Pubblicato: sabato 15 giugno, 2019 - Tempo di lettura: 4 min.

Il centrodestra sconfitto dalla debolezza della sinistra

di Angelo Persichilli

 

La vittoria ha cento padri mentre le sconfitte sono sempre orfane. È vero, ma è giusto addossare tutta la colpa della sconfitta elettorale agli esponenti del centro destra molisano?

Indubbiamente qualche responsabilità ce l’hanno a cominciare dalla scelta della candidata, ma questo errore, se di errore si tratta, non spiega in modo convincente le cause della sconfitta. Potrebbe sembrare strano ma credo che il centro destra sia stato sconfitto a Campobasso soprattutto dalla debolezza della sinistra molisana.

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Premetto che conosco nessuno dei due candidati a sindaco per il ballottaggio di Campobasso. Aggiungo anche che il candidato di Cinque Stelle, Roberto Gravina, in base ai colloqui telefonici che ho avuto con molti amici durante la campagna elettorale, è quello che ha riscosso molte più simpatie e apprezzamenti positivi da avversari e anche da qualche sostenitore di Maria Domenica D’Alessandro.

Più di qualcuno, dopo il voto, mi ha detto che i risultati elettorali di Campobasso sono la vittoria del popolo contro il potere dei partiti. “I campobassani – mi hanno detto alcuni amici – hanno votato per la prima volta per il candidato migliore e non per quello indicato dai partiti”.

Può darsi e mi piacerebbe crederlo ma, anche riconoscendo le capacità di Gravina, a mio avviso il centro destra ha perso in quanto non aveva di fronte il candidato tradizionale, cioè quello di sinistra.

Non occorreva essere un Pico della Mirandola per capire subito dopo il primo voto, che i Cinque Stelle avrebbero vinto il ballottaggio. La candidata del centrodestra non aveva infatti spazio per la crescita: aveva già fatto il pieno a destra e già ottenuto tutti i voti racimolabili al centro. Gli unici voti disponibili erano quelli della sinistra e si sapeva benissimo che questi voti sarebbero andati a Gravina. Se mai, l’unico interrogativo era se tale voto fosse rimasto a casa in modo consistente da impedire la rimonta.

Fare processi sulla consistenza elettorale dei partiti, dei loro leader e della validità delle rispettive tattiche elettorali senza tenere conto di questo fattore è fuorviante e, in qualche caso, strumentale.

Le elezioni di Campobasso sono state atipiche rispetto a tutte le altre. In tutti i comuni dove si è andati al ballottaggio la sfida è stata tra il centrodestra e il centro sinistra, ad eccezione di Ascoli Piceno, Avellino, Biella e, ovviamente, a Campobasso.

Ma anche ad Ascoli, Avellino e Biella l’avversario del centrodestra era una lista civica di sinistra mentre solo a Campobasso c’è stato lo scontro diretto tra Lega e Cinque Stelle, con la sinistra rimasta fuori. Se il ballottaggio si fosse disputato tra un candidato del centro destra e uno del centro sinistra, il risultato sarebbe stato diverso e certamente non così scontato in quanto l’elettorato dei Cinque Stelle non avrebbe votato compatto per nessuno dei due schieramenti.

Fare processi quindi ai leader del centro destra ritenendoli unici responsabili della sconfitta non mi sembra completamente corretto, se non per la scelta del candidato ritenuta inadeguata un po’ da tutti.

Se c’è stata anomalia elettorale a Campobasso rispetto al resto dell’Italia questa non ha riguardato in modo significante né la Lega, né i Cinque Stelle, ma la dirigenza del Partito Democratico alla deriva. Certo, nemmeno nel resto dell’Italia la cura-Zingaretti, se di cura si può parlare, non ancora mostra i suoi effetti, ma gli elementi politici più rilevanti emersi dal voto di Campobasso sono stati l’assenza del candidato della sinistra nel ballottaggio e, nello stesso tempo, anche la rilevanza del voto di sinistra per la scelta del sindaco del capoluogo.

Da questo ultimo elemento viene fuori comunque una considerazione molto importante a livello nazionale e che dovrebbe far riflettere i leader del Cinque Stelle, dello stesso Partito Democratico e anche della Lega.

Il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi sta insistendo molto su Salvini per cambiare direzione e cioè puntare sui partiti del centrodestra (Lega-Forza Italia-Fratelli d’Italia) e allontanarsi dalla Lega. Credo che Salvini, considerando i risultati di Campobasso, considerando anche che nel Molise Forza Italia ha sempre avuto buoni risultati, faccia bene a non prestargli ascolto e chiarire i rapporti con i Cinque Stelle. Di Maio, da parte sua, deve capire che non può tenere il piede in due scarpe continuando a sostenere il governo e, nello stesso tempo, fare opposizione. La sua vittoria a Campobasso è stata frutto di elementi che non sono trasferibili a livello nazionale (sinistra fuori e candidato della destra molto debole) e quindi è il momento di fare chiarezza.

E questo sposta l’attenzione sul PD di Zingaretti. Quest’ultimo, a meno di capacità taumaturgiche che ancora non vedo, deve capire che il PD non ha la capacità di formare da solo il prossimo governo italiano e quindi ha bisogno di un alleato. A meno che la sua massima aspirazione non sia quello di fare il leader dell’opposizione ed escludendo, per ovvie ragioni, Forza Italia e la Lega come alleati, Zingaretti dovrebbe puntare su Cinque Stelle. Ma questo pone un’altra domanda: qual è la forza di Matteo Renzi nel nuovo PD? In altre parole, il Partito Democratico è veramente unito o si tratta solamente dell’elezione di un nuovo leader da rottamare alla prima occasione? Sarebbe assurdo ma, d’altra parte, non sembrava assurdo solo qualche anno fa pensare a un ballottaggio tra Lega e Cinque Stelle?

Ormai in politica non si fanno più analisi o previsioni, ma si accettano scommesse. E allora facciamo il nostro gioco.

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