Pubblicato: venerdì 30 novembre, 2018 - Tempo di lettura: 4 min.

Interfibra - Internet veloce + chiamate illimitate a partire da 9  al mese Il sistema giudiziario e il mito

di MANUELA PETESCIA

Il ministro della giustizia, Alfonso Bonafede, ha scelto una platea molto cara e familiare a noi molisani per mettere sul tavolo del confronto il tema della durata della prescrizione nei processi penali, nell’ambito di quella riforma della giustizia che diventerà, nei prossimi mesi, uno dei principali argomenti del dibattito politico.

Lo ha fatto a San Giuliano di Puglia, durante la sua visita al cimitero in cui riposano i bimbi e la maestra morti nel crollo della scuola causato dal terremoto del 31 ottobre 2002.

«La prescrizione si deve interrompere dopo il primo grado di giudizio», ha annunciato Bonafede, innescando, come era prevedibile, una polemica dai toni durissimi, tra chi salutava con favore il crollo degli stratagemmi architettati dai furbi e chi accusava il ministro di un vero e proprio attacco alla Costituzione, di deriva giustizialista, di inaugurare, di fatto, l’era del processo eterno.

Una polemica di pari intensità – c’è da aspettarselo – accompagnerà un altro cavallo di battaglia del ministro Bonafede: l’abolizione della riforma delle intercettazioni voluta dal precedente governo, la cosiddetta “legge bavaglio” scritta – sempre secondo l’attuale ministro −«con l’intento di impedire ai cittadini di ascoltare le parole dei politici indagati».

Temi delicati, difficili da affrontare, temi in palese conflitto che investono da una parte il diritto dei cittadini ad essere informati, dall’altra il diritto dei cittadini a non vedere le proprie vicende giudiziarie trasformate in gogne mediatiche. Diritti che devono trovare un loro equilibrio con il dovere di perseguire i colpevoli.

Ma c’è molto altro, nella riforma della giustizia annunciata dall’attuale governo. Una riforma che non nasconde la sua ispirazione populista, basata sul principio che lo Stato deve rendere giustizia ai cittadini ma anche − e forse soprattutto − tener conto della rabbia dei cittadini stessi di fronte all’impunità.

In questa luce vanno lette le misure che prevedono pene più severe per tutti o l’inasprimento delle pene per i reati fiscali, una lotta più serrata alla corruzione, con l’introduzione della figura dell’agente sotto copertura, ma anche la costruzione di nuovi carceri e la riapertura dei piccoli tribunali, mentre con lo stop alle “porte scorrevoli” si vorrebbe regolamentare drasticamente l’attività dei magistrati che entrano in politica per poi rientrare – alla fine del loro mandato – nella magistratura.

Insomma più giustizia per tutti, nelle intenzioni, che rischia però di diventare un boomerang: meno diritti e meno garanzie per tutti.

Il sistema giudiziario è imperfetto.

Ed è imperfetto semplicemente perché intorno ai nobili principi di verità, onestà e imparzialità − intorno al mito della giustizia, appunto − operano poi uomini in carne e ossa e il mito non si fa incatenare mai in nessun sistema terreno.

Restano quindi in piedi, e imperfetti, i soli tentativi di avvicinarsi il più possibile agli ideali di giustizia che ogni cittadino racchiude dentro di sé e che ogni cittadino considera giusti o sbagliati secondo il momento storico in cui vive e secondo una serie infinita di variabili e incognite, non ultime le proprie esperienze personali.

E allora le intercettazioni telefoniche sono uno strumento sacro e inviolabile per le indagini, salvo finirci dentro senza sapere né come né quando e leggere la propria vita privata in prima pagina su tutti i giornali; la prescrizione va abolita − è un mero trucco per farla franca − salvo trovarsi nel tritacarne giudiziario, e da innocenti, per tutta la vita; il magistrato deve fare politica – la sua è un’immagine di garanzia e di rispetto dei diritti dei cittadini – salvo intuire che un pubblico ministero abbia decapitato con indagini mirate un bel gruppo di ipotetici avversari prima di scendere in campo; le pene vanno inasprite – solo così i reati diminuiranno – salvo scoprire che nei paesi dove si ricorre alla sedia elettrica l’incidenza dei crimini di omicidio è addirittura più elevata; la legittima difesa deve essere proporzionata all’offesa, salvo trovarsi da soli di notte, con i propri bambini e impugnare un’arma, senza il tempo di riflettere se il ladro sia più o meno pericoloso; e così via in un contrasto di tesi e antitesi che caratterizza senza tregua e senza tempo l’intero sistema.

E i dubbi, la guerra di tesi e antitesi, talvolta restano in piedi anche dopo le sentenze, tanto che si gioisca per una condanna tanto che si gioisca per un’assoluzione: la verità storica e la verità processuale, infatti, non sempre coincidono.

 

 

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Editorialista: Pasquale Di Bello - Direttore responsabile: Manuela Petescia

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