioranza del centrosinistra convocata da Frattura. È sempre lo stesso Micone che voleva risolvere il dramma della disoccupazione proponendo l’assunzione di una cinquantina di porta borse con i soldi dei molisani e che, secondo i bene informati, avrebbe assunto al suo gruppo consiliare monocellulare una decina di collaboratori a 300 euro al mese mentre ha deciso di caricare sulle spalle dei molisani circa 3 milioni di euro per un doppio turno elettorale senza alcun senso politico. Ma tant’è, al peggio non c’è limite! Duro il commento di Michele Iorio: “Per una congiura di Palazzo si rinviano le elezioni – ha dichiarato l’ex governatore. L‘obiettivo di questa maggioranza è quello di garantirsi un futuro isolando il Molise dal contesto politico nazionale. Tutto ciò sarebbe stato  inimmaginabile in una situazione di normalità politica. Occorre qualche mese in più – ha concluso Iorio – ma il Molise cambierà”. Lapidario , infine, Antonio Federico del M5s. “La maggioranza ha detto “ciaone” all’election day perché oltre all’impossibilità tecnica c’è la volontà politica di non votare il 4 Marzo. Vogliono aspettare le politiche per vedere che succede e per ricostruire le alleanze”, ha dichiarato Antonio Federico. Intanto il Consiglio regionale sulla modifica della legge elettorale è stato rinviato a martedì 23 Gennaio e, dunque, non ci sono più i tempi tecnici per votare il 4 di Marzo. Intanto c’è chi ha predisposto una segnalazione alla Procura della Corte dei conti per danno erariale ma il fatto gravissimo resta l’uso delle Istituzioni da parte della maggioranza stile”COSA DI CASA NOSTRA”   - >>>>>

Ciao ciao. In Molise i lavoratori crepano, il Consiglio si trastulla e le elezioni sono cancellate

di PASQUALE DI BELLO Si chiude nel peggiore dei modi una legislatura regionale che peggiore di quello che è stata non poteva essere. E si chiude col bilancio drammatico: in questi cinque anni oltre diecimila lavoratori sono rimasti travolti dalla crisi e, soprattutto, dalla mala politica. Dalla incapacità di una classe dirigente che s’era presentata come la panacea per tutti i mali e che si è invece rivelata una mala pianta che ha finito di distruggere ogni possibile prospettiva per migliaia di lavoratori e famiglie. Ancora una volta, lo spiazzo antistante il Consiglio regionale è stato teatro della protesta livida e disperata di lavoratori ed ex che, a vario titolo, chiedono alla politica risposte che la politica non è stata capace di trovare. A patto che per risposte non vogliano intendersi i fumogeni chiamati stage e tirocini formativi con i quali i signori del palazzo hanno in questi anni rimestato le carte e mescolato alle lacrime vere dei lavoratori quelle indotte dal fumo che è stato loro sparato negli occhi. Mentre in aula agonizzante la maggioranza si trastulla con l’ultimo odioso giocattolo, quello della data indefinita delle prossime elezioni regionali, fuori i lavoratori rompono ancora una volta il clima di silenzio e di omertà che sembra attraversare il Molise. La legislatura è finita ma restano aperte tutte le crisi industriali, come ha sottolineato Franco Spina della Cgil. Oltre al comitato permanente degli ex lavoratori in lotta, uno dei pochi presidi civili del Molise, davanti al Consiglio regionale c’erano anche i rappresentanti dei 1744 lavoratori della mobilità in deroga che aspettano la liquidazione delle loro spettanze. Anch’essi presi abilmente per il naso. La legislatura è chiusa, le crisi restano aperte, le prese in giro, purtroppo, vanno avanti all’infinito. Oggi la beffa della giornata è toccata alla legge elettorale. Iorio e Totaro avevano chiesto l’anticipazione della discussione in modo tale da effettuare le modifiche e tentare all’ultima possibilità utile di votare il 4 marzo. L’aula, che ha sempre votato le richieste di anticipazioni, questa volta ha respinto la proposta. A votare contro l’anticipazione sono stati i consiglieri Vincenzo Cotugno, Paolo Di Laura Frattura, Vittorino Facciolla, Nunzia Lattanzio, Domenico Ioffredi, Salvatore Ciocca, Domenico Di Nunzio, Salvatore Micone, Filippo Monaco, Cristiano Di Pietro, Carmelo Parpiglia. Mi piaceVedi altre reazioni C   - >>>>>

Tre morti sulla Trignina, chiesto incontro urgente sulla messa in sicurezza della strada

Due incidenti a distanza di pochissimi mesi costati la vita a 5 persone sulla Trignina non possono assolutamente passare sotto silenzio. Il sindaco di Roccavivara, Franco Antenucci, ha chiesto un incontro urgente alle istituzioni molisane, ai prefetti di Campobasso e Isernia e all’Anas di Abruzzo e Molise, proponendo il santuario di Santa Maria di Canneto come luogo di incontro. Oggetto: la messa in sicurezza della strada. E torna all’attacco il comitato pro-Trignina, dopo l’ennesimo incidente costato la vita a 3 persone e il coinvolgimento di 5 mezzi, un tir, due furgoni e due auto, al bivio di Trivento. «Ci vediamo costretti ancora una volta ad assistere alla morte di qualcuno sulla fondovalle Trigno e non si sa quanti altri dovranno morire prima che questa classe politica inetta e incapace di leggere le esigenze del territorio decida di intervenire» commenta il presidente dell’associazione, Antonio Turdò. E’ da tempo infatti che il comitato sta portando avanti una battaglia per il raddoppio delle corsie di questa importante arteria viaria, principale via di collegamento sulla direttiva Adriatico- Tirreno, a scorrimento veloce tra Abruzzo e Molise e dove transitano ogni giorno pendolari che si recano sul posto di lavoro. Come le 3 persone decedute, due operai e un camionista. Questa è la strada più pericolosa del Molise, insiste Turdò che ricorda che sono mesi che l’associazione sta tentando di avere un incontro. «Vogliamo un tavolo istituzionale per discutere il raddoppio della fondovalle Trigno almeno da San Salvo a Bagnoli del Trigno, ma finora abbiamo avuto solo una disponibilità generica e senza alcun impegno. Nessuno prende sul serio la situazione. Una situazione che parla da sola e a parlare sono soprattutto i numeri dei morti negli incidenti e il comitato pro- Trignina esprime in proposito la sua rabbia: la classe politica molisana resta immobile mentre in alcune zone del nord Italia hanno realizzato pedemontane, camionali, varianti di valico, autostrade a 5 corsie. In Molise si continua a morire sulle strade, spesso malmesse, e la doppia corsia per ogni senso di marcia resta un’ipotesi inspiegabilmente non considerata. A peggiorare le cose, negli ultimi tempi, ci si è messa anche la chiusura temporanea della statale Sangrina a Sant’Angelo del Pesco: la maggior parte dei tir provenienti dalla Val di Sangro e diretti in Campania, sono stati infatti costretti a preferire la Trignina alla Fondovalle Sangro, facendo così aumentare ulteriormente il traffico sulla strada molisana. Inevitabilmente sono aumentati anche gli incidenti stradali.   - >>>>>

Sanità, il Forum si rivolge al presidente della Repubblica: livelli di assistenza a rischio

di ANNA MARIA DI MATTEO Non si ferma la battaglia intrapresa dal Forum per la difesa della sanità pubblica di qualità. Una battaglia partita all’indomani dell’avvio, da parte del commissario ad acta Paolo Frattura, della riorganizzazione del sistema sanitario regionale che, è l’accusa mossa dal comitato, penalizza la rete ospedaliera molisana. L’ultima iniziativa, in ordine di tempo, del Forum, è la presentazione di un ricorso straordinario al presidente della Repubblica contro lo smantellamento della rete dell’emergenza e della malattie tempo dipendenti, quelle patologie, cioé, per le quali è necessario l’intervento tempestivo, da cui dipende la vita del paziente. Entrando nel dettaglio, il ricorso , patrocinato dagli avvocati Mariano Morgese, Pino Ruta e Massimo Romano, chiede al capo dello Stato l’annullamento del decreto numero 47 del 2017, firmato dal commissario ad acta che, è la denuncia del Forum, non solo contrasta con quanto prevede il Programma operativo 2015-2018, ma elude anche gli standard qualitativi del decreto ministeriale Balduzzi , delineando, in questo modo un assetto della rete assistenziale inidoneo a garantire interventi tempestivi per i casi di emergenza. “Con la riorganizzazione – ha accusato il comitato – Frattura ha letteralmente cancellato dal sistema sanitario pubblico molisano la cardiochirurgia e la neurochirurgia, trasferite in blocco, rispettivamente alla Fondazione Giovanni Paolo II e al Neuromed di Pozzilli”. Una scelta che, a giudizio del Forum, non garantisce livelli di assistenza adeguati perché le strutture private accreditate beneficiarie non dispongono dei reparti necessari ad affrontare le emergenze, come il pronto soccorso. “Il tutto – ha aggiunto il comitato – senza considerare che del contenuto del protocollo di integrazione Cardarelli-Fondazione, propedeutico al riassetto, si sa ancora poco o nulla, malgrado la prescrizione, vincolante, dell’accordo Stato-Regione”. Nel ricorso del Forum è censurato anche il profilo che riguarda il sistema di remunerazione delle prestazioni erogate dai privati per le patologie tempo dipendenti, svincolato dai tetti di spesa e dai budget vincolanti. Il Capo dello Stato, attraverso i ministeri competenti è chiamato a pronunciarsi sulla riorganizzazione targata Frattura affinché, è l’appello del Forum, anche in Molise sia garantito, sempre e ovunque, il diritto alla salute.   - >>>>>

Isernia. Forzano posto di blocco e speronano la volante della Polizia, inseguiti e arrestati

Durante la scorsa notte, alle ore 02.00 circa, personale dell’Ufficio Prevenzione Generale e Soccorso Pubblico della Polizia di Stato, durante uno specifico servizio per la prevenzione e repressione dei reati in genere, disposto dal Questore di Isernia Borzacchiello, mentre percorreva la Strada Statale 17 ha notato, all’altezza dello svincolo di Isernia Nord, un’autovettura con due persone sospette a bordo che marciava in direzione Campobasso. Gli operatori, insospettiti dall’andatura del veicolo, hanno ritenuto opportuno procedere al controllo ed all’identificazione degli occupanti, azionando i segnali luminosi lampeggianti a luce blu e i fari abbaglianti utilizzati per convenzione per segnalare l’arresto della marcia a margine della carreggiata. Il conducente dell’autovettura, tuttavia, nonostante le chiare segnalazioni, anziché arrestare il veicolo, ha aumentato l’andatura, col chiaro intento di darsi alla fuga ed eludere il controllo. Prontamente il personale operante, intuite le intenzioni, si è posto all’inseguimento, ripetendo gli inviti a fermarsi con le medesime modalità ed azionando contemporaneamente i sistemi acustici di emergenza, ma con lo stesso esito negativo, in quanto il conducente del veicolo aumentava ancora l’andatura. La rocambolesca fuga a folle velocità, è terminata dopo circa 10 km, nel momento in cui i fuggitivi speronando l’autovettura della Polizia, sono stati costretti a fermarsi a causa dei danni subìti dal veicolo. Quindi sono stati immediatamente bloccati ed identificati. I due, molisani, O.D.S. del 1982 e D.T. del 1974, di cui uno con precedenti di polizia, erano già noti alle Forze dell’Ordine. Infatti uno era già destinatario della misura dell’Obbligo di Dimora presso un Comune della Provincia, pertanto gli è stata contestata anche la violazione delle relative prescrizioni. Il veicolo è stato sequestrato ed affidato in custodia e i due fuggitivi sono stati arrestati per i reati di resistenza e violenza a Pubblico Ufficiale, oltre che per danneggiamento. I due operatori, che a seguito del violento impatto con l’auto in fuga hanno riportato delle lesioni, sono stati visitati presso il locale Pronto Soccorso dove gli hanno diagnosticato, rispettivamente, un trauma distorsivo-contusivo alla mano dx e alla spalla dx, guaribile in 6 giorni, e un trauma contusivo al ginocchio dx e un colpo di frusta rachide cervicale, guaribile in 4 giorni.   - >>>>>

Alla scoperta della sigaretta elettronica

Il secondo decennio degli anni Duemila sarà ricordato per le innumerevoli innovazioni tecnologiche introdotte. Tra smartphone, TV intelligenti, droni e quant’altro, c’è un oggetto particolare che sta attirando l’attenzione di milioni di fumatori. Stiamo parlando della sigaretta elettronica, un’innovazione che ha conquistato sempre più consensi grazie anche alla promessa di far “smettere di fumare”. E agli italiani, a quanto pare, la sigaretta elettronica piace anche tanto. Per il “World No Tobacco Day” 2017 l’Istituto Superiore della Sanità ha stimato che in Italia gli utilizzatori di sigarette elettroniche sono circa 1,3 milioni.  Secondo Google Search, le parole “sigarette elettroniche” sono state ricercate in media oltre 200 mila volte al mese solo nell’ultimo anno. A testimonianza di un grande interesse al tema, si scopre che i vocaboli associati alle ricerche sono migliaia e possono fornire un quadro preciso su curiosità e dubbi degli italiani. Com’è fatta la sigaretta elettronica Ci sono, innanzitutto, diversi componenti oltre l’involucro principale: batteria, filamento riscaldatore (meglio conosciuto come atomizzatore), bocchino e cartuccia riempita di nicotina e/0 altre sostanze. Alcune sigarette assomigliano ad una penna a sfera, altre alla sigaretta, al sigaro o alla pipa; alcune hanno punte incandescenti a LED in modo da simulare la reazione di combustione. Le batterie per la tua sigaretta elettronica svolgono, quindi, un ruolo fondamentale e consentono il corretto funzionamento della e-cig. Durante l’aspirazione, infatti, un sensore attivato dalla batteria rileva la differenza di pressione ed innesca l’elemento riscaldante (alimentato dalla batteria), che vaporizza la nicotina creando il realistico effetto fumo. Quando gli utenti esalano, in realtà stanno soffiando un vapore, non fumo. Poiché non vi è presenza di fuoco, non viene inalato né catrame né monossido di carbonio. La sigaretta elettronica si propone come un ottimo strumento per smettere con le sigarette tradizionali. Le e-cig possono aiutare a superare sia la dipendenza psicologica dal fumo, sia la dipendenza fisica dalla nicotina. Il liquido da svapare è composto da Glicole Propilenico, Glicerolo Vegetale, Acqua, Nicotina, Aromi. Ogni nazione produce differenti liquidi in base anche alle varie leggi vigenti. In Italia la composizione tende a contenere quantità simili di Glicole e Glicerolo. Per quanto riguarda invece gli aromi, si apre un mondo infinito dettato semplicemente dal proprio gusto personale: aromi fruttati, a base di liquori, foglie di tabacco, balsamici. Per quanto riguarda il capitolo della nicotina, invece, per smettere di fumare si può scegliere all’inizio una dose abbastanza alta all’interno del liquido, in modo da simulare l’effetto della sigaretta tradizionale. A mano a mano che ci si abitua con la sigaretta elettronica, poi, si può scendere di gradazione per quel che concerne la nicotina presente nel liquido, fino ad arrivare a zero. A quel punto non avvertiremo più il bisogno di fumare, spinto dagli effetti della nicotina. Quel che è certo è che la sigaretta elettronica è destinata a segnare un’epoca che potrà essere ricordata come quella dell’addio definitivo alle sigarette tradizionali.   - >>>>>

Ulivo 2.0, la befana porterà il candidato presidente

di GIOVANNI MINICOZZI Aria di festa all’Ulivo 2.0 che  ha riunito le sue truppe al caffè letterario Livre di Campobasso. Il Senatore Roberto Ruta, affiancato da  tutti i responsabili dei partiti e dei movimenti alleati, ha delineato il quadro programmatico e organizzativo in vista delle elezioni regionali. Saranno cinque i gruppi di lavoro designati  per elaborare i punti prioritari del programma che verrà poi illustrato prima di Natale. Il 7 gennaio invece si terrà una mega assemblea regionale, composta da 1000-1500 delegati, per approvare il programma elettorale con voto palese e per scegliere il candidato o la candidata Presidente con voto segreto. Roberto Ruta ha poi ribadito che i candidati al consiglio regionale sono già cento, dei quali sessanta uomini e quaranta  donne, e che prima del 7 gennaio ce ne saranno almeno altri venti  con l’obiettivo di presentare due liste civiche nella coalizione che ha definito civico -politica. “Attualmente, ha spiegato il senatore, cinquanta dei candidati non hanno mai fatto politica e due soli sono i consiglieri regionali uscenti, Massimiliano Scarabeo e Francesco Totaro. Dunque  – ha aggiunto Roberto Ruta – c’è spazio per eleggere almeno dieci consiglieri nuovi di zecca. Questo è il rinnovamento vero”- ha concluso il senatore. L’Ulivo 2.0 va’ avanti ma non esclude di poter riunire tutto il centrosinistra sempre che ci sia discontinuità di uomini e di governo rispetto a Paolo Frattura. Su questo Danilo Leva è stato perentorio: ” L’Ulivo 2.0 nasce per ricostruire il centrosinistra, non nasce per abbatterlo con la clava. Abbiamo sempre detto che rispetto a questa esperienza di governo regionale chiediamo discontinuità chiara e netta  intanto a partire dalla scelta di un sistema sanitario pubblico.  Discontinuità significa che il Presidente uscente insieme a coloro che ne hanno condiviso fino alla fine le scelte non possono più essere la sintesi di una coalizione che si definisce di centrosinistra e affianco alla discontinuità c’è il perimetro dell’alleanza. È ovvio che deve esserci un’alleanza di centrosinistra e questo significa che non c’è posto né per Alfano , né per Patriciello. –Per le primarie non c’è più tempo ormai ?! “Siamo a meta’ dicembre,  si voterà il 4 marzo, il 4 febbraio si fanno le liste, non c’è  piu’ tempo. Chi ha ammazzato le primarie in questa regione ha un nome e un cognome : Partito Democratico  o meglio la maggioranza che ha diretto e dirige il partito democratico” – ha concluso Danilo Leva. Dunque,  né con Alfano, né con Forza Italia, né  con Aldo Patriciello, né con Paolo Frattura, ma al momento non si può escludere che i due Big molisani, ovvero Frattura e Patriciello,  possano restare alleati magari nella coalizione di centrodestra.   - >>>>>

Antonio Di Pietro sceglie Bersani e bacchetta la coppia Frattura-Fanelli

di GIOVANNI MINICOZZI “Voterei per Mdp e vorrei aiutare Bersani”. A parlare in modo esplicito è l’ex ministro Antonio Di Pietro in due dichiarazioni riportate dalle agenzie stampa nazionali e riprese dal Fatto Quotidiano. “Ribadisco che ho stima, rispetto e amicizia nei confronti del movimento 5 stelle Ma non mi intrufulerei in un eventuale governo da loro guidato perche’ hanno scelto giustamente di non aprirsi a chi ha vestito in passato altre casacche politiche – ha aggiunto l’ex pm -. Detto questo voglio ricordare che io vengo dalla storia dell’Ulivo fondato all’epoca da Romano Prodi e da Pierluigi Bersani e idealmente mi riconosco in questa unita’ del centrosinistra. L’unica idea che oggi si avvicina alla rifondazione dell’ulivo e’ quella di Pierluigi Bersani. Per questo motivo – ha spiegato Di Pietro – voterei lui e se mi chiamasse andrei anche a portare la bandiera”. In realta’ Di Pietro e’ stato gia’ contattato telefonicamente sia da Bersani sia da Roberto Speranza e in buona sostanza l’accordo e’ stato siglato. Manca solo l’ufficialita’ che arrivera’ a fine mese quando l’ex ministro tornera’ da Buenos Aires dove e’ stato chiamato dal Governo argentino come consulente per presiedere una serie di conferenze sui temi della legalità e della corruzione. Al suo rientro in Italia si terra’ l’incontro gia’ programmato con i vertici di Mdp e Antonio Di Pietro aderira’ al movimento di Bersani. Dunque la partita aperta dal deputato Danilo Leva, vero protagonista della vicenda, che ha voluto ingaggiare a tutti i costi il Tonino nazionale, e’ già chiusa positivamente. L’Accordo tra Bersani e Di Pietro avra’ , ovviamente, ricadute sugli equilibri politici molisani. Infatti l’ex ministro, da noi interpellato telefonicamente, ha ribadito che Paolo Frattura non puo’ essere ricandidano al vertice della Regione senza passare per le primarie perche’ ha spaccato la coalizione di centrosinistra. “Bisogna ricostruire l’unita’ attraverso le primarie – ha specificato Di Pietro – e per quanto mi riguarda sono pronto a dare il mio contributo per rilanciare una coalizione unità e vincente”. L’ultima stoccata l’ha riservata alla segretaria del PD Micaela Fanelli che nei giorni scorsi aveva dichiarato di non vedere altri candidati oltre Paolo Frattura e che l’ulivo 2.0 era un bluff. “Non sono iscritto al suo partito e non intendo iscrivermi ma il PD e la sua segretaria della quale non ricordo il nome – ha tuonato Antonio Di Pietro – indichino la data delle primarie, possibilmente di coalizione , e poi conosceranno i nomi degli altri candidati per il vertice della Regione”. Dunque il by by a Paoletto e alla Fanelli da parte di Antonio Di Pietro sembra essere un dato di fatto definitivo. E’ da sottolineare che mentre Frattura , Fanelli e pochi altri sostenitori continuano a perdere pezzi importanti della maggioranza politica artefice della vittoria alle regionali del 2013 l’ulivo 2.0 , lanciato da Roberto Ruta, Danilo Leva ed altri , incassa adesioni crescenti. C’è da scommettere pero’ che l’attuale Governatore Paolo Frattura non si’ fara’ da parte e si ricandidera’ al vertice della Regione senza le primarie , sostenuto da Fanelli, Salvatore Ciocca, Ioffredi, Micone e pochi altri , anche se spacchera’ la coalizione di centrosinistra. Insomma il motto e’ : muoia Sansone con tutti i Filistei. Il tutto accadra’ in una regione indifferente gia’ ammazzata dalla crisi, dalla mancanza di lavoro , dalla poverta’ e dalla vergogna regalata ai molisani da una classe politica autoreferenziale e da un governo incapace di risolvere le emergenze sociali dei tanti disperati che aumentano a vista d’occhio in questa terra a rischio di estinzione.   - >>>>>

G8 di Genova, violenze a Bolzaneto: il governo ammette le sue colpe

Con l’accordo, si legge nelle decisioni della Corte, il governo afferma di aver «riconosciuto i casi di maltrattamenti simili a quelli subiti dagli interessati a Bolzaneto come anche l’assenza di leggi adeguate. E si impegna a adottare tutte le misure necessarie a garantire in futuro il rispetto di quanto stabilito dalla Convenzione europea dei diritti umani, compreso l’obbligo di condurre un’indagine efficace e l’esistenza di sanzioni penali per punire i maltrattamenti e gli atti di tortura». Inoltre, nell’accordo il governo si impegna anche «a predisporre corsi di formazione specifici sul rispetto dei diritti umani per gli appartenenti alle forze dell’ordine». E propone di versare ai ricorrenti 45 mila euro ciascuno per danni morali e materiali e per le spese di difesa. In cambio i ricorrenti «rinunciano a ogni altra rivendicazione nei confronti dell’Italia per i fatti all’origine del loro ricorso. Leggi tutto su la Repubblica   - >>>>>

Annuncio online: “La Fiat assume a Termoli”, ma è una truffa

Una truffa odiosa, perché chi la mette in atto approfitta dello stato di bisogno delle persone, è..

La scuola Montini chiusa per 15 giorni. Il sindaco: “Troveremo una soluzione”

          CAMPOBASSO. La scuola Montini di Campobasso resterà chiusa, al momento, ad oltranza: ..

Seac, trovato l’accordo. Riassunti gli autisti licenziati

CAMPOBASSO. La vicenda dei licenziamenti degli otto autisti della Seac, l’azienda di trasporto pubblico urbano di Campobasso,..

Il testo unico sulle società pubbliche: una occasione colta o perduta?

di Francesco Fimmanò In attuazione della delega conferita dall’articolo 18 della legge 7 agosto 2015, n. 124,[1] il decreto legislativo 19 agosto 2016, n. 175, Testo unico in materia di società a partecipazione pubblica, in vigore dallo scorso 20 settembre, cerca per l’ennesima volta di ricondurre a fisiologia un coacervo di disposizioni gemmate negli ultimi 25 anni. Il corpus, al di là delle luci e delle ombre, ha certamente il merito di tentare di mettere a “sistema” una fenomenologia peculiare, interdisciplinare, complessa e figlia di una legislazione a “toppe”, piuttosto che “a tappe”. Al tempo stesso non può che rilevarsi che la sovraregolamentazione appare in molte norme come una sorta di inseguimento tra legislatore e giurisprudenza, con il risultato di sentenze che hanno fatto le veci della legge e una legge che fa le veci delle sentenze. La legislazione di un tempo non dirimeva contrasti giurisprudenziali ma costruiva sistemi di regole per principi e i giudici la interpretavano. Basti pensare che l’espressione normativa più in voga – in materia – negli ultimi anni nel settore che ci occupa è quella di “controllo analogo”. In realtà il legislatore italiano ha usato l’escamotage di far proprie le espressioni usate nella famosa sentenza Teckal della Corte di giustizia U.E. (e in quelle analoghe successive) riguardanti un consorzio tra Comuni, per applicarle a un soggetto giuridico completamente diverso e cioè a una società di capitali. Da questa operazione è nata una serie di equivoci con il “livello comunitario” anche perché a nessun altro Stato nel Continente è venuto in mente di utilizzare lo strumento societario per ragioni “meramente opportunistiche”. A tutto questo aggiungiamo che calare le società di capitali e il loro enorme apparato regolamentare (ipertecnico) in un ambiente normativo giuspubblicistico, dove l’operatore medio neppure immagina che le sole società per azioni (non quotate) sono disciplinate da oltre 650 commi, è stata operazione dagli effetti dirompenti. L’equivoco principale è stato quello riguardante il tipo di disciplina da applicare alle società in mano pubblica, nato in passato dalla errata impostazione secondo cui la partecipazione di una pubblica amministrazione a una società di capitali potesse alterarne la struttura, dando vita a un “tipo” di diritto speciale. In particolare una certa impostazione, ignara delle complessità sistematiche, partendo dal principio della neutralità della forma giuridica rispetto alla natura dello scopo, è arrivata ad attribuire alle società partecipate una connotazione pubblicistica[2], frutto di una sostanziale mutazione genetica nel senso di una riqualificazione del soggetto. In realtà tale impostazione è stata gravemente fuorviante negli anni, in quanto si può parlare di società di diritto speciale soltanto laddove una espressa disposizione legislativa introduca deroghe alle statuizioni del codice civile, nel senso di attuare un fine pubblico incompatibile con la causa lucrativa prevista dall’art. 2247 c.c., con la conseguente emersione normativa di un tipo con causa pubblica non lucrativa[3]. In realtà l’uso dello strumento societario a partecipazione pubblica ha avuto spesso finalità meramente segregative. Le pubbliche amministrazioni, incentivate nel tempo dallo stesso legislatore, hanno infatti cercato a tutti i costi, negli ultimi venticinque anni, di creare e poi mantenere la “sacca” del privilegio derivante dall’affidamento diretto della gestione di attività e servizi pubblici a società partecipate, in deroga ai fondamentali principi della concorrenza tra imprese e della trasparenza. In buona sostanza da una parte v’è stata la tendenza ad ampliare l’ambito dei servizi pubblici includendo non solo quelli aventi per oggetto attività economiche incidenti sulla collettività, ma anche quelli riguardanti attività tendenti a promuovere lo sviluppo socio-economico delle comunità locali, fino ad arrivare ad affidare a società partecipate funzioni, che lungi dal rientrare nell’ambito dei servizi pubblici in senso proprio, costituivano tipiche attività istituzionali o strumentali dell’ente[4]. Dall’altra parte è stata incentivata la gestione mediante società partecipate in un’ottica rivolta (solo) formalmente alla aziendalizzazione dei servizi e a una privatizzazione effettiva (come auspicato dal legislatore sin dal 1942)[5], in realtà sostanzialmente diretta a eludere procedimenti a evidenza pubblica e a sottrarre comparti dell’amministrazione ai vincoli di bilancio, anche in considerazione della mancata applicazione, per molti anni, all’ente-capogruppo dei principi di consolidamento di diritto societario a partire dall’elisione delle partite reciproche[6]. Questo processo ha avuto l’effetto di trasformare talora il modello di gestione da strumento di efficienza in strumento di protezione e in taluni casi in escamotage per eludere i c.d. patti di stabilità e le regole di contabilità pubblica.   La Corte dei Conti ha contato, in un momento che sembrava culminante del ciclo espansivo, nell’anno 2008, 5.860 “organismi” partecipati da 5.928 enti pubblici locali con un incremento dell’11,08% rispetto al dato del 2005. Poco meno del 65% di questi organismi partecipati aveva natura societaria con prevalenza delle società per azioni, mentre circa il 35% ha forma giuridica diversa dalla società, in prevalenza consortile[7]. Allo stato, dalle informazioni rilevabili nella banca dati SIQUEL, emerge che il 16,65% dei Comuni (1.340 su 8.047), pari al 7,11% della popolazione nazionale, non è in possesso di partecipazioni societarie, gli organismi rilevati alla data dell’8 luglio 2016 risultano essere 7.181: le analisi sui risultati economici e finanziari, sui servizi affidati e sulle modalità di affidamento hanno riguardato, tuttavia, 4.217 soggetti, per i quali sono disponibili a sistema i dati di bilancio relativi all’esercizio 2014. Ancor più ristretto è il numero di istituzioni per le quali si hanno informazioni sui flussi di entrata e di spesa degli enti affidanti[8]. Gli organismi operanti nei servizi pubblici locali sono numericamente limitati (il 34,72% del totale), pur rappresentando una parte importante del valore della produzione (il 69,34% dell’importo complessivo). Il maggior numero (65,28%) rientra nel novero di quelli che svolgono attività diversificate, definite come “strumentali”[9]. Marcata è la prevalenza degli affidamenti diretti: nonostante la rigidità dei presupposti legittimanti tale procedura, a salvaguardia dei principi della concorrenza, su un totale di 22.342 affidamenti, le gare con impresa terza sono soltanto 150 e gli affidamenti a società mista, con gara a doppio oggetto, 319. Con riferimento agli organismi in perdita nell’ultimo triennio, l’analisi della Corte dei conti mostra come circa un terzo sia a totale partecipazione pubblica, mentre quelli misti a prevalenza privata costituiscono la categoria all’interno della quale le perdite sono più diffuse, con una tendenza al peggioramento dei risultati nell’arco del triennio. Nel referto della Corte v’è anche una ricognizione delle partecipazioni rilevanti ai fini del consolidamento dei conti, ed emerge che, su 700 organismi totalmente pubblici a unico socio (Comune/Provincia), meno della metà sono risultati assoggettabili a consolidamento – sulla base dei parametri indicati dal principio contabile applicato allegato n. 4/4 al d.lgs. n. 118/2011. Di contro, 368 (il 52,6%) non superano la soglia di rilevanza e potrebbero essere consolidati solo se ritenuti significativi dall’ente proprietario, secondo la sua valutazione discrezionale. La gestione finanziaria dimostra una netta prevalenza dei debiti sui crediti in tutti gli organismi esaminati. Nel complesso, i debiti ammontano a 83,3 miliardi, di cui circa un quarto è attribuibile, in sostanza, alle partecipazioni totalitarie. Il rapporto crediti/debiti verso controllanti, nelle partecipazioni pubbliche al 100%, è sbilanciato in favore dei primi. Emerge, quindi, la forte dipendenza delle partecipazioni totalitarie dagli enti controllanti, pur in presenza di un rilevante indebitamento verso terzi. Dall’analisi degli organismi partecipati in via totalitaria da un unico socio emerge, nella gran parte dei casi, che le risorse complessivamente impegnate e pagate dagli enti proprietari tendono a coincidere con l’importo dei valori della produzione degli organismi destinatari delle erogazioni. Abbiamo dunque assistito, per tutte queste ragioni, a un percorso legislativo incoerente, caratterizzato da frequenti ripensamenti, fatta eccezione per una costante: la crescente e progressiva espansione delle società a partecipazione pubblica locale, anche attraverso la trasformazione di aziende speciali, consorzi e istituzioni.   La “storia” del fenomeno comincia nel 1990 con la espressa previsione nella legge n. 142 della società per azioni a partecipazione pubblica maggioritaria[10], passa attraverso l’introduzione della società c.d. minoritaria[11], l’apertura al tipo della S.r.l. e l’incentivo alla trasformazione delle aziende speciali e dei consorzi[12], per subire un provvisorio assestamento nel 2000 con il Testo Unico delle autonomie locali (Tuel) che sistemava organicamente la materia[13]. Nel 2001 il quadro viene virtualmente rivoluzionato con l’introduzione della categoria mai definita dei c.d. servizi industriali e l’introduzione rigorosa, mai attuata, dei principi della concorrenza[14]. Con la contro-riforma del 2003 e la legge finanziaria per il 2004, si arriva infatti a un risultato esattamente opposto[15]. Quest’ultimo intervento, in parte censurato dalla Corte Costituzionale[16], ha suddiviso i servizi in virtù della loro rilevanza economica, in un contesto pesantemente dominato dalla figura della società in house providing e del suo strettissimo collegamento funzionale con l’ente di riferimento. La normativa ha strumentalizzato in modo abile la giurisprudenza comunitaria tanto da far evocare una situazione giuridica di dipendenza organica. Alla originaria disciplina contenuta nell’art. 113 TUEL, infatti, si sono sovrapposti prima l’art. 23 bis del d.l. n. 112/08 (successivamente abrogato con referendum) e poi la successiva disciplina introdotta con il D.L. 138/11 (dichiarata incostituzionale dalla Consulta con la sentenza n. 199 del 20 luglio 2012), per giungere infine al d.l. 18 ottobre 2012 n. 179 (convertito con l. 17 dicembre 2012 n. 221). Le Sezioni Unite della Cassazione nel 2013 hanno scelto forzatamente di adattare l’impostazione comunitaria, al fine di riconoscere la giurisdizione piena della Corte dei conti sulle azioni di responsabilità agli organi sociali delle società in house[17]. I giudici del Supremo consesso qualificano, in modo in verità opinabile, questo genere di società come una mera articolazione interna della P.A., una sua longa manus al punto che l’affidamento diretto neppure consentirebbe di configurare un rapporto intersoggettivo di talchè l’ente in house “non potrebbe ritenersi terzo rispetto all’amministrazione controllante ma dovrebbe considerarsi come uno dei servizi propri dell’amministrazione stessa”[18]. Le ormai numerose sentenze delle sezioni unite si rifanno tutte alla n. 26283 del 25 novembre 2013, il cui passaggio più forte è quello secondo cui “il velo che normalmente nasconde il socio dietro la società è dunque squarciato: la distinzione tra socio (pubblico) e società (in house) non si realizza più in termini di alterità soggettiva”. L’orientamento ha complicato ancora di più le cose perché molti non hanno inteso che si riferisse solo alla giurisdizione e perdippiù non esclusiva della Corte dei Conti sulle azioni di responsabilità, ma hanno provato a dedurre l’esistenza di una società di tipo pubblico meritevole di uno ius singulare. In realtà si può parlare di società di diritto speciale soltanto laddove una espressa disposizione legislativa introduca deroghe alle statuizioni del codice civile, nel senso di attuare un fine pubblico incompatibile con la causa lucrativa prevista dall’art. 2247 c.c. [19], con la conseguente emersione normativa di un tipo con causa pubblica non lucrativa [20]. Viceversa, a parte i casi di società c.d. legali (istituite, trasformate o comunque disciplinate con apposita legge speciale)[21], ci troviamo sempre di fronte a società di diritto comune, in cui pubblico non è l’ente partecipato bensì il soggetto, o alcuni dei soggetti, che vi partecipano e nella quale, perciò, la disciplina pubblicistica che regola il contegno del socio pubblico e quella privatistica che regola il funzionamento della società convivono.     La storia che abbiamo raccontato è singolare: il legislatore italiano ha prima creato un monstrum e poi ha costretto gli interpreti, anche i più raffinati, a riconoscerlo e a ricostruirlo invece di “constatare i fenomeni giuridici quali sono, quali si trovano nel sistema positivo, non negarli o storpiarli per ragioni a priori”[22]. Quanto accaduto appartiene a una tendenza più generale diretta a creare sempre più frequentemente categorie di soggetti i cui rapporti sono regolati da uno ius singulare. Fenomeno deprecabile, in quanto nel migliore dei casi, finisce per originare privilegi, asimmetrie e discriminazioni. In taluni casi, poi, non è tanto la ponderata volontà di sottrarre alla disciplina comune determinati soggetti a spingere il legislatori, bensì l’incapacità a resistere alla pressione di chi, spesso emotivamente o prepotentemente, chiede e invoca questa o quella norma. Ecco che il potere legislativo, si muove talora male e si trasforma, come sul dirsi in una machine a faire lois[23], invece di dettare norme efficienti e cercare nell’armonia del sistema le soluzioni più giuste. Ed eccoci ora alla c.d. Riforma Madia. Servirà? Poteva intervenire in modo più chiaro e tecnicamente corretto su temi tanto delicati? Sicuramente sì. Ma comunque contiene principi importanti ad esempio chiarisce una volta per tutte che una società è una società, non è un tavolo né una sedia, e come tale ad esempio fallisce da chiunque sia partecipata. Una cosa appare evidente che ancora una volta non si è tenuto conto delle specificità ordinamentali e soprattutto disciplinari, ratione materiae. Il diritto pubblico o amministrativo mai potranno entrare appieno nella forma mentis di un societarista o di un fallimentarista e viceversa. E’ ora in corso di pubblicazione il Decreto Legislativo che reca “Disposizioni integrative e correttive al decreto legislativo 19 agosto 2016 n. 175, recante testo unico in materia di società a partecipazione pubblica” (c.d. “Decreto Correttivo”).  Si attua in tal modo la delega contenuta nell’art. 16, comma 7, della legge 7 agosto 2015, n. 124 (c.d. legge Madia), il quale, nel disegnare la delega per una complessa operazione di riorganizzazione normativa in materia di amministrazioni pubbliche, prevede che entro dodici mesi dall’entra in vigore dei decreti delegati il Governo avrebbe potuto adottare, appunto, uno o più decreti correttivi. L’intervento integrativo e correttivo, nel caso del TUSP, è dovuto anche a – e ha dovuto tener conto di – quanto stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 251/2016, con la quale è stata ravvista una violazione delle norme costituzionali sul concorso di competenze statali e regionali da parte della citata legge n. 124 del 2015[24]. La Consulta ha in questa sede dichiarato che l’illegittimità costituzionale di alcune disposizioni si sarebbe potuta rimediare, nel rispetto del principio di leale collaborazione, avviando le procedure inerenti all’intesa con Regioni e enti locali nella sede della Conferenza unificata[25]. L’impatto della sentenza, che per qualche settimana ha tenuto col fiato sospeso gli operatori del settore che hanno temuto che essa potesse demolire tutta la riforma, è stato però limitato.  In primo luogo, come la Consulta stessa ha precisato, “le pronunce di illegittimità costituzionale, contenute in questa decisione, sono circoscritte alle disposizioni di delegazione della legge n. 124 del 2015, oggetto del ricorso, e non si estendono alle relative disposizioni attuative” (ossia ai decreti delegati[26]).  Inoltre, il Consiglio di Stato, con parere n. 83 del 17 gennaio 2017 si è espresso sugli adempimenti da compiere a seguito della sentenza della Corte Costituzionale[27], e ha precisato che il percorso più ragionevole e compatibile con l’impianto della sentenza – postulato anche dalla stessa Consulta – sarebbe stato quello di intervenire con decreti correttivi, previa intesa in sede di Conferenza Stato-Regioni, da svolgersi in base alle previsioni di cui all’art. 3 del decreto legislativo 28  agosto  1997,  n.  281  (Definizione  ed  ampliamento  delle  attribuzioni della  Conferenza  permanente  per  i  rapporti  tra  lo  Stato,  le  regioni  e  le  province autonome  di  Trento  e  Bolzano  ed  unificazione,  per  le  materie  ed  i  compiti  di interesse  comune  delle  regioni,  delle  province  e  dei  comuni,  con  la  Conferenza Stato-città ed autonomie locali), in modo da “sanare l’eventuale vizio derivante dal procedimento  originariamente  seguito”, avendo peraltro la  sentenza  “fatto  riferimento  al Governo  (e  non  al  Parlamento)  e  considerato  che  in  alcuni  casi  i  termini  per l’adozione di simili decreti non sono ancora scaduti”. Tra le modifiche senz’altro di maggior rilievo portate dal Decreto Correttivo è quella che riguarda la governance delle società partecipate. Come noto, una delle innovazioni più importanti del nuovo testo unico è quella che stabilisce che “di norma” (e già l’espressione prelude ad eccezioni[28]) l’organo amministrativo debba essere costituito da un amministratore unico (art. 11, comma 2, TUSP). Nell’impianto originario del TUSP, il comma terzo di tale articolo prevedeva che, in deroga al principio appena affermato, un apposito decreto del Presidente del Consiglio, da emanarsi entro sei mesi dall’entrata in vigore del testo unico (quindi entro il 23 marzo 2017), avrebbe dovuto enucleare i criteri secondo i quali “per specifiche ragioni di adeguatezza organizzativa”, sarebbe stato possibile optare per  un consiglio di amministrazione – composto da un minimo di tre a un massimo di cinque membri – ovvero per i sistemi dualistico o monistico (art. 11, comma 3, TUSP). Con tale previsione si è invertito il criterio in vigore, previsto, da ultimo, nell’art. 4, commi 4 e 5, d.l. 6 luglio 2012 n. 95, conv., con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n. 135, in cui l’opzione per l’amministratore unico era consentita, ma residuale[29]. L’art. 7 del Decreto Correttivo è ora intervenuto sostituendo integralmente il comma terzo dell’art. 11 TUSP, che ora recita: “L’assemblea della società a controllo pubblico, con delibera motivata con riguardo a specifiche ragioni di adeguatezza organizzativa e tenendo conto delle esigenze di contenimento dei costi, può disporre che la società sia amministrata da un consiglio di amministrazione composto da tre o cinque membri, ovvero che sia adottato uno dei sistemi alternativi di amministrazione e controllo previsti dai paragrafi 5 e 6 della sezione VI-bis del capo V del titolo V del libro V del codice civile. La delibera è trasmessa alla sezione della Corte dei Conti competente ai sensi dell’articolo 5, comma 4, e alla struttura di cui all’articolo 15”. Nel quadro attuale, dunque, la scelta per un sistema collegiale di amministrazione (oppure per i modelli dualistico o monistico), è interamente rimessa all’assemblea dei soci, i quali dovranno però giustificare tale scelta per ragioni di adeguatezza organizzativa e “tenendo conto delle esigenze di contenimento dei costi” (requisito, quest’ultimo, che non era posto come criterio per il Dpcm).  In sostanza, il Governo ha ritenuto di preferire un sistema in cui l’adozione dei sistemi di amministrazione e di controllo alternativi all’amministratore unico non fosse eterodeterminata al di fuori della singola compagine societaria. La scelta, inoltre, è servita a rimediare un potenziale corto circuito della previgente formulazione, poiché l’adeguamento degli statuti era fissato al 31 dicembre 2016, mentre il Dpcm avrebbe dovuto essere emanato entro il 23 marzo 2017. Si sarebbe quindi potuta creare una situazione potenzialmente dannosa per quelle società che, diligentemente rispettando il termine per l’adeguamento dello statuto, avesse optato per l’organo monocratico di amministrazione, per poi scoprire che secondo i criteri dettati dal Dpcm avrebbe potuto optare per un sistema collegiale (o per uno dei modelli alternativi di gestione), sobbarcandosi gli oneri procedurali e notarili di una doppia modifica statutaria. Immediatamente collegato al precedente è il tema delle tempistiche prescritte dal TUSP per l’adeguamento degli statuti e per altri adempimenti. Per quanto riguarda il primo, inizialmente fissato al 31 dicembre 2016 dall’art. 26 TUSP, è ora fissato al 31 luglio 2017 dall’art. 15 del Decreto Correttivo. Per quanto attiene invece ai secondi, essi si trovano in vari luoghi del testo. Così, ad esempio, è differito al 31 luglio 2017 il termine, inizialmente fissato al 23 marzo 2017 dall’art. 26 TUSP, per l’adeguamento delle società a controllo pubblico alle disposizioni contenute nell’art. 11, comma 8, TUSP, secondo cui gli amministratori delle società a controllo pubblico non possono essere dipendenti delle amministrazioni pubbliche controllanti o vigilanti (art. 15 Decreto Correttivo)[30]. Ancora, sempre all’art. 26 è introdotto un nuovo comma 12-ter, ai sensi del quale “per le società di cui all’art. 4, comma 8, le disposizioni dell’art. 20 trovano applicazione decorsi 5 anni dalla loro costituzione”. In altre parole, per le società spin off o start up universitarie o di enti di ricerca non vige, per i primi 5 anni di vita, l’obbligo di procedere alla razionalizzazione delle partecipazioni dalle amministrazioni pubbliche. Un differimento di qualche mese è anche previsto per il termine per la ricognizione del personale in servizio, propedeutico all’individuazione di eventuali eccedenze, previsto dall’art. 25, comma 1, TUSP, al 23 marzo 2017, e ora posticipato al 30 giugno 2017 (art. 14, comma 1, lett. a), Decreto Correttivo). Si chiarisce, inoltre, un dubbio interpretativo circa l’applicazione del divieto di nuove assunzioni, esplicitando (art. 14, coma 1, lett. c), Decreto Correttivo) che il periodo di durata del blocco delle nuove assunzioni, stabilito dall’art. 25, comma 4, TUSP, fino al 30 giugno 2018, decorre dalla data di pubblicazione del decreto del personale eccedente di cui alla nota precedente.  Al termine del 30 giugno 2017 (anziché di sei mesi dall’entrata in vigore del TUSP, ossia il 23 marzo 2017) è posticipato anche il termine per la ricognizione di tutte le partecipazioni possedute dalle pubbliche amministrazioni (art. 13, comma 1, lett. b), Decreto Correttivo – art. 24, comma 1, TUSP).  È stato infine posto modificato il termine per le disposizioni in materia di personale previste dalla normativa vigente (legge 27 dicembre 2013, n. 147), che si applicheranno non più soltanto fino al 23 settembre 2016, ma fino all’entrata in vigore del decreto ministeriale sul personale eccedente di cui all’art. 25, comma 1, TUSP, e comunque non oltre il 31 dicembre 2017 (art. 11 Decreto Correttivo). Un altro importante elemento di novità introdotto dal Decreto Correttivo (art. 5) incide sulle finalità perseguibili dalla p.a. mediante l’acquisizione e la gestione di partecipazioni pubbliche.  Si è più precisamente ampliato il novero delle funzioni perseguibili per le società aventi ad oggetto l’autoproduzione di beni e servizi (di cui all’art. 4, comma 2, lett. d), TUSP), che ora non dovrà essere limita ai beni e servizi strumentali all’ente o degli enti pubblici partecipati, ma potrà riguardare anche lo svolgimento delle funzioni dei predetti enti. È stato previsto, ad integrazione dell’art. 4, comma 7, TUSP, che sono ammesse anche le partecipazioni nelle società aventi per oggetto sociale la produzione di energia da fonti rinnovabili. Ed è stata fatta salva, all’art. 4, comma 8, TUSP, la possibilità per le università di costituire società per la gestione di azienda agricole con funzioni didattiche. Inoltre, al fine di valorizzare il principio di leale collaborazione nei rapporti tra Stato e regioni, come richiesto dalla citata sentenza della Corte Costituzionale, è stato previsto, dall’art. 5, comma 1, lett. d), Decreto Correttivo, che ha modificato l’art. 4 comma 9 TUSP, che il Presidente della Regione possa, con provvedimento adottato ai sensi delle disposizioni regionali e nel rispetto dei principi di trasparenza e pubblicità, deliberare l’esclusione totale o parziale dell’applicazione delle disposizioni dell’art. 4 – attinenti appunto alle limitazioni delle finalità perseguibili mediante acquisizione o gestione di partecipazioni pubbliche – rispetto a singole società a partecipazione regionale. La suddetta esclusione dovrà essere motivata con riferimento alla “misura e qualità della partecipazione pubblica, agli interessi pubblici a essa connessi e al tipo di attività svolta, riconducibile alle finalità di cui al comma 1”. Un tema affine al precedente riguarda la motivazione analitica che l’atto deliberativo di costituzione di una società partecipata o di acquisto di partecipazioni deve riportare ai sensi dell’art. 5 TUSP: l’art. 6 del Decreto Correttivo ha eliminato, al riguardo, il riferimento alla possibilità di destinazione alternativa delle risorse pubbliche impegnate e ha precisato che le modalità della consultazione pubblica sono disciplinate dagli enti locali interessati.  Le scelte legislative di fondo che traspaiono dal Decreto Correttivo si confermano, dunque, muovere essenzialmente su due binari: (i) il rispetto del principio di leale collaborazione tra istituzioni centrali e locali, cui consegue lo spostamento di alcune decisioni nella sfera locale e la necessità dell’intesa della Conferenza unificata in relazione a diversi aspetti disciplinari che potenzialmente impattano sulle partecipate degli enti locali; (ii) lo smorzamento di alcuni oneri motivazionali e di alcuni limiti di operatività, che, insieme con l’ampliamento della libertà di manovra nella costituzione e gestione delle partecipazioni pubbliche, e con il molteplice allungamento dei vari termini per gli adempimenti prescritti dalla nuova normativa, tende alla valorizzazione dell’autonomia delle singole società.         [1] Con l’indicata disposizione il Parlamento ha delegato il Governo a semplificare, attraverso il riordino delle disposizioni nazionali e la creazione di una disciplina generale organica in materia di partecipazioni societarie delle amministrazioni pubbliche, il relativo quadro di regolazione anche in linea con i principi dettati dalla costante giurisprudenza nazionale e comunitaria, con effetti positivi in termini di valorizzazione della tutela della concorrenza e di generale trasparenza ed efficacia dell’azione amministrativa. [2] Cfr. in particolare Cons. Stato, nn. 1206 e 1207 del 2001 e nn. 4711 del 2002 e 1303 del 2002. [3] Le società pubbliche. Ordinamento, crisi ed insolvenza, a cura di Fimmanò, Ricerche di Law & Economics, Milano, 2011. [4] La giurisprudenza ha evidenziato d’altra parte che la qualificazione di servizio pubblico locale spetta a quelle attività caratterizzate sul piano oggettivo dal perseguimento di scopi sociali e di sviluppo della società civile, selezionate in base a scelte, appunto, di carattere eminentemente politico quanto alla destinazione delle risorse economicamente disponibili e all’ambito di intervento e su quello soggettivo dalla riconduzione diretta o indiretta a una figura soggettiva di rilievo pubblico (cfr. Cons. Stato, 13 dicembre 2006 n. 7369; TAR Campania, Napoli,  24 aprile 2008 n. 2533). [5] Nella Relazione al Codice Civile, si legge, in riferimento alle società pubbliche che lo Stato “si assoggetta alla legge della società per azioni per assicurare alla propria gestione maggiore snellezza di forme e nuove possibilità realizzatrici” (Relazione al Codice Civile, n. 998. Artt. 2458 e ss., vecchio testo). [6] L’introduzione del bilancio consolidato civilistico per la holding-ente pubblico poteva rappresentare una scelta funzionale all’indirizzo e al coordinamento dell’intero gruppo pubblico locale (cfr. A. Tredici, Il bilancio consolidato del gruppo pubblico locale quale strumento di programmazione e controllo, in Il controllo nelle società e negli enti, 2006, 256 s.). Solo con il d.lgs. n. 118 del 2011, recante disposizioni in materia di armonizzazione dei sistemi contabili e degli schemi di bilancio delle Regioni, degli enti locali e dei loro organismi, si è previsto che tali enti territoriali adottino «…comuni schemi di bilancio consolidato con i propri enti ed organismi strumentali, aziende, società controllate e partecipate e altri organismi controllati….» (art. 11, comma 1). Tale innovazione che impone (e non facultizza più) l’adozione di un bilancio preventivo (e non solo un conto consuntivo) di tipo consolidato, è stata progressiva nel corso del tempo, mediante la previsione, ai sensi dell’art. 36, d.lgs. cit., di un periodo di sperimentazione biennale (2012-2013), coinvolgente talune amministrazioni pubbliche territoriali prescelte in ragione della loro collocazione geografica e densità demografica, per poi entrare a regime dall’anno finanziario 2014. In tema cfr già F. Fimmanò, L’ordinamento delle società pubbliche tra natura del soggetto e natura dell’attività, in Le società pubbliche. Ordinamento, crisi ed insolvenza, (a cura di F. Fimmanò), Ricerche di Law & Economics, Milano, 2011, 12 s. [7] Alle Sezioni regionali di controllo della Corte compete – come confermato anche dal d.lgs. n. 175/2016, di riordino della disciplina in materia di partecipazioni societarie delle amministrazioni pubbliche – di monitorare il percorso di razionalizzazione delle partecipazioni e di vigilare sull’effettivo completamento delle procedure di dismissione e/o liquidazione. Le Sezioni, in attuazione della legge di stabilità 2015, hanno già verificato i piani di razionalizzazione, che sono stati presentati da un elevato numero di enti (quasi l’80%). [8] Cfr. Sezione delle Autonomie: Referto su “Gli organismi partecipati degli enti territoriali” Delibera n. 27/SEZAUT/2016/FRG e documenti allegati. [9] Nei 3.076 organismi con fatturato non superiore a 5 milioni operano in media 8,7 dipendenti, a fronte di una media di 56 dipendenti nel complesso di quelli osservati. In 1.279 organismi, di cui 776 società, si registra un numero di dipendenti inferiore a quello degli amministratori. [10] La società mista a prevalente capitale pubblico locale venne prevista per la prima volta dall’art. 22, lettera e) della legge 142 del 1990, (testo poi modificato dall’art. 17, comma 58, legge 15 maggio 1997, n. 127, Bassanini-bis) e la legge non vietava peraltro che la società fosse interamente in mano pubblica. [11] La società mista con partecipazione maggioritaria dei soci privati ha trovato riconoscimento testuale con l’art. 12 della legge n. 498 del 1992, attuata con la normativa regolamentare dettata dal D.p.r. n. 533 del 16 settembre 1996 (al riguardo G.F. Campobasso, La costituzione delle società miste per la gestione dei servizi pubblici locali: profili societari, in Riv. soc., 1998, 390 s., che esamina in particolare gli aspetti della compagine, della scelta dei soci e dello scopo di lucro). [12] Norme contenute nella c.d. legge Bassanini bis (n. 127 del 15 maggio 1997), che all’art. 17, commi 51-58, consentiva agli Enti locali di procedere alla trasformazione delle aziende speciali, deputate alla gestione dei servizi pubblici, in società per azioni o a responsabilità limitata con capitale misto, pubblico e privato, anche a partecipazione minoritaria. [13] D. lgs. n. 267 del 2000. [14] Articolo 35 della legge n. 448 del 2001. [15] Si tratta in particolare dell’art. 14 del d.l. n. 269 del 30 settembre 2003 «Disposizioni urgenti per favorire lo sviluppo e per la correzione dell’andamento dei conti pubblici», convertito con modificazioni nella l. n. 326 del 2003 (conseguente alle osservazioni della Commissione Europea sul sistema delineatosi con l’entrata in vigore dell’art. 35). [16] Nel luglio del 2004, la Corte Costituzionale accolse in parte il ricorso avanzato dalla regione Toscana e dichiarò illegittimo l’art. 14, comma 1, lett. e), e comma 2, del D.l. 30 settembre 2003, n. 269, conv. nella L. 24 novembre 2003, n. 326, (Corte Cost., 27 luglio 2004, n.272, cfr. al riguardo G. Marchi, I servizi pubblici locali tra potestà legislativa statale e regionale, in Giorn. Dir. Amm., 1, 2005). [17] Cass., Sez. Un., 25 novembre 2013, n. 26283 – Pres. Rovelli – est. Rordorf, in Società, 2014, 55 s. con nota di F. Fimmanò, La giurisdizione sulle “società in house providing”, e in Fallimento, 2014, 33 s., con nota di L. Salvato, Riparto della giurisdizione sulle azioni di responsabilità nei confronti degli organi sociali delle società in house; e poi in scia: Cassazione, Sez. Un., 16 dicembre 2013 n. 27993;  Cass., Sez. Un., 26 marzo 2014, n. 7177 – Pres. Rovelli – est. Macioce; Cass., Sez. Un., 24 ottobre 2014, n. 22609- Pres. Rovelli – est. D’Ascola. Nello stesso senso ma con approdo opposto Cass., Sez. Un., 10 marzo 2014, n. 5491 – Pres. Rovelli – est. Nobili, in Società, 2014, 953 s. con nota di F. Cerioni; Cass. Sez. Un. n. 26936 del 2 dicembre 2013, che non riconoscono la giurisdizione contabile per l’inesistenza dei tre requisiti individuati: la necessaria appartenenza pubblica del capitale della società (con la previsione statutaria del divieto di cedere a soggetti privati quote della stessa), l’inesistenza di margini di libera agibilità sul mercato (neppure attraverso partecipate e la sottoposizione a controllo analogo (che non può ridursi al potere di nomina degli organi sociali). [18] In buona sostanza la Cassazione ha riprodotto l’orientamento del Consiglio di Stato (Cons. Stato, Adunanza Plenaria, 3 marzo 2008 n. 1, su rimessione di Cons. Stato, Sez. V, 23 ottobre 2007 n. 5587 ; nello stesso senso Cons. Stato, sez. VI, 16 marzo 2009, n. 1555 e prima TAR Valle d’Aosta, 13 dicembre 2007 n. 163; TAR Sicilia, 5 novembre 2007 n. 2511; TAR Piemonte, 4 giugno 2007 n. 2539; TAR Calabria, Catanzaro, 15 febbraio 2007 n. 76 e dopo TAR Campania, Napoli, Sez. I, 28 luglio 2008 n. 9468). Il Consiglio di stato ha sostenuto in particolare che il modello di società mista elaborato, in sede consultiva, con il parere n. 456 delle 2007, rappresenta solo una delle possibili soluzioni delle problematiche connesse alla costituzione di tali società e all’affidamento del servizio alle stesse, anche se, in mancanza di indicazioni precise da parte della normativa e della giurisprudenza comunitaria, non può allo stato essere elaborata una soluzione univoca o un modello definitivo di società mista. In ogni caso, il modello di società costruito con il citato parere non è rinvenibile allorchè il socio non venga scelto mediante procedura a evidenza pubblica nella quale la gestione del servizio sia stata definita e precisata. [19] Al riguardo: G. Visentini, Partecipazioni pubbliche in società di diritto comune e di diritto speciale, Milano, 1979, 4 s.; M. Mazzarelli, La società per azioni con partecipazione comunale, Milano, 1987, 117; G. Marasà, Le «società» senza scopo di lucro, Milano, 1984, 353; P. Spada, La Monte Titoli S.p.a. tra legge ed autonomia statutaria, in Riv. dir. civ., 1987, II, 552. [20] Al riguardo R. Guarino, La causa pubblica nel contratto di società, in Le società pubbliche. Ordinamento, crisi ed insolvenza, a cura di F. Fimmanò, Ricerche di Law & Economics, Milano, 2011, 131 s. [21] Ci riferiamo agli enti pubblici con mera struttura organizzativa societaria (cfr. al riguardo C. Ibba, Le società «legali», Torino, 1992, 340; Id., La tipologia delle privatizzazioni, in Giur. comm., 2001, 483 s.; Id., Le società “legali” per la valorizzazione, gestione e alienazione dei beni pubblici e per il finanziamento di infrastrutture. Patrimonio dello Stato e infrastrutture s.p.a, in Riv. dir. civ., 2005, II. 447;  e in un’ottica estensiva: G. Napolitano, Soggetti privati «enti pubblici»,in Dir. amm., 2003, 81 s.) previsti, trasformati o costituiti appunto in forma societaria con legge (ad es. l’art. 7 del D. L. 15/4/2002 n. 63, convertito dalla L. 15/6/2002, n. 112, ha istituito la Patrimonio dello Stato S.p.a.; l’rt. 8 del D.L. 8/7/2002 n. 138, convertito dalla L. 8/8/2002, n. 178, ha gemmato la Coni Servizi s.p.a.; il D. Lgs. 9/1/1999 n. 1, ha istituito Sviluppo Italia s.p.a. poi integrato con altre norme dirette a disciplinarne la governance dell’attuale “Invitalia s.p.a”; l’art. 3, D. Lgs. 16/3/1999 n. 79, ha previsto la costituzione del Gestore della rete di trasmissione nazionale S.p.a.; l’art. 13, D. Lgs. 16/3/1999 n. 79 ha contemplato la nascita della Sogin s.p.a.; stessa cosa è accaduta per “Gestore del Mercato s.p.a.” ex art. 5, D. Lgs. 16/3/1999 n. 79 e l’Acquirente Unico s.p.a. ex art. 4, D. Lgs. 16/3/1999 n. 79). In altri casi il legislatore ha trasformato o previsto la trasformazione di enti pubblici in società (così per l’Ente Nazionale per le Strade ex art. 7 D.L. 8/7/2002 n. 138, convertito in L. 8/8/2002 n. 178; per l’Istituto per i servizi assicurativi del commercio estero Sace ex art. 6 D. L. 30/9/2003, n. 269, convertito in L. 24/11/2003, n. 326; per l’Ente Autonomo Esposizione Universale di Roma ex D. Lgs. 17/8/1999 n. 304; per la Cassa Depositi e Prestiti ex art. 5 D.L. 30/9/2003 n. 269, convertito in L. 24/11/2003, n. 326). [22] È l’avvertimento metodologico già lucidamente espresso da F. Ferrara sr., La teoria della persona giuridica, in Riv. dir. comm., 1911, p. 638. [23] Già con riferimento alla normativa speciale a “toppe” per il diritto sportivo: U. Apice, La società sportiva: dentro o fuori al codice civile, in Dir. fall., 1986, 538 s.; F.Fimmanò, La crisi delle società di calcio professionistico a 10 anni dal caso Napoli, in Gazzetta Forense, 2014, 4, 8 s. [24] In particolare, con riguardo alle previsioni della legge delega riguardanti i principi e criteri direttivi per l’emanazione del TUSP, la Regione Veneto ricorreva sostenendo che le relative disposizioni avrebbero violato gli artt. 117, secondo, terzo e quarto comma, 118 e 119 Cost., “poiché la fissazione di tali principi e criteri eccederebbe dalle competenze statali in materia di «tutela della concorrenza» e di «coordinamento della finanza pubblica», invadendo sfere di competenza regionali. Inoltre, esse violerebbero il principio di leale collaborazione di cui agli artt. 5 e 120 Cost., poiché prescriverebbero, in combinato disposto con il comma 4 dell’art. 16, per l’attuazione della delega, una forma di raccordo con le Regioni – il parere in Conferenza unificata – da ritenersi insufficiente, tenuto conto delle molteplici interferenze con le attribuzioni regionali” (v. Corte Cost., 25.11.2016,  n. 251). Il tema delle società a partecipazione pubblica era già stato oggetto di pronunce da parte del c.d. Giudice delle Leggi. In alcuni casi, la Consulta ha ricondotto le disposizioni inerenti all’attività di società partecipate dalle Regioni e dagli enti locali alla materia dell’«ordinamento civile», di competenza legislativa esclusiva statale, in quanto volte a definire il regime giuridico di soggetti di diritto privato, nonché a quella della «tutela della concorrenza» in considerazione dello scopo di talune disposizioni di «evitare che soggetti dotati di privilegi operino in mercati concorrenziali» (Corte Cost., sent. n. 326 del 2008). In altri, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale di disposizioni statali che, imponendo a tutte le amministrazioni, quindi anche a quelle regionali, di sciogliere o privatizzare le società pubbliche strumentali, sottraevano alle medesime la scelta in ordine alle modalità organizzative di svolgimento delle attività di produzione di beni o servizi strumentali alle proprie finalità istituzionali, violando la competenza legislativa regionale residuale in materia di organizzazione amministrativa regionale (Corte Cost., sent. n. 229 del 2013). [25] Infatti, la materia delle partecipazioni societarie delle amministrazioni pubbliche coinvolge, da un lato, profili pubblicistici, che attengono alle modalità organizzative di espletamento delle funzioni amministrative e dei servizi, perciò riconducibili alla competenza residuale regionale, anche con riguardo alle partecipazioni degli enti locali che non abbiano come oggetto l’espletamento di funzioni fondamentali. Dall’altro lato, però, ogni intervento in materia coinvolge anche profili privatistici, inerenti alla forma delle società partecipate, che trova nel codice civile la sua radice, e aspetti connessi alla tutela della concorrenza, riconducibili alla competenza esclusiva del legislatore statale. La sede preposta alla necessaria integrazione dei suddetti punti di vista e delle diverse esigenze degli enti territoriali coinvolti, è la Conferenza unificata, di cui nel TUSP era richiesto il solo “parere”. [26] La Corte Costituzionale ha precisato che “nel caso di impugnazione di tali disposizioni, si dovrà accertare l’effettiva lesione delle competenze regionali, anche alla luce delle soluzioni correttive che il Governo riterrà di apprestare al fine di assicurare il rispetto del principio di leale collaborazione”. [27] Il supremo organo amministrativo non ha mancato di rilevare l’importanza di “portare a termine le previsioni della l. n. 124 a seguito della sentenza della Corte”, anche “per non far perdere slancio riformatore all’intero disegno: i decreti legislativi interessati dalla sentenza costituiscono, infatti, non soltanto misure di grande rilievo di per sé, ma anche elementi di una riforma complessiva, che risulterebbe meno incisiva se limitata ad alcuni settori” (v. parere Cons. Stato n. 83/2017, in www.giustizia-amministrativa.it). [28] Assai diversa era stata la prima versione del decreto legislativo, in cui si discorreva di “obbligo” per le società di optare per l’amministratore unico, obbligo poi mutato in una più rassicurante “normalità” durante i lavori di stesura del testo definitivo. [29] «I consigli di amministrazione delle società di cui al comma 1 devono essere composti da non più di tre membri. È comunque consentita la nomina di un amministratore unico» (art. 4, comma 4, d.l. 95/2012). «Fermo restando quanto diversamente previsto da specifiche disposizioni di legge e fatta salva la facoltà di nomina di un amministratore unico, i consigli di amministrazione delle altre società a totale partecipazione pubblica, diretta o indiretta, devono essere composti da tre o da cinque membri, tenendo conto della rilevanza e della complessità delle attività svolte» (art. 4, comma 5, d.l. 95/2012, come modificato con l’art. 16, comma 1, lett. b), d.l. 24 giugno 2014, n. 90, convertito con modificazioni dalla l. 11 agosto 2014, n. 114). D’altronde, già con la legge finanziaria 2007 si era previsto, oltre al generico richiamo a un emanando «atto di indirizzo volto, ove necessario, al contenimento del numero dei componenti dei consigli di amministrazione delle società non quotate partecipate dal Ministero dell’economia e delle finanze e rispettive società controllate e collegate, al fine di rendere la composizione dei predetti consigli coerente con l’oggetto sociale delle società» (art. 1, comma 465, l. 27 dicembre 2006, n. 296), che «il numero complessivo di componenti del consiglio di amministrazione delle società partecipate totalmente anche in via indiretta da enti locali, non può essere superiore a tre, ovvero a cinque per le società con capitale, interamente versato, pari o superiore all’importo che sarà determinato con decreto», e che nelle società miste il numero massimo di componenti del consiglio di amministrazione designati dai soci pubblici locali comprendendo nel numero anche quelli eventualmente designati dalle regioni non può essere superiore a cinque (art. 1, comma 729, l. 296/2006). [30] A tal riguardo, viene altresì precisato (art. 14, comma 1, lett. b), Decreto Correttivo) che il decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, di concerto con il Ministro delegato per la semplificazione e la pubblica amministrazione e con il Ministro dell’economia e delle finanze, volto a disciplinare le modalità di trasmissione dell’elenco del personale eccedente, debba essere adottato previa intesa in Conferenza unificata ai sensi dell’art. 9 d.lgs. 28.8.1997, n. 281.   - >>>>>

Mobilità in deroga: oggi a Roma la protesta dei lavoratori

La protesta dei 1744 lavoratori della mobilità in deroga che attendono il pagamento di 13 mensilità divise tra il 2015 e il 2016 dal Molise oggi si è spostata a Roma. Precisamente in via Veneto, davanti al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. Messi alle strette dalla inconcludenza della politica locale, i rappresentanti del comitato, una decina di persone, oggi ha bussato alla porta del Ministro Poletti per chiedere e ottenere una soluzione in tempi rapidi. Un sollecito in tal senso era venuto nei giorni scorsi anche dai parlamentari Danilo Leva e Roberto Ruta che, rispettivamente, avevano scritto al Ministro Poletti e al premier Gentiloni. Sollecito, a quanto è dato di sapere, cascato nel vuoto. Il clima di generale smobilitazione che accompagna la legislatura morente, di certo non facilita l’impegno e la ricerca di soluzioni. Stesso dicasi anche sul piano locale, con partiti, movimenti e consiglieri regionali impegnati nella corsa alle liste e decisamente assenti e distratti sul tema lavoro. Come del resto lo è stato per l’intera legislatura. Anche quella regionale, nonostante i rinvii disperati di Frattura, è ormai arrivata all’estrema unzione, lasciando purtroppo aperte tutte le vertenze e le crisi industriali. Complessivamente, come ha ricordato la CGIL, i lavoratori strangolati dalla crisi e dalla malapolitica sono circa 10mila, accumultai in 5 anni di legislatura regionale di cui gli ultimi due e mezzo trascorsi senza la figura dell’assessore al lavoro. Tra questi, anche i 1744 lavoratori della mobilità in deroga, uomini, donne famiglie a cui, putroppo, anche oggi è tocato un giorno di calvario. Il 29 dicembre scorso, il Consiglio regionale del Molise, all’unanimità, ha adottato un ordine del giorno inteso a sollecitare una soluzione da parte del Ministero. Ma oggi, il Ministro Poletti a Roma non ha ricevuto nessuno. Pare che non ci sia. Sarà svanito, come la legislatura nazionale e quella regionale. Nel nulla.   - >>>>>

Il nodo molisano di Potere al popolo ha scelto i suoi candidati

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Incidente stradale, in tarda mattinara, sulla statale 17, nel territorio di Castelpetroso. Un’autovettura si è ribaltata per cause in corso di accertamento da parte dei Carabinieri. Due gli occupanti del mezzo. Per uno di loro si è reso necessario l’intervento dei Vigili del fuoco: era infatti rimasto intrappolato nell’abitacolo. I due feriti sono stati affidati ai soccorritori del 118. Sono stati trasportati al Veneziale per essere sottoposti ad accertamenti. La statale è stata chiusa durante le operazioni di soccorso.   - >>>>>

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Editorialista Pasquale Di Bello - Direttore responsabile Manuela Petescia

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